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Calvino e Vittorini la strana amicizia

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Calvino e Vittorini la strana amicizia

Certo è strano e per molti aspetti inspiegabile che Italo Calvino abbia accettato di essere il condirettore del «Menabò» assieme a Elio Vittorini, mentre nel decennio precedente il suo ruolo, tutt’altro che secondario nella gestione della collana «I Gettoni», era rimasto senza pubblico riconoscimento; più facile è capire che cosa spinse Vittorini a non presentarsi come il solo responsabile di un progetto che di nuovo sfidava i pregiudizi di gran parte della cultura “di sinistra”, tenacemente schierata in difesa di una tradizione “realistica”, o solo appena “neorealistica”, mentre qui si invocava una letteratura inequivocabilmente “moderna”, se non addirittura “d’avanguardia”, scavalcando ogni diffidenza contro l’indipendenza degli intellettuali che all’alba del Novecento avevano salutato l’entrata in guerra e molte mitologie moderniste, finite spesso in Italia al seguito del fascismo vincente e in Urss, dopo qualche entusiasmo iniziale, severamente scomunicate dall’ortodossia zdanovian-stalinista e poi dal magistero lukácsiano.

Calvino, che proprio nel ’57 era uscito dal Pci senza contrapposizioni esasperatamente polemiche e senza vittimismi, rappresentava per Vittorini una garanzia contro ogni isolamento cui avessero voluto condannarlo i guardiani dell’ortodossia togliattiana, fedeli all’anatema del capo -«Vittorini se n’è ghiuto, è soli ci ha lasciato» (1951)- che in quegli anni continuavano a inseguire il definitivo passaggio dal neorealismo, sin troppo modernista, al realismo, che solo per pudore e prudenza -in attesa della rivoluzione- non veniva proclamato tout court “socialista”.
Calvino aveva affidato le proprie ragioni di allontanamento dal comunismo a un apologo apparso sulla rivista romana «Città aperta»con il titolo La gran bonaccia delle Antille, che per un verso rivendicava l’urgenza di una posizione lontana da ogni istituzionalizzazione burocratica -«loro di cambiamenti non ne volevano»-, addirittura «corsara» -richiamandosi direttamente a Johm Drake- e per l’altro diffidava da ogni rigida contrapposizione negli scontri ideologici, che nel clima di “guerra fredda” impediva di cogliere le opportunità di una più duttile attenzione allo stato di fatto -«quelli di noi che erano più impazienti di cambiamenti e di novità»-, eludendo una critica radicale del partito e della sua ideologia.

Per la sinistra comunista anche non stalinista, al contrario che per Vittorini, il moderno diventava in quegli anni a scavalco tra i cinquanta e i sessanta senza rimedio “neocapitalista” e in quanto tale controrivoluzionario, anzi, nella società del benessere, dei consumi e della reclam, pericolosamente corruttore di qualsiasi “coscienza di classe” e di ogni combattivo impegno nella lotta.
Eppure Calvino, che pur accetterà di stare a fianco di Vittorini, appena l’esperienza della rivista giungerà a termine si affannerà a dichiararsi estraneo alla stessa e presente soltanto “per onor di firma”, quasi che l’incarico nuocesse all’immagine di sé che intanto andava pazientemente costruendo.
L’invito di Vittorini a schierarsi “apertamente” al suo fianco risale alla fine di novembre 1957, ma fatica a trovare riscontro in una effettiva partecipazione alla redazione dei singoli fascicoli, che è già smentita pochi anni dopo, nel ’63, quando alla sua traduttrice tedesca Calvino confessa di non leggerli neppure e di lasciare «che mettano il suo nome per amicizia», aggiungendo poche parole di stima per l’amico, troppo generiche per essere convincenti: perché mai il suo nome senza il corrispondente impegno avrebbe dovuto essere utile a chi invece si sobbarcava tutto il lavoro?

Dieci anni dopo -nel ’73- presentando gli indici della rivista sarà persino più perentorio: «In realtà la rivista era pensata e composta da lui, che decideva l’impostazione d’ogni numero, ne discuteva con gli amici invitati a collaborare, e raccoglieva la maggior parte dei testi»; Calvino a questo punto si allontana dagli stessi “amici”, ridotto a semplice testimone o spettatore.
Le cose si complicano ulteriormente, a tener conto che, appena morto Vittorini, nel ’66, Calvino aveva proposto a Einaudi di continuare «Il Menabò» «senza sottolineare una soluzione di continuità», per evitare che se ne senta «il vuoto» e che venga meno un lavoro «rivolto costantemente verso il futuro», per poi lasciar perdere senza giustificazioni o pentimenti.
Dice bene Giuseppe Lupo che «occorrerebbe sondare il terreno instabile delle posizioni ideologiche», nel caso di Calvino sempre sfuggenti se non ambigue, come se la sua “fedeltà” alla causa comunista non fosse mai venuta meno e suo compito fosse quello di star vicino a Vittorini per controllarne gli estri più inquieti e frenarne l’entusiasmo “modernista” e industriale, come aveva fatto già negli anni dei «Gettoni».

“Il Menabò” di Elio Vittorini (1959-1967), a cura e con postfazione di Silvia Cavalli, introduzione di Giuseppe Lupo, Nino Aragno Editore, Torino, pagg. XXVI-570, € 30

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