Domenica

Il realismo politico di Richelieu

  • Abbonati
  • Accedi
COLPI DI STATO

Il realismo politico di Richelieu

Di professione faceva il bibliotecario malgrado gli studi di medicina, ma il suo nome si affermò come quello di uno dei più grandi eruditi del suo tempo e di un esponente di primo piano del libertinismo filosofico del XVII secolo. Gabriel Naudè, nato all’inizio del 1600 a Parigi e vissuto a lungo in Italia, curò, prima, le biblioteche dei cardinali Gianfrancesco Guidi di Bagno e Francesco Barberini, poi quelle di Richelieu e di Mazzarino e, infine, di Cristina di Svezia. Per il Mazzarino, in particolare, viaggiò attraverso tutta l’Europa raccogliendo oltre quarantamila volumi e manoscritti confluiti nella celebre biblioteca del cardinale venduta, per ordine del Parlamento di Parigi, ai tempi della Fronda. Era un uomo di grandi curiosità intellettuali, scettico e realista, la cui frequentazione degli ambienti cattolici, anziché rafforzarne la fede, contribuì a svilupparne una istintiva antipatia nei confronti del cattolicesimo e una profonda diffidenza per l’esoterismo e le pratiche magiche. Il suo libertinismo intellettuale, filosofico e irreligioso, al limite dell’ateismo, fondato sulla mitizzazione del sapere scientifico e sul culto per l’antichità classica, non voleva essere tanto una dottrina quanto piuttosto un metodo per affermare la libertà di pensiero: parafrasando La Bruyère si potrebbe dire che era troppo pigro per decidere che Dio non esiste. La religione gli sembrava, come la credenza nelle pratiche magiche, uno strumento per tenere sotto controllo il popolo con la paura del castigo ultraterreno. E alcuni dei suoi celebri e polemici lavori trattarono questi argomenti.

Il nome di Gabriel Naudé è rimasto tuttavia legato, a prescindere dagli scritti eruditi e di biblioteconomia, al trattato Considerazioni politiche sui colpi di Stato, pubblicato originariamente in poche copie nel 1638. Questo testo, ora proposto in una eccellente edizione critica curata da Alessandro Piazzi per l’editore Nino Aragno, si inserisce nel filone, all’epoca assai fiorente, degli epigoni di Niccolò Machiavelli. Uno studioso illustre del pensiero politico, Gaetano Mosca, sottolineò il cinismo amorale di Naudè, frutto del desiderio di «voler passare per uomo spregiudicato» e di «impressionare il lettore con i suoi paradossi» come in quel celebre passaggio, per esempio, nel quale si deplora la strage di San Bartolomeo perché «incompleta» non essendo stati uccisi tutti gli ugonotti. In realtà, come dimostra con finezza il curatore di questa nuova edizione, il rapporto del saggio di Naudé con Il Principe di Machiavelli e, più in generale, con la trattatistica politica riconducibile al filone del «realismo politico», è, al di là delle differenze e del diverso contesto politico-culturale nel quale maturarono le due opere, assai stretto: «molte le affinità: il disincanto, lo sguardo beffardo e intelligente sul mondo e soprattutto la lucidità e crudezza di Machiavelli si ritrovano anche nelle argomentazioni di Naudé». Del resto, così come nel caso del segretario fiorentino giganteggia dietro le quinte la figura di Cesare Borgia, anche nel caso di Naudè (già lo sottolineò Friedrich Meineke nel classico lavoro su L’idea della ragion di Stato nella storia moderna) si intravede come fonte ispiratrice della trattazione teorica l’esperienza politica del cardinale di Richelieu. E non è affatto un caso che lo stesso Richelieu abbia scritto, a sua volta, un trattato di arte della politica, Testamento politico. Massime di Stato, pur esso tradotto e curato da Alessandro Piazzi e pubblicato, sempre, dall’editore Aragno. Redatto, probabilmente, qualche anno prima delle Considerazioni politiche sui colpi di Stato, è un testo, storico e teorico al tempo stesso, che merita di essere letto in parallelo con quello di Naudé proprio perché entrambi si sviluppano all’insegna del realismo politico. E, in certo senso, sono complementari: se Richelieu si sofferma, infatti, sulla natura della politica e sulla gestione del potere, Naudé mostra come i «colpi di Stato», intesi in una accezione larga, siano strumenti tutt’altro che occasionali o eccezionali dell’agire politico. Si tratta di due lavori che, pur essendo stati concepiti e redatti in un particolare momento storico, agli albori cioè dello Stato moderno, si inseriscono in una direttrice speculativa che giunge fino ai nostri giorni e che cerca, al di là di ogni considerazione di tipo moralistico, di individuare quelle che Gianfranco Miglio chiamava le «regolarità della politica».

Gabriel Naudé, Considerazioni politiche sui colpi di Stato, traduzione e cura di Alessandro Piazzi, Nino Aragno Editore,Torino, pagg. XXII-308, € 15

Armand-Jean du Plessis cardinal de Richelieu, Testamento politico. Massime di Stato, traduzione e cura di Alessandro Pizzi, Nino Aragno Editore, Torino, pagg. 378, € 22

© Riproduzione riservata