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I primi 90 anni del Comandante

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I primi 90 anni del Comandante

  • –Franco Avicolli

Comandante, penso ai suoi novanta anni dalla Plaza de la Revolución, un luogo senza speciali qualità architettoniche che però è della parola che inventa il mondo, piazza che è libro, racconto della storia di cui è stato protagonista e narratore.

Qui ha accolto Angela Davis, eroi vietnamiti, Breznev, Honecker ed altri capi degli ex Paesi socialisti. In questa piazza Salvador Allende, ritornando da Mosca, ha portato il Cile, qualche mese prima del golpe di Pinochet e il presidente Boumedienne l’Algeria. Altri capi di Stato hanno raccontato storie di Paesi africani. Li ha salutati con il suo popolo per diventare insieme conoscenza e racconto. Nel giorno in cui compie novanta anni e mentre le auto passano lungo la strada che va dal Vedado all’aeroporto e alla superba avenida del Paseo dall’altra, la piazza conferma che il suo fascino è tutto nel racconto che qui ha scritto.

C’è la pagina della moltitudine che approva la Primera Declaración de La Habana e condanna «lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e lo sfruttamento dei Paesi sottosviluppati», un atto che trasmette ai cubani un protagonismo sconosciuto e lo strumento per dare corpo al sogno dell’autodeterminazione e a una dignità fatta di conoscenza che, già alla fine del 1961, si sentiva orgogliosamente artefice di un «Territorio libero dall’analfabetismo».

In questa piazza Yuri Gagarin portò il suo sorriso pulito e la sua impresa spaziale e lei l’autocritica per la zafra non raggiunta dei 10 milioni di tonnellate di zucchero, nel 1970. E si sente la sua voce che, alla vigilia della fallita invasione della Baia dei Porci, dichiara Cuba un Paese socialista dal vicino cimitero di Colón.

In questa piazza arrivò con l’odore del mare il racconto del blocco navale di quel 27 ottobre del 1962 che portò il mondo sul baratro della guerra nucleare. Quale può essere, oggi, il significato di quel giorno? Da una parte c’era la più grande potenza del mondo e dall’altra la sua minuscola Cuba che la sfidava.

Le persone come lei uniscono o dividono e giammai possono essere un fattore di equilibrio. Per questa speciale qualità che le appartiene, penso che abbia contribuito alla rivelazione del bene e del male contrapposti, contigui e a volte sovrapposti nella storia che si occupa della condizione dell’uomo e dell’ingiustizia sociale nella quotidianità del respiro, degli sguardi, delle domande, del desiderio.

Ha conversato con grandi intellettuali e scrittori, ha pescato con Hemingway e ha mangiato spaghetti con García Márquez. Ben tre papi sono venuti a parlare con lei delle cose del mondo. Mitterrand ha affermato che lei è l’uomo politico che maggiormente l’ha colpito per la sua capacità di anticipare il futuro e per il senso che dà alla storia.

La mia generazione portava in piazza la sua immagine e quella del Che Guevara, quando si voleva che il potere fosse gestito dalla fantasia e l’America Latina entrava a far parte del mondo che la scopriva con Cent’anni di solitudine, come se fosse il libro di una storia ignota.

È stato un protagonista e l’hanno collegata a fatti, misfatti, congetture e alla radice di incubi e sogni. Dalle pagine del libro del XX secolo non risulta che lei si sia occupato di petrolio o della difesa di rendite di posizione. Sarà questa la ragione per la quale la Cia avrebbe escogitato 638 modi per ucciderla, come sostiene Dollan Cannel nel documentario proiettato dall’inglese Channel Four alla fine del 2006? Certo, ci sono soldati cubani tra i morti sui campi di battaglia dell’Algeria o dell’Angola e mi pare legittimo domandarsi se quei morti sono il prezzo della cupidigia, del desiderio di dominio, o del diritto e della dignità. Il secolo scorso è epoca di guerre, di milioni di morti, di stragi terribili e indegne, ma anche il tempo di protagonismi più diffusi alimentati dalla conoscenza che ha reso più visibile il sogno di un mondo più giusto. Credo che a questo lei abbia dato un contributo rilevante.

I dati dicono che a Cuba è possibile invecchiare come non accade in molte parti del mondo, che la mortalità infantile è la più bassa d’America, che la fame e l’analfabetismo sono stati sconfitti; che c’è accattonaggio, ma non è pratica di bambini abbandonati, che la prostituzione è diffusa, ma che l’emancipazione della donna e la sconfitta del razzismo sono una realtà del Paese. Sono comunque delle conquiste che onorano e credo che sia anche ora di eliminare la pena di morte e il delitto di opinione che mal si addicono ad un Paese che ha compiuto passi enormi nella lotta contro l’ingiustizia sociale.

Nel congedarmi, desidero ricordare un suo racconto speciale che la consegna alla storia anche per il suo talento di narratore. Era il 28 settembre 1973 e l’11 di quello stesso mese, Salvador Allende, presidente del Cile, era stato rovesciato dal colpo di Stato di Pinochet. Ero in questa piazza con una moltitudine di popolo. La riunione era composta e senza l’allegria scanzonata dei cubani.

Quando apparve davanti alla statua di Martí, la piazza l’accolse come l’amico addolorato che sentiva il suo stesso dolore e l’incoraggiò gridando un “Fidel, Fidel” breve, asciutto e intenso simile a un suono che viene da lontano e dal profondo. Cominciò, come sempre, sottovoce e armeggiando con i microfoni. Passo a passo, propose episodi di Allende con visioni segmentate, pezzi di un evento dal tragico epilogo che voleva ritardare. Si soffermò sugli ultimi istanti, sulla caduta e poi li colorò con la solennità del funerale del presidente morto, improvvisato tra le macerie del Palazzo della Moneda. La voce divenne un grido che collocava Allende tra tutti i grandi uomini che avevano consacrato «le loro vite alla libertà di questo continente». La piazza sentì il volteggiare della storia nello spazio divenuto denso, si trattenne per un momento come per avere il tempo di innalzarsi allo stesso livello e infine si impossessò delle sue parole e entrò nel suo racconto.

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