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L’eccezionalità americana in crisi

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STATI UNITI

L’eccezionalità americana in crisi

Gli Stati Uniti fanno coincidere il loro atto di nascita con la ricorrenza del 4 luglio 1776, giorno della proclamazione della Dichiarazione d’Indipendenza. Ma questo è solo l’inizio informe perché il processo costituzionale si rivelerà più lento e articolato. La Confederazione assumerà pieni poteri solo cinque anni più tardi, dopo che i tredici Stati, che avevano combattuto contro gli inglesi la Guerra d’Indipendenza, si saranno dati ciascuno una propria carta costituzionale e i loro delegati al Congresso Continentale avranno fissato gli articoli della carta confederale (Articoli della Confederazione ed Eterna Unione), approvata finalmente nel 1781 dalle assemblee dei tredici Stati.
I costituenti americani sono tutti influenzati dalle idee del liberalismo classico (da non confondere con i liberal che Giovanni Sartori ha opportunamente definito come i socialisti di una nazione senza socialismo). Determinante è in tutti il pensiero di John Locke, in particolare i Discourses on Government (pubblicati nel 1698 ma scritti nel 1683) e il trattato Some Thoughts Concerning Education che rinvia alla lettura delle opere di filosofia del diritto di Grozio (Huig de Groot 1583-1645) e Samuel Pufendorf (1632-1694).

La struttura costituzionale sarebbe stata modellata con al centro il faro dei diritti naturali e fondamentali dell’uomo: solo dal riconoscimento che questi diritti sono anteriori alla nascita dello Stato, può fondarsi una vera libertà. Vita libera e ricerca della felicità, in altre parole, non erano concesse dall’alto ma erano la diretta conseguenza di forme costituzionali espresse dalla sovranità popolare espressa nel consenso dei cittadini.
John Adams riassunse in questi termini il dibattito interno: «La lotta che si svolge oggidì in quasi ogni campo (…) è quella tra l’idea di uno Stato forte e centralizzato capace di controllare la vita dei cittadini a favore dell’economia e del potere nazionale e l’idea della libertà personale che concede al singolo individuo la maggiore autonomia possibile nell’organizzare come meglio crede la propria vita».

L’eccezionalità del carattere americano è stata la sua immensa fortuna, la peculiarità, quasi l’incidente storico di una dimensione dove, secondo uno dei grandi padri come Thomas Jefferson «non è attraverso il consolidamento o la concentrazione di poteri, ma attraverso la loro distribuzione che si stimola il buon governo».
In questi mesi una lacerante campagna elettorale vede contrapposto un personaggio molto discutibile e sui generis, se non si vuole ricorrere all’abusata categoria del populismo, come Donald Trump, ad una altrettanto discussa leader politica come Hillary Clinton, forse il male minore, ma non certo uno scatto in avanti verso la modernità e nuove idee.
Di fronte a questo scenario molti analisti e commentatori, a cominciare proprio da quelli americani, si domandano quanto sia sopravvissuto della virtuosa eccezionalità americana, soprattutto in termini morali, di quello che Tocqueville individuò come spirito della legge costituzionale.

Nel 2014 uno studio redatto per conto della Princeton University e della Northwestern University concludeva, con qualche esagerazione e molte verità, che gli Stati Uniti vanno perdendo il tratto democratico, lo spirito dei padri costituenti, per diventare sempre più un’oligarchia guidata da élite finanziarie. Ricorda Diana Johnstone: «Il rapporto intitolato «Testing Theories of American Politics: Elites, Interest Groups, and Average Citizens» (Teorie della politica americana alla prova: le élite, i gruppi di interesse e il cittadino medio) mettendo a confronto quasi 1.800 decisioni politiche adottate tra il 1981 e il 2002 concludeva che ogniqualvolta i ricchi e i potenti hanno voluto qualcosa lo hanno ottenuto. In altre parole, le scelte politiche degli americani al di sopra del 90° percentile di reddito sono state messe in atto, mentre i desideri degli americani medi, al di sotto del 50° percentile di reddito, sono stati ignorati». Il premio Nobel Joseph Stiglitz rafforza questa visione quando scrive: «La storia dell’America è semplicemente questa: i ricchi stanno diventando più ricchi, i più ricchi tra i ricchi stanno diventando ancora più ricchi, i poveri stanno diventando più poveri e numerosi, e la classe media si sta svuotando. I redditi della classe media sono intatti stagnanti o in discesa e la differenza rispetto ai veri ricchi sta aumentando».

Gli Stati Uniti, luogo simbolo del capitalismo globale s’interrogano di fronte alla perdita di secolari certezze. Peggy Noonan che fu ghowst-writer di Ronald Reagan e oggi è commentatrice politica del «Wall Street Journal» afferma che «c’è una parte d’America talmente esasperata dallo status quo, che abbraccia con entusiasmo i portatori del caos».
Gli americani, come nel resto dell’Occidente, erano abituati al fatto che le generazioni dei figli migliorassero la condizione dei padri, ora, invece, l’American Dream appare tradito perché i figli stanno peggio. Il tema non è strettamente economico, ha molte implicazioni, in primo luogo culturali. Se è vero come afferma Regis Debray che nell’identità americana gioca un ruolo decisivo l’elemento religioso, bisogna capire quanto questo costituisca ancora il collante di milioni di uomini e donne.

Tutto ciò aiuta anche a riflettere in termini più generali sulla validità della pretesa universalistica del modello americano, della dottrina del “manifest destiny” della nazione americana, perché gli Stati Uniti dopo gli indubbi meriti che hanno acquisito nel Novecento, ora appaiono in difficoltà nel recitare ancora questo ruolo nella geopolitica mondiale.
In altri momenti storici, l’America ha avuto serie difficoltà, fu così dopo l’assassinio di John F. Kennedy e quando la sconfitta in Vietnam si saldò con lo scandalo Watergate in una miscela di sfiducia collettiva. Durante gli anni Ottanta seppe rinnovarsi e rilanciarsi vincendo la guerra fredda con l’Urss. In tempi di cronaca elettorale, alla vigilia, ormai del voto, vale la pena rileggere la storia americana.

Jones Maldwyn, Storia degli Stati Uniti d’America: dalle prime colonie inglesi ai giorni nostri, Bompiani, Milano, pagg. 672, € 16

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