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Se il processo è letterario

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CONTAMINAZIONI

Se il processo è letterario

Il piccolo David Copperfield  di fronte all’antieroe dickensiano Uriah Heep
Il piccolo David Copperfield di fronte all’antieroe dickensiano Uriah Heep

Il coniglio bianco dell’Alice di Carroll è il personaggio che occupa le prime righe di questa rassegna tutta personale che Bruno Cavallone dedica ai princìpi e alle regole del processo utilizzando fonti narrative e figurative. Il coniglio che rispunterà (inaspettato) dalle pagine di un volume che rilegge la reciproca pervasività del diritto nella vita letteraria è la cifra affettuosa che guida il “tuono” generale delle considerazioni dell’autore. Il passaggio usato per aprire il volume è tratto dal processo – quello al Fante di Cuori di Alice – e suggerisce subito una serena empatia dell’autore con le fonti selezionate e, in definitiva, con la tecnicalità del processo, portando istintivamente il lettore a derubricare il volume dal genere (fortunatissimo) delle Meditazioni del giurista, e ciò sebbene Cavallone della tradizione giuridica sia un rappresentante insigne e il volume prenda spunto da un suo corso universitario.

Il libro è uno studio, libero da pedanterie, che riassume una vita di osservazione e di frequentazione fra due dimensioni della cultura – Diritto e letteratura – per più d’un verso interdipendenti: vuoi per l’ovvia connessione tra retorica forense e letteratura, vuoi per l’esigenza del Diritto di non staccarsi dall’esperienza, di non ridursi a osservazione formalistica nella quale cesserebbe di essere se stesso. Nell’esigenza pratica si radica, infatti, una tradizione longeva e prolifica di ricerca da parte dei giuristi di episodi significativi di opere narrative, poetiche o drammatiche. Questa di Cavallone, nonostante il rigoroso apparato critico che lo correda, non è tuttavia un’aggiunta a un catalogo metodologicamente collaudato nel quale il confronto giudizio-letteratura può avere una rilevanza istituzionale. È, piuttosto, un ragionamento sugli aspetti esistenziali e culturali del processo, anche quelli mascherati e occultati dalle strutture romanzesche e, proprio per questo, rivolto a una platea non solo specialistica. Come ormai di rado accade, lo sguardo estraneo all’angustia disciplinare, sempre più diffusa nell’accademia italiana, regala felici sorprese. Così, allineando le sue pistole sul tavolo, al punto giusto, cioè attraverso una scelta di testi che descrive la sensibilità dell’autore e tratteggia i contorni di un’appassionata vita di studio, il libro naviga con ironia intorno al mistero che la parola “processo” evoca. Un mistero racchiuso nel suo essere schermo che impedisce di raggiungere una giustizia priva di regole formali, un mistero risolto nell’esigenza di giudicare, non punire, perché il punire è solo un’azione: il principio nulla poena sine judicio non esprime un’esigenza pratica, ma, appunto, ontologica. Ciò acclarato, l’autore si confronta con una serie di affollati luoghi letterari che, dando per scontata la funzione del processo come macchina generatrice di beni (o più correttamente di mali), lo mette in contatto con la «dolcezza della procedura» che induceva il ripugnante antieroe dickensiano Uriah Heep a vegliare sulla Practice di William Tidd. Siamo così trasportati a Canterbury, nella stanza al piano terreno di casa Wickfield, dove, sotto la luce fioca e un po’ sinistra di una lanterna, David Copperfield scorge Heep quasi lubricamente irretito dalla lettura di Tidd «con tale concentrazione, che il suo lungo e magro dito indice percorreva ad una ad una le righe lette, lasciando sulla pagina una scia appiccicosa, come di lumaca». E, se più immaginabile (e del resto inevitabile) è il passaggio attraverso i corridoi kafkiani, molto meno lo è stabilire un nesso di richiami tra l’incompiuta Amerika e David Copperfield, o tra le analogie e le rifrazioni degli archetipi «carrolliani» in Der Prozess, o, ancora, tra le vite parallele di Josef K. e Richard Carstone, entrambi «morti di processo» senza che il processo abbia avuto per loro un esito sfavorevole. Così, per una via che solo in apparenza può sembrare tortuosa, invasi dal disordine delle scartoffie di cui trabocca la borsa di Miss Flite, incrociamo esempi di “processi inesistenti”, “processi finti”, “processi immaginati”, sensi di colpa, e gli spazi, i riti (veri o affabulati), i tempi della giustizia accostandoci a protagonisti e deuteragonisti familiari ma spesso negletti.

Servendosi di materiali in apparenza incompatibili, Cavallone costruisce il suo discorso come un rigorista intransigente, mai disposto a essere sedotto dai suoi interlocutori, o anche solo a prenderne le parti. Così non si sottrae al dialogo col Mefistofele travestito da Faust che definiva «la legge e i diritti» come «un’eterna malattia» che si tramanda «di generazione in generazione». Né manca di confrontarsi con l’Otello shakespeariano alle prese con l’allestimento del torbido programma vendicativo di Iago, e con la forza irresistibile della propria natura, la vanità di combatterla, e il bisogno di rispettarla fino in fondo. Né arretra davanti a Cenerentola o a Pinocchio, se le due celeberrime storie possono essere utili a una serie di considerazioni sull’impalpabile confine che separa i giudizi di fatto da quelli di valore, o a riflettere sulle virtù educative attribuite al processo. Da questo dialogo serrato, composto di episodi apparentemente incomunicabili e di tempi e sfondi che slittano gli uni sugli altri, nasce un tempo unico che serve precisamente gli argomenti dell’autore.

È verosimile che un libro come questo susciti qualche supercilioso motto di dispetto in una (non sparuta) legione di studiosi che non riconoscano particolare originalità negli esempi individuati da Cavallone e che, così concentrati a individuare smagliature, non apprezzino la gaiezza di una penna che scivola senza fretta nei meandri del processo trasfigurati dalla letteratura. Ma ciò che più è apprezzabile di questa prova è la fermezza con cui l’autore ricava dall’osservazione delle sue fonti l’aspirazione umana alla giustizia, l’avida ricerca del filtro del giudizio, senza nessun timore di conversare con mostri sacri.

Bruno Cavallone, La borsa di Miss Flite. Storie e immagini del processo, Adelphi, Milano, pagg. 301, € 28

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