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Luce sul cinema!

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Storia

Luce sul cinema!

Una scena tratta dal film «Scipione l’africano», diretto da Carmine Gallone nel ’37
Una scena tratta dal film «Scipione l’africano», diretto da Carmine Gallone nel ’37

«I progressi compiuti dal Luce durante la seconda metà degli anni Trenta furono imponenti. ... Alla fine del 1940 erano in circolazione oltre 10mila cinegiornali Luce e in quel solo anno l’Istituto aveva prodotto settanta documentari. Eppure, malgrado questi progressi, molti esponenti del regime, Mussolini compreso, non erano soddisfatti dei risultati ottenuti dall’Istituto Luce. … Guardata retrospettivamente, l’attività dell’Istituto Luce sembra meritare un giudizio più favorevole di quello riservatole dai contemporanei».

Così nel 1975 lo storico americano Philip V. Cannistraro concludeva il primo saggio storiografico sull’Istituto nazionale L.U.C.E (La fabbrica del consenso. Fascismo e mass media, Laterza). L’acronimo fu inventato da Mussolini nel 1924 quando decise di ribattezzare con la denominazione “L’Unione cinematografica educativa” il Sindacato Istruzione Cinematografica, sorto per iniziativa del giornalista Luciano De Feo, che aveva compreso la funzione educativa del cinema e progettò di utilizzarlo nella produzione di documentari. De Feo si era rivolto al partito per promuovere la sua iniziativa. Nel novembre 1925, fu ufficialmente creato l’Istituto Nazionale Luce, al quale Mussolini diede personalmente il massimo impulso per uno sviluppo intensificato della cinematografia in Italia, da lui stesso definita «l’arma più forte».

Nei quattro decenni successivi al saggio di Cannistraro, sull’Istituto Luce sono stati pubblicati studi specifici, che hanno confermato il suo giudizio. Il Luce, affermava sedici anni fa il critico e storico del cinema Ernesto G. Laura, è «la prima istituzione pubblica esclusivamente dedicata al cinema educativo e di informazione», segnando «una svolta radicale nel panorama del cinema non solo italiano», perché per la prima volta «in uno stato non comunista (gli unici precedenti sono rinvenibili infatti nell’Ungheria di Bèla Kun e nella Unione Sovietica di Lenin poi) sorge una società di Stato per la produzione cinematografica» (Le stagioni dell’aquila. Storia dell’Istituto Luce, Ente dello Spettacolo editore, 2000).

Un nuovo contributo alla conoscenza dell’ organizzazione e dell’attività del Luce è dato ora da Daniela Calanca, ricercatrice di Storia contemporanea nell’ateneo bolognese, che si è avvalsa, fra l’altro, dell’archivio del marchese Giacomo Paulucci di Calboli Barone, un diplomatico di carriera che fu presidente dell’Istituto Luce dal 1933 al 1940, ma fin dal 1924 aveva appoggiato presso Mussolini l’iniziativa di De Feo, diventando un solerte promotore della cinematografia come strumento di propaganda e di istruzione delle masse nell’informazione tecnica, nell’istruzione scolastica, nella divulgazione scientifica.

Pur con qualche disordine nell’esposizione, dove note e riferimenti bibliografici si mescolano con la narrazione, lasciando talvolta i documenti citati senza preciso riferimento cronologico, e con alcune sviste che possono confondere il lettore (per esempio: pg. 34, è evidente che la citazione indiretta si riferisce non a «Emilio» ma a Giovanni Gentile; pg. 76, il sottosegretario alla Pubblica Istruzione era Dario non Guido Lupi; pg.278, non di «fascismo genetico» si tratta ma di «fascismo generico»), il libro di Calanca consente di conoscere meglio il ruolo di Paulucci nella storia del Luce, ricostruita nell’ambito di una riflessione generale sul contributo della cinematografia all’«immaginario del fascismo».

Inoltre, i nuovi documenti consentono un giudizio storico più attendibile sul coinvolgimento personale nella politica totalitaria, da parte di un diplomatico, che ebbe anche importanti incarichi internazionali, come vice-segretario della Società delle Nazioni. (Si veda la biografia di Giovanni Tassani, Un diplomatico fra le due guerre. Vita di Giacomo Pauluccidi Calboli Barone, Le Lettere 2012). Secondo Laura, Paulucci, nato nel 1887 e entrato in diplomazia nel 1915, accettò «come purtroppo molti fecero, la dittatura, senza però identificarvisi»: dalla ricerca di Calanca risulta invece che il marchese non fu restio a identificarsi con la dittatura mussoliniana. Anzi, ne divenne un entusiasta apologeta, impegnandosi con alacrità nella utilizzazione del cinema per la propaganda politica e per la diffusione della cultura, soprattutto quando nel 1933 fu nominato presidente dell’Istituto Luce: «Sotto la guida incitatrice del DUCE, con nessuna altra mira se non quella di servire il regime e il suo capo, proseguirò fiducioso nel compito di potenziare sempre più questo formidabile strumento dello stato Fascista», scrisse Paulucci assumendo l’incarico. E procedette rapidamente alla riorganizzazione del Luce e al potenziamento delle sue attività, specialmente durante e dopo la guerra d’Etiopia, rendendo capillare in tutto il territorio italiano la propaganda con i Cinegiornali e i documentari sul duce e sul fascismo, e incrementando la sua diffusione all’estero.

L’ attività di Paulucci, sostiene Calanca, fu ispirata da una concezione totalitaria della cinematografia, che il diplomatico condivideva con Giovanni Gentile, autore nel 1934 di una prefazione al saggio sul cinematografo di Luigi Chiarini, dove il giovane critico, richiamandosi all’idealismo gentiliano, sosteneva che tutta la cinematografia fascista era politica «giacché per noi fascisti non è neppure pensabile un’opera dello spirito che non sia politica», ispirata agli ideali del fascismo, per essere «un potentissimo mezzo di educazione ed elevazione delle masse».

Paulucci diede un contributo molto concreto alla realizzazione di una cinematografia così concepita, proponendosi di conciliare le ragioni dell’arte con le esigenze dell’industria e della tecnica: l’Italia «può dirsi certa di aver soddisfatto con visione organica e totalitaria all’insieme di codeste esigenze», affermava Paulucci nel 1936, mentre il regime iniziava la costruzione di Cinecittà, sostenendo che il progetto era stato concepito «con tale larghezza di vedute e modernità di criteri, da porre la Città del Cinema, dal lato dell’attrezzatura industriale, all’avanguardia degli stabilimenti maggiori del mondo». Durante la guerra d’Etiopia, Paulucci intensificò la propaganda cinematografica, aggiungendo ai documentari dell’impresa coloniale, la realizzazione del film Scipione l’Africano, con un ingente impegno finanziario, perché, disse, la «grandiosità del film» doveva «costituire un’imponente affermazione della cinematografia italiana sul mercato internazionale».

Nel gennaio 1940, investito dalle critiche di vari gerarchi alla sua gestione del Luce, Paulucci fu nominato dal duce ambasciatore in Belgio. A chi lamentava la monotonia dei cinegiornali, nel 1938 Paulucci aveva replicato che le possibilità del Luce erano «assai limitate, in parte perché deve prevalere il criterio politico», in parte perché non v’era remora al «metodo delle raccomandazioni, delle pressioni e, ahimè, dei risentimenti, nel quale si esercitano gli enti e gli uomini interessati».

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