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Clandestini in cerca di Lei

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Letteratura

Clandestini in cerca di Lei

In fuga. Saleh Addonia (nella foto) e il fratello sono nati in Eritrea, cresciuti in un campo profughi in Sudan, hanno trascorso l’adolescenza in Arabia Saudita e sono arrivati a Londra vent’anni fa
In fuga. Saleh Addonia (nella foto) e il fratello sono nati in Eritrea, cresciuti in un campo profughi in Sudan, hanno trascorso l’adolescenza in Arabia Saudita e sono arrivati a Londra vent’anni fa

Dopo che le autorità cittadine respinsero la nostra richiesta d’asilo e che la corte d’appello fece altrettanto con il ricorso, ci demmo alla clandestinità. Motivo della nostra richiesta era cercare Lei. E in ogni domanda avevamo dichiarato che nella città in cui eravamo cresciuti Lei non si trovava da nessuna parte e che dovevamo per forza emigrare per poterci innamorare di Lei.

Fu nel centro di detenzione, in attesa di essere espulsi, che provammo a baciarla. Lei era il nostro avvocato. Era la prima del suo genere a capitarci così vicina, faccia a faccia, da soli in una stanza. Rinunciò al nostro caso e ci disse di trovare un altro avvocato. Poco importava.

Fuggimmo dal centro e a piedi arrivammo in città. Passando davanti a un parco la vedemmo, Lei, distesa su un prato verde, le gambe accavallate. Indossava un reggiseno e un perizoma rosa, un paio di occhiali da sole, e stava leggendo un libro. Ci fermammo accanto a Lei. Le fissammo le gambe dapprima stupefatti, poi seri. Ma prima che potessimo esaminare il resto della sua nudità, Lei si accorse di noi. Smise di leggere il libro, si tirò su gli occhiali e con un cenno della mano ci scacciò.

Poi arrivammo all’ufficio di una ditta, un indirizzo che ci avevano dato al centro. Quasi ci stesse aspettando, il principale si alzò e fece il giro della scrivania. Avrà avuto quarant’anni, era grasso, ma ben vestito. Ci squadrò da capo a piedi.

«Siete allergici alla polvere?» chiese.

Ci scambiammo un’occhiata: «No.»

«Volete fare gli spazzini?» chiese.

«Sì!» rispondemmo a gran voce.

«Il posto è vostro» disse e tornò alla scrivania. «Datevi da fare. E non dimenticate che a rimpiazzarvi si fa presto.»

Un sabato sera entrammo in un bar.

Lei indossava un paio di occhialoni con la montatura marrone e leggeva un libro, seduta da sola. Le consegnammo la lettera. Non ci mise molto a leggerla o forse finì solo il primo paragrafo perché ce la ridette subito. Infilò il libro in borsa, ci lanciò uno sguardo di ghiaccio e se ne andò. Ci guardammo attorno. Il barista ci fissava. Andammo a un tavolo. C’era Lei seduta davanti a Lei. Provammo a darle la lettera, ma rifiutò di prenderla. Mentre la imploravamo, con discrezione, il barista afferrò la lettera e cominciò a leggerla. A metà, sorrise. Arrivato in fondo disse sottovoce: «Vi aiuto io.»

E dopo urlò: «Ho un annuncio da fare! Un annuncio, sì!»

Allora tutti nel bar fissarono il barista. Ignari delle conseguenze, ci coprimmo il volto con le mani. E il barista attaccò a leggere: «Carissima Te... nella città in cui siamo cresciuti, Tu non c’eri. Ci hanno separato da Te ovunque e vietato ogni forma di comunicazione tra noi, e ti hanno obbligata a coprirti dalla testa ai piedi al punto che non ricordiamo di avere mai visto il tuo volto. Perciò, come puoi ben capire, non c’è mai stato modo di conoscerti né di parlare con Te. E lo stesso vale per i nostri desideri di toccarti o baciarti, di amarti o di fare l’amore con Te…»

Un ubriaco infierì: «Siete dei poveracci!»

La maggior parte della gente ci fissava e alcuni risero, ma il barista li zittì. «Ssst!» e riprese. «Sai, carissima Te, il concetto di amore non esisteva nella città in cui siamo cresciuti e le autorità hanno esercitato ogni loro potere per impedirci di amare Te. Ma, raggiunta una certa età, il dolore per non poterti amare o non essere amati da Te è risalito lentamente dai nostri cuori alle nostre gole e da lì, ogni volta che ci arriva in bocca, ci fa urlare: «Aaaaaaaaaaaaaah!» Abbiamo provato a resistere. Ma ci hanno avvisati che a chi viene beccato a resistere, tocca la prigionia, la tortura o tutte e due, e per chi viene sorpreso nell’atto di amare, c’è il plotone di esecuzione. Abbiamo sentito parlare di pochi fortunati che si innamorano e poi spariscono. Ma ci siamo ribellati lo stesso. Siamo entrati in un’associazione segreta chiamata Sda, il Sindacato dei Diritti dell’Amore. La prima missione dello Sda era trovare Te. Una Te disposta ad amare e a essere amata. Lo Sda poi ti metteva in contatto con uno dei suoi membri, per farvi incontrare in un luogo segreto e clandestino. Dopo due anni che eravamo dentro, quando avevamo conquistato i primi posti nella lista d’attesa, l’organizzazione è stata scoperta e sgominata dai servizi segreti. I capi sono stati catturati, torturati e imprigionati fino a data da definire e tutti i membri sono diventati dei ricercati. E a quel punto abbiamo deciso di cercarti in un altro paese. Il nostro viaggio è stato lungo e accidentato, pieno di insidie e pericoli. Ma tutto questo adesso non importa, perché siamo qui per amarti e cercare rifugio nel tuo letto. E se non sarà possibile vivere nel tuo letto, allora ti preghiamo, lasciacelo visitare almeno una volta…»

Il barista finì di leggere. Ci guardammo attorno. Alcuni parlottavano, forse discutevano della nostra situazione. Lei stringeva la mano del suo uomo e ci lanciava occhiate compassionevoli, alternate a sguardi indifferenti. Vedemmo uomini sorridere, o forse ridevano, ma non ci importava. Poi Lei ci venne incontro e passò oltre, senza toglierci gli occhi di dosso. Noi sorridemmo, ma Lei no. Continuò solo a fissarci. Non capimmo il significato di quello sguardo. E quando fummo sul punto di uscire, il barista ci urlò: «Prendetevi una birra, offre la casa!»

«Aaaaaaaaahhhhh!!!!!» gli urlammo in faccia e ce la filammo.

Traduzione di Nausikaa Angelotti

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