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Tra maharaja e rituali indù

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Religione

Tra maharaja e rituali indù

Il maharaja del Chhokrapur, semireale staterello dell’India dissolto nell’attuale Repubblica, cerca un segretario inglese; oltre alla nazionalità e alla cultura inerente, il candidato non deve risiedere già in India – requisito comune invece a molti britannici dell’epoca – e assomigliare al vichingo Olaf, personaggio leggendario della Collana del vagabondo di Rider Haggard, narratore famosissimo fra l’800 e gli inizi del ’900. Con la sua richiesta, il sovrano intende risalire alla «sorgente pura e incontaminata» dell’Englishism: J.R. Ackerley accetta, conoscendo dell’India poco più della forma simile a quella «di un Cervino capovolto; rosa perché lo governavamo noi».

L’affermazione è emblematica della prospettiva di Vacanza indù. Un diario indiano, recentemente uscito per Adelphi, che continua anche in questo modo originale a mostrare la sua attenzione, davvero condivisibile, per l’India. Prospettiva, quella dell’autore, dettata dal superiore distacco (e dalla superiore sicumera) anglosassone. Questa da una parte non sempre permette ad Ackerley di capire concretamente la realtà che ha di fronte; dall’altra, però, favorendo un’obiettività precisa e vagamente ironica fa del libro un documento prezioso, e molto vivace, dell’India reale al tramonto della colonizzazione. E bisogna dare atto all’autore, oltre che della scrittura affascinante e disincantata, della singolare veridicità ed esattezza, anche terminologica, a proposito della complicatissima società e cultura indiana: carattere davvero raro in un viaggiatore e non-specialista, che per di più si è fermato in India solo quattro mesi e mezzo circa.

I personaggi protagonisti del diario sono imperdibili – e incredibili se non per chi abbia una conoscenza del mondo indiano diretta e non distorta, né dalla repulsione né dalla passione ottusa. A partire dal maharaja, figuretta sghemba “bizzarra e irreale” talora toccabile e talora no, a seconda dello stato o meno di purezza rituale, ansioso di vedere durante un lungo viaggio in auto almeno una mangusta (in quanto considerata portafortuna), come pure di «erigere una villa greca dove, avvolto in una toga, tenere simposi con i suoi amici europei e i suoi dèi indù» una villa – proclama trionfante a un architetto inglese suo ospite «Come il Partenone!... e poi con voce più fioca: Che cos’è il Partenone?». Fra le passioni del sovrano in prima fila è la discussione sulle questioni religiose ultime, come in questo folgorante scambio di battute, inaugurato senza preliminari, con Miss Potter, «una missionaria arrivata da chissà dove»: «Miss Potter: dov’è Dio?» – «Egli è dovunque» risponde Miss Potter con dignità – «Ma, cara signorina» – esclamò Sua Altezza, piazzandosi saldamente su una sedia – a me cosa ne viene? Se è permesso a chi scrive il ricorso alla sua esperienza diretta, dopo decenni di studi e soprattutto lunghi soggiorni in India, pochi episodi possono essere indicativi come questo di quello straordinario miscuglio di fede ardente e di pratico cinismo che contraddistingue l’antropologia induista (e che ha ragioni storico-culturali bene individuabili).

Al polo opposto del maharaja si colloca Abdul Haq, musulmano, insegnante di hindi di Mr. Ackerley, tetro seccatore e arrampicatore ansioso di riconoscimenti, di confidenze e soprattutto di quattrini e favori da parte del prestigioso allievo inglese; il tutto richiesto un po’ untuosamente ma con pervicace insistenza «in toni sommessi e dolenti, le mani strette in grembo, gli occhi bassi, la testa un po’ inclinata di lato, il mento ritratto». Seppure in condizione sociale e culturale incomparabile con quella di Abdul, a sua volta infelice è il Primo Ministro, «gravato dall’onta di aver mangiato con i suoi nipoti» che, essendo stati educati in Inghilterra, avevano presumibilmente mangiato carne, o quanto meno «mangiato insieme a gente che mangiava carne»!

La galleria si completa con vari altri personaggi di diverso rango, segretari, valletti, servitori colti nel quotidiano, mentre non sono esclusi alcuni ospiti occidentali di passaggio con le loro consorti, ritratti da Ackerley con non minore ironica penetrazione. Pochi, o pochissimi, i momenti di commozione reale e, come si accennava in apertura, di comprensione della sostanza profonda della civiltà indiana; ma certo il libro rappresenta una collezione di schegge scintillanti per intelligenza psicologica e capacità di tratteggiare in maniera indimenticabile personalità, abiti, situazioni. Un valore aggiunto, tutt’altro che secondario ai miei occhi: la straordinaria copertina, con un bufalo “rosso India” che caracolla su fondo blu scurissimo, riprendendo quello dell’edizione originale dell’opera, pubblicata a Londra nel 1932 da Chatto e Windus.

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