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Nobilissimo Stipo Borghese

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LA MAGNIFICENZA DEI MOBILI

Nobilissimo Stipo Borghese

Di nobili proporzioni, questo mobile grandioso (cm. 178 inclusa la statuetta x 126 x 54), un caposaldo del tardo manierismo, si presenta come un edificio in miniatura o, se si vuole, come un magnifico oggetto ingigantito. È composto da tre piani, interamente ricoperto di pietre dure e diviso da due ordini di colonne rivestite di lapislazzuli, quattordici maggiori sul piano basso e dodici minori su quello mediano. L’impressione di fasto è messa in risalto dallo splendore cromatico delle pietre, dal blu intenso del lapislazzuli alla luce variopinta dei diaspri, bianco e rosso, rosso arancio, giallo reticolato. Agate, cornaline e altre pietre dure a macchie perlacee e di tonalità più chiare sono messe in risalto, al centro, da lastre di radica di ametista e, all’interno della nicchia, dal più bel diaspro giallo di Sicilia a me noto: questa parte dell’opera è particolarmente curata, con la volta e gli sportelli laterali decorati in bronzo dorato e l’impiantito intarsiato di ebano e avorio. L’intero mobile è ricco di altre rifiniture in bronzo e rame dorato, a cominciare dai tori e dai capitelli corinzi delle colonne, dalle tre coppie di volute, dalle sei cariatidi, dalle quattro figure femminili a tutto tondo – forse delle Virtù - e da due altre ancora adagiate sul timpano: tutte le statuette hanno le teste in argento. Alla sommità, un imperatore romano leggermente più grande -le fattezze ricordano quelle di Adriano o di Lucio Vero- conferisce un’aura patrizia alla sontuosa costruzione. Lo stemma sull’arco centrale è quello di Paolo V (Borghese, 1605-1621): si allude così anche alla relazione fra il potere terreno degli antichi imperatori e quello più spirituale del vicario di Cristo in terra.

Questo è il più importante stipo romano passato sul mercato in molti decenni. La sua storia era in parte nota ma è stata riproposta nel volume di Jervis e Dodd. Il mobile apparve il 4 luglio 1821 nell’asta di un anonimo Collector of Taste: nel catalogo Christie’s si specificava «this noble article is from the Borghese Palace». Venne acquistato, forse dopo l’asta, dal famoso negoziante londinese Edward Holmes Baldock che lo fece accomodare da Joel Wood a Londra nel 1824. Il 22 maggio di tre anni più tardi Baldock lo vendette a Giorgio IV. Il re lo destinò al Grand Corridor del Castello di Windsor dopo averlo fatto restaurare nel 1828 dai suoi ebanisti, Morel & Seddon. Lo Stipo Borghese rimase nelle collezioni reali inglesi fino al 1959, quando venne venduto assieme al tavolo parietale di gusto neoclassico che lo sostiene, forse commissionato da Baldock all’ebanista francese Alexandre-Louis Bellangé: il catalogo Christie’s del 2 ottobre si intitola «Property of H.M. Queen Mary, from Marlborough House».

Quanto si è finora scritto sulla provenienza Borghese è esatto. Il principe Camillo Borghese (1775-1832), a cui lo Stipo apparteneva in quanto capo della famiglia discendente da Paolo V, era un uomo ancora relativamente giovane e molto ricco: possedeva, pressochè intatti, tutti i palazzi e i beni Borghese a Roma e in molti altri luoghi, incluse le stupefacenti collezioni d’arte, eccezion fatta della maggior parte delle antichità classiche che aveva venduto – ma non gli furono mai del tutto saldate - alla Francia per volere di Napoleone. Don Camillo, dopo la caduta dell’Impero, andò a vivere a Firenze nel Palazzo Salviati Borghese lussuosamente ridecorato per l’occasione: le sue relazioni con Roma e col papato erano cordiali ma velate dal suo passato anticlericale. Il principe era un uomo famoso: aveva sposato nel 1803 Paolina, la sorella di Napoleone, divenendo cittadino francese e membro della famiglia Bonaparte col titolo di Altezza Imperiale. Suo fratello, erede e successore, Don Francesco Borghese Aldobrandini, viveva invece a Parigi in ottimi rapporti con la corte borbonica. Sono note le strette relazioni fra Luigi XVIII e Giorgio IV ed era perciò inconcepibile vendere in quell’epoca al Re d’Inghilterra un oggetto che vantava una provenienza Borghese se questa fosse stata falsa.

Ci si chiederà per quale motivo un uomo ricco e molto in vista si disfece di un mobile che oggi consideriamo un capolavoro. Non era così allora, i gusti mutano. Col Settecento iniziava quel che oggi chiamiamo Rococò e se vi è uno stile al quale le pietre dure non si addicono è proprio quello. Ci si avviava a un’epoca in cui la curva sembrava avere un totale sopravvento, così i pannelli litici a fondo scuro vennero relegati nei depositi, venduti, oppure nel migliore dei casi, come accadde in Francia, inviati al Museo del re (oggi detto Jardin des Plantes). E questo non tanto per motivi artistici quanto perché i grandi scienziati e i naturalisti come Buffon, li volevano quali esempi scelti di minerali e di pietre rare. Non deve dunque sorprendente se Giorgio IV acquistò lo Stipo Borghese e negli stessi anni un grande signore inglese, il Duca di Northumberland, comprò i due stipi eseguiti a Parigi nel 1683 dai lapicidi fiorentini dei Gobelins sotto la direzione di un altro italiano, Domenico Cucci. Erano stati fatti per Luigi XIV a Versailles ma Luigi XV decise di disfarsene a metà del Settecento. Si trovano ancora in Inghilterra e oggi, più di allora, si è consci della loro grande importanza storico artistica.

A Roma gli arredi intarsiati di sole pietre dure erano fatti da singole botteghe e sono rarissimi. A Firenze invece esisteva una sola ma straordinaria manifattura, la Galleria dei Lavori situata al primo piano degli Uffizi e appartenente ai granduchi – allo Stato cioè - che aveva incamerato enormi riserve di pietre rarissime comprate lungo decenni anche attraverso costose spedizioni in luoghi remoti. La fama dei lavori fiorentini è stata tale che si è finito spesso per dimenticare o confondere il contributo di Roma. Ciò fa ancora più inconsueto lo Stipo Borghese in cui ogni singolo elemento è in pietre silicee (chiamate in italiano pietre dure proprio per il carattere che le rende difficili da scalfire). Lo Stipo di Sisto V a Stourhead, in Inghilterra (di dimensioni simili ma un po’ più alto, cm 214 x 126 x 84), utilizza invece sia pietre silicee sia marmi colorati (definiti questi ultimi in italiano pietre tenere): sulla facciata le colonnette sono intagliate in diversi tipi di alabastro, cioè marmi; anche le fiancate del mobile, ovviamente meno visibili, sono intarsiate in marmi colorati con solo qualche dischetto di lapislazzuli e di agata. La scelta del materiale comporta notevoli differenze: le pietre dure sono rare e di dimensioni relativamente ridotte; segarle e lucidarle è molto difficile e dunque il loro costo è assai elevato. I marmi invece non presentano tutte queste difficoltà, persino i porfidi e i graniti richiedono una lavorazione meno complessa. Non è casuale che i documenti noti sugli artigiani che fabbricavano questo tipo di lavori non siano gli stessi: quelli che lavoravano le pietre dure o silicee erano per lo più orafi e gioiellieri mentre quelli che si occupavano di marmi o pietre tenere erano scalpellini o marmorari. Per cogliere la sostanziale diversità fra queste due operazioni tecniche si dirà che, a quanto io so, esistono solo cinque lavori eseguiti esclusivamente in pietre dure a Roma nel secolo XVI. Persino lo straordinario Tavolo Farnese, una volta nell’omonimo palazzo di Roma e oggi nel Metropolitan Museum di New York, è stato eseguito in marmi colorati solo con alcuni particolari in pietre dure. Oggi, forse a causa dei termini italiani che stabiliscono le differenze e possono prestarsi a confusioni in altre lingue, qualche volta si adopera erroneamente il termine pietre dure anche quando si parla di marmi colorati.

A rendere l’esame di questo genere di lavori assai complesso è l’assenza di una precisa cronologia: non abbiamo che pochissime date certe per i lavori di cui parliamo né quasi mai sappiamo il nome degli autori: persino il Tavolo Farnese è di data e autore incerti. Per lo Stipo di Sisto V (il mobile più vicino allo Stipo Borghese come aveva già notato S. S. Jervis ) non abbiamo una data incontrovertibile: è possibile anche se non probabile che esso sia stato fatto dopo gli anni del papato di Sisto V (1585-1590) ma l’indiscutibile vicinanza che lo lega al Tavolo di Filippo II del 1587 mi fa propendere per una datazione entro il 1590.

I due stipi papali non sono comunque del tutto simili. Strutturalmente lo Stipo di Sisto V è più slanciato di quello di Paolo V; i materiali e la scala cromatica scelti non sono gli stessi. Lo Stipo Borghese non può essere anteriore all’inizio del papato di Paolo V nel 1605; la sua sagoma e il suo tono appaiono meno graziosi ma più possenti. Le figure in bronzo e argento che lo decorano assumono un carattere più plastico e meno pittorico, più da scultore che da gioielliere. Dovremmo notare come la figura dell’imperatore in alto sia molto vicina a una scultura appartenuta a Cristina di Svezia, e oggi nel Museo del Prado: mi riferisco ad un lavoro in alabastro e bronzo dorato raffigurante Tiberio, riaccomodata all’inizio del Seicento con un torso antico e testa, mani e piedi in metallo dorato.

Nonostante non siano molti gli anni che separano i due stipi il loro carattere è diverso. Non solo il senso cromatico è mutato, prima più sontuoso, poi più cupo e meno minuzioso ma sono anche scomparsi i leggeri collarini con dischetti che si trovano sia nello Stipo più antico sia nel Tavolo di Filippo II. Le fiancate del primo Stipo sono, come si è detto, in marmi colorati, ma seppur meno lucide che se fossero di sole pietre dure, restano luminose e gaie. Coi nuovi tempi invece si è preferito eliminare i marmi delle fiancate che sono ora interamente impiallacciate di ebano e di palissandro, accentuando un senso più castigato anche se forse più solenne.

I cambiamenti continueranno lungo il Seicento e gli stipi diverranno meno alti, perdendo la tendenza ad essere edifici in miniatura. Quello della Galleria Colonna (di cui non abbiamo una data certa ma appare prudente ubicarlo nel terzo quarto del Seicento) tende, come altri mobili dello stesso genere anche se non necessariamente in pietre dure, a perdere in altezza ciò che guadagna in larghezza. In un certo senso ci si avvicina come modello ad una serie di stipi romani di forma rettangolare ma più piccoli: il cambiamento non si deve alle dimensioni ma ad un nuovo gusto che predilige forme più orizzontali che verticali.

Nel catalogo Treasures del 2015 è stata venduta una coppia di stipi provenienti da Castle Howard appartenuta a suo tempo ai Borghese. Sono piuttosto vicini come stile e come data allo Stipo di Paolo V qui discusso: attorno al 1620 ma è saggio indicare questa data con molta incertezza, potrebbero anche risalire al 1610. In quell’occasione ho fatto presente come durante la sua visita a Roma nel 1644 John Evelyn ricordò di aver visto diversi lavori in pietre dure appartenuti ai Borghese. Evelyn li credeva fiorentini come spesso accadeva a molti viaggiatori, fiorentini. Il 28 novembre il viaggiatore andò a visitare il Palazzo del Cardinal Borghese (e qui disse una cosa per un’altra poichè nel 1644 nessun Cardinale Borghese era vivo: quello più famoso, Scipione, il nipote di Paolo V, era deceduto nel 1633). L’edificio che Evelyn stava visitando era il Palazzo Borghese a Campo Marzio: «We were shown here a fine cabinet and tables of Florence work in stone». È molto probabile che il mobile visto da Evelyn fosse lo Stipo Borghese illustrato in queste pagine. I Borghese avevano molti altri stipi che io stesso ho già menzionato in altre occasioni ma non sarebbe stato ovvio definirle soltanto come opere in pietre dure poiché erano composte da molti altri ricchi materiali.

Dall’informazione d’archivio a noi nota si possono suggerire alcuni nomi di artigiani che potrebbero essere stati implicati nella costruzione dello Stipo Borghese, ed è bene indicare come questi artefici potevano avere diverse specializzazioni. Occorreva innanzitutto un architetto che desse il disegno d’insieme e, nella maggior parte dei casi, seguisse passo per passo l’esecuzione dell’opera. Toccava ad un falegname (joiner in inglese, menuisier in francese) iniziare la struttura lignea da cui dipendeva la costruzione generale e a cui doveva poggiarsi un ebanista che si occupava di impiallacciare di legni pregiati (in questo caso ebano e palissandro) la costruzione dell’intero mobile o di intagliare in ebano quei pezzi architettonici aggettanti come timpani e cornici. Un gruppo di lapicidi attendeva alle tarsie in pietre dure, e probabilmente un altro lapicida faceva le colonne di lapislazzuli; un fonditore o un “metallaro” provvedeva alle applicazioni in rame dorato (le volute sulla facciata) mentre per le opere più complesse, come le figure in bronzo e argento, occorrevano uno scultore e forse un argentiere. Era necessario infine che lo stesso ebanista, o un altro ancora, montasse le intere rifiniture e che un “chiavaro” fornisse l’occorrente per poter aprire e chiudere l’intero mobile. Sono sicuro che mancano altri artigiani come un ebanista specializzato quando c’erano lavori di altro tipo come l’impiantito in ebano e avorio della nicchia.

Abbiamo molti nomi di artisti e artigiani che durante il papato di Paolo V svolsero tutti questi mestieri; potremmo così fare dei suggerimenti che tali devono restare e che non vanno in modo alcuno considerati attribuzioni. Innocenzo Toscani era soprattutto un intagliatore di ebano, il nome ce lo fa credere italiano ma i più reputati ebanisti dell’epoca erano nordici. Le notizie su Hans Keller (detto in italiano Cheller o Chellero) a quanto sappiamo iniziano 1617, mentre nulla ci è noto prima del 1629 su quello che sarebbe un candidato ideale, l’ebanista tedesco Remigio Chilolz, morto nel 1661. Il fonditore e scultore Giacomo Laurenziani compare più volte nei conti di Paolo V, così come gli argentieri Tommaso Cortini e Martino Guizzardi. Pompeo Targone, fonditore, ingegnere e costruttore di oggetti squisiti ideò per la cappella Paolina in Santa Maria Maggiore, seguita con gran cura da Paolo V, delle colonne con lame di diaspro incastrate dentro regoli di metallo dorato, cosa non più veduta nemmeno dagli antichi romani («jasper veneers set between long narrow mouts of gilt metal, a thing never seen before not even by the ancient Romans»). Un ebanista che potrebbe, forse ancora meglio, fare al caso nostro è il fiammingo Giovanni van Santen (noto in Italia come Vasanzio): nella sua bottega di via Giulia (1606) fece stipi d’ebano decorati di gioie. In seguito, dal 1613 fino alla morte nel 1621, fu architetto dei Borghese. Ma purtroppo non abbiamo alcuna pietra di paragone che ci consenta di attribuire a Vasanzio o a Targone con convinzione nulla di quanto qui ci riguarda (per quanto la tecnica usata per le piccole colonne in lapislazzuli dello Stipo Borghese sia la stessa che aveva reso famoso Targone per quelle colonne grandissime della Cappella Paolina).

Una possibilità, anzi una certezza, sulla provenienza riguarda gli eccezionali diaspri che splendono sulla facciata dello Stipo di Paolo V. Ci è noto il nome di Antonio Del Drago che i documenti dicono nel 1608 custode delle pietre dure del Papa. In quello stesso anno egli ricevette una fornitura di diaspri per la Cappella Paolina portata da Giovanni Geri che doveva essere un negoziante di pietre poiché vendette direttamente dei diaspri per la Cappella in un’altra occasione nello stesso 1608. Nel 1612 Del Drago tassa i conti dell’ottonaro Fiochino (Fiochino potrebbe essere un nome utile per alcune rifiniture metalliche dello Stipo). Nel 1610 un principe siciliano invia dei diaspri per la Cappella del Papa e nel 1612 Francesco Cechone sega dei marmi per lo stesso edificio (il documento dice marmi, non pietre dure, però). I diaspri siciliani sono comunque di una certa importanza se nel 1610 l’amministrazione papale fece donare 25 scudi «alli marinari che han portato li diaspri di Sicilia». Da Venezia invece arrivano in un paio di occasioni dei lapislazzuli acquistati da Giovanni Battista Bolognetti nel 1609 o nel 1610. Queste pietre semipreziose, a quanto dicono i documenti, erano destinate alla Cappella del Papa a Santa Maria Maggiore: ma sotto Paolo V quel che era del Papa apparteneva di diritto a lui, l’eletto da Dio.

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