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Quell’Italia un po’ svedese

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Letteratura

Quell’Italia un po’ svedese

Mecenate.   Adriano Olivetti davanti alla Ico, 1959 ca.(courtesy archivio Fondazione A. Olivetti)
Mecenate. Adriano Olivetti davanti alla Ico, 1959 ca.(courtesy archivio Fondazione A. Olivetti)

Per certi argomenti la cosa migliore è affidarsi a un’immagine. Trovarla, prenderla e lasciarla parlare. Farle un po’ di spazio intorno, in modo che tutti la possano vedere, e perché no, tornarci dopo qualche pagina, come accade talvolta in un museo quando, tra i tanti quadri che hai visto, ce n’è uno in particolare che ti ha colpito e che ricorderai.

Adriano Olivetti, con il suo coraggioso tentativo di trasformare il Paese Italia, ha tutte le caratteristiche per rientrare in questo tipo di storie. Perché è stato troppe cose e tutte insieme, e di fronte a un mondo così pieno il lettore rischia di perdersi e di fare la fine di un pugile suonato, tramortito dalla valanga di informazioni che gli stanno per arrivare addosso.

Giuseppe Lupo conosce come pochi il fantastico mondo di Adriano. E lo si capisce subito dal modo in cui si muove tra i cento autori citati e le molte discussioni che affronta sui temi più disparati. Del resto, Olivetti è stato tutto questo. Un industriale che ha prodotto idee e oggetti, bellezza e armonia, ordine e razionalità (come qualche anno fa ci ha insegnato la bella mostra che si è tenuta a Torino: Olivetti. Una bella società, a cura di Manolo De Giorgi e Enrico Morteo, Allemandi Editore).

Il suo progetto di fabbrica e comunità, che è la rivisitazione e l’aggiornamento della città ideale del Rinascimento, giustifica appieno un approccio di questo tipo. Con il rischio però che dicevo all’inizio: che questo mondo troppo pieno diventi un vortice dove architettura, urbanistica, sociologia, economia, filosofia della religione, comunicazione pubblicitaria, organizzazione industriale e organizzazione politica producano un senso di vertigine. In certe parti – soprattutto quando esamina le pubblicazioni delle Edizioni di Comunità e i saggi usciti sull’omonima rivista – anche Lupo si lascia prendere la mano da questa visione fortemente enciclopedica, tanto che ci conduce con grande erudizione in un vero e proprio “tour olivettiano”. Poi però riesce a trovare una giusta distanza e in poche frasi prova a dirci cosa è stato quello che lui definisce il progetto utopico di Adriano (ma davvero è da collocare sotto il segno nobile e siderale dell’utopia?). Come questa, ad esempio: «La civiltà industriale, che Olivetti comincia a disegnare negli anni Trenta e in cui continua a credere anche nel dopoguerra, è una realtà dove la religione del lavoro si sposa con il valore della persona umana, anzi si fa strumento per il suo completamento interiore, lasciando presagire quella lunga e complessa riflessione sulle vocazioni, che avrebbe liberato chi sta in fabbrica dall’alienazione delle macchine». È un passaggio denso, dove sono tracciate le coordinate della sua idea di universo: persona umana, religione del lavoro, vocazione, alienazione, libertà. E che richiama in modo calzante il primo discorso tenuto da Adriano ai lavoratori d’Ivrea subito dopo la guerra (giugno 1945), e oggi attualissimo: «Cosa faremo? Tutto si riassume in un solo pensiero, in un solo insegnamento: saremo condotti da valori spirituali. Questi sono valori eterni, seguendo questi i beni materiali sorgeranno da sé senza che noi li ricerchiamo» (il Discorso si può leggere integralmente in Fabbrica e comunità. Scritti autobiografici, a cura di Alberto Saibene, Edizioni dell’asino). In queste parole risiede tutta la forza del suo progetto “aziendale” per la costruzione di una nuova società politica e civile. E che non nasce per aggiustamenti successivi e approssimazioni empiriche, ma da idee guida che trovano nel contesto familiare dei punti di sostegno insostituibili: il padre Camillo, imprenditore pioniere che fonda la prima fabbrica italiana di macchine per scrivere, d’origine ebraica, e la madre, Luisa Revel, d’origine valdese. Padre e madre, che stanno tra loro come industria e morale, ovvero – come osservò Guido Piovene nel suo indimenticabile Viaggio in Italia (1957) – una «industria morale», e «ciascuna delle due parole ha il medesimo peso».

L’immagine-bussola che Lupo ci regala appartiene a uno dei primi poeti-letterati di cui l’Ingegnere amò circondarsi per dare vita al suo programma. «La morte di Adriano Olivetti, nel nostro ambito, fu una sciagura tanto quanto la morte di Kennedy». A scrivere, nel 1965, cinque anni dopo la sua improvvisa scomparsa, è Leonardo Sinisgalli, che tra il 1938 e il 1940 era a capo dell’Ufficio Tecnico di Pubblicità. E il paragone resta bene impresso, attraversato com’è da un senso di vuoto e perdita di speranza difficilmente colmabile. Sinisgalli, Libero Bigiaretti, Giancarlo Buzzi, Franco Fortini, Giovanni Giudici, Ottiero Ottieri, Geno Pampaloni, Giorgio Soavi, Paolo Volponi facevano parte di quella piccola Atene che fu la cittadina del Canavese tra gli anni Quaranta e Sessanta. Anche altre aziende, come Pirelli o l’Eni, videro la partecipazione a vario livello di intellettuali. Con una differenza sostanziale però, che rende in qualche modo unica l’esperienza della fabbrica d’Ivrea. E cioè che «mentre in altre realtà lo scrittore o il poeta sono invitati a collaborare esclusivamente per ragioni dettate dalle competenze professionali (il suo ruolo, appunto, coincide con il profilo letterario), presso la Olivetti egli è chiamato a occuparsi di qualcosa che va oltre la letteratura». Ognuno di loro metteva in pratica il proprio talento, la propria scrittura e creatività, in campi molto distanti dalla letteratura, come la sociologia, l’economia, la pubblicità, il design.

«Un’Italia un po’ svedese». Così Italo Calvino definì la Olivetti, esprimendo alcune riserve – e molti silenzi – su quella che Giuseppe Lupo chiama «letteratura olivettiana». Che per Calvino (con la sola eccezione di Paolo Volponi) assomigliava più a un tipo di «kafkismo sociologico», appunto perché poneva al suo centro «un’azienda misteriosa e allegorica», oppure a un tipo di letteratura documentaria, certamente utile, ma spesso priva di una lingua originale sua propria.

Siamo di fronte a un arcipelago di testi poetici (come Lungodora di Libero Bigiaretti, Versi e poesie di Giacomo Noventa, L’officina di Franco Fortini) e di romanzi (Tempi stretti e Donnarumma all’assalto di Ottiero Ottieri, Memoriale di Paolo Volponi, L’amore mio italiano di Giancarlo Buzzi) che questo libro aiuta a capire meglio e ad apprezzare nelle loro differenze stilistiche e ideologiche. Una fra tutte: l’influenza degli scritti di Simone Weil su Ottieri. “Effetto Simone”, s’intitola il capitolo. Senza ovviamente dimenticare che la prima traduzione italiana della sua raccolta di appunti e saggi sul lavoro in fabbrica, La Condition ouvrière, avviene proprio in casa Olivetti ad opera di Franco Fortini.

Fa riflettere, infine, l’amara conclusione a cui giungeva Volponi nel 1994, nel suo dialogo con Francesco Leonetti, e che Giuseppe Lupo pone quasi a suggello del libro: «Adriano faceva lavorare, in fabbrica, nella ricerca, e studiare l’organizzazione, la sociologia, l’urbanistica: si produceva una cultura, cioè, per un piano integrato di sviluppo, dove la funzione dell’intellettuale era quella dello studio e della critica. Diversamente da oggi gli intellettuali non miravano al potere servendolo e contemporaneamente investendosene, ma guardavano al potere per criticarlo, per svelarlo, per aiutarlo ad essere sempre più legittimo e fecondo».

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