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Capri si scoprì «alla moda»

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Arte

Capri si scoprì «alla moda»

Moda caprese. Qui sopra, pescatore di Capri in una cartolina dell’Ottocento
Moda caprese. Qui sopra, pescatore di Capri in una cartolina dell’Ottocento

Sembrava una giornata come tante, meravigliosa sullo sfondo dei faraglioni di Capri e delle bellezze immerse nelle acque azzurre della Canzone del Mare e della sua piscina. Ma a un tratto Emilio Pucci rialzò le punte di una camicia di taglio maschile che aveva appena fatto indossare a un’amica, e Toni Frissell, fotografa di moda americana, allieva di Cecil Beaton ed Edward Steichen, capì che quel semplice gesto, che infondeva al viso un’aria di regale e rilassata superiorità, avrebbe cambiato la storia dell’isola. Due punte rivolte al cielo, come la corolla di un fiore, come il verbo luxuriare, sbocciare, da cui deriva la parola lusso, e in un attimo tornava a splendere la natura doppia di Capri, scoglio di pescatori e imperatori, microcosmo di frugalità e opulenza.

Insieme a Toni Frissell, anche le lettrici americane capirono che quella foto segnava l’ingresso in un mondo diverso e si affrettarono a ordinare duecento camice uguali, come ricorda oggi Riccardo Esposito, autore del piacevolissimo volume Caprimoda. Protagonisti. Imprese. Eventi, pubblicato da La Conchiglia, casa editrice dedicata alla storia e alla cultura di Capri, di cui Esposito insieme alla moglie Ausilia Veneruso è fondatore e responsabile. Cosa emerge da queste belle pagine, ricche di fotografie, bozzetti, ritratti di celebrità italiane e internazionali, e naturalmente reportage di costume che registrano la mutazione dei corpi femminili, dai fianchi mediterranei del dopoguerra all’assottigliarsi nordico degli anni ’60? Emerge che la fotografia ha trasformato Capri da isola di moda a isola della moda, da luogo d’élite a prodotto consumabile anche altrove, e che il passaggio lento ma radicale ha avuto inizio alla fine dell’Ottocento attraverso la tipizzazione in formato cartolina degli abitanti, primo fra tutti il pescatore, piedi scalzi e pantaloni avvolti al ginocchio. Un po’ di pazienza e di spirito imprenditoriale, e quegli stessi pantaloni sarebbero diventati i Capri Pants.

Gli anni ’20 sono ancora troppo aristocratici ed eccentrici per immaginare che il taglio di una giacca o l’ampiezza di una veste dei primi famosi residenti, da Axel Munthe a Norman Douglas, da Romaine Brooks a Renata Borgatti, possa diventare il linguaggio di altri. Ma dieci anni dopo la fotografia di Diana Vreeland, direttrice di Bazaar e poi di Vogue, in pantaloncini a righe, top e sandali capresi suggerisce invece che l’eleganza dell’isola e del suo stile è contagiosa ed esportabile. Un caso se la Vreeland fosse ospite di Mona Williams, «the best dressed woman in the world» come l’aveva nominata nel 1933 una giuria composta da Chanel, Molyneaux, Vionnet, Lelong e Lanvin? Un caso, di nuovo, se la stessa Williams, protagonista di una canzone di Cole Porter e in seguito personaggio occulto di Truman Capote nel suo Answered Prayer, si fosse lasciata ritrarre proprio nella sua villa di Capri, Il Fortino, da Cecil Beaton?

I tempi sono maturi e uno dei primi ad avvertire il cambio di sguardo che sta per trasformare l’isola in una vetrina è Edwin Cerio, caprese, ingegnere navale in giro per il mondo, e di ritorno a Capri suo illuminato sindaco. E’ Cerio infatti negli anni ’30 ad avviare il progetto “La Tessitrice dell’Isola” e ad acquistare una serie di telai a mano che rilanciano ad Anacapri l’arte della tessitura, memoria dei tessitori capresi del ’400, già apprezzati dalla cortese aragonese. Ed è ancora Cerio nel dopoguerra a regalare gran parte di quegli stessi telai, rimasti inutilizzati, alla baronessa Clarette Gallotti, che aveva appreso in Etiopia l’arte della tessitura a mano e che rimasta vedova era tornata a Capri, avviando un laboratorio di sartoria “isolana”. Un servizio su Grazia del 1949 testimonia il successo dell’impresa e l’inizio di un nuovo capitolo.

Capri, che nel 1906 aveva ospitato Maksim Gor’kij e i futuri artefici della Rivoluzione d’ottobre, si dimostra ancora una volta disponibile alla creazione di mondi ideali, e con la stessa solarità assiste alla nascita di una seconda generazione di utopisti, gli stilisti, che dagli anni ’40 agli anni ’70 vestiranno un’altra ondata di ospiti, e molti sono gli americani che avevano scoperto l’isola ai tempi del rest camp sul finire della guerra. Ma proprio perché la guerra è ancora una memoria vivissima, l’isola impone una divisa o meglio impone di deporre gli abiti da città e di vestire i panni di un mondo diverso. Che cosa sono infatti le prime collezione di Emilio Pucci – all’epoca ancora “Emilio di Capri” perché la nobile famiglia fiorentina non voleva che il nome della casata si confondesse con un vile prodotto artigianale – se non una rilettura “a colori”, azzurro, viola lavanda, lilla glicine, e rosa, il famoso rosa Pucci, della leggendaria felicità isolana? E cosa sono i Capri Pants inventati nel 1948 da Sonja Lennart, prussiana fuggita a Monaco dopo la guerra, se non la citazione in chiave femminile dei vecchi pantaloni alla pescatora, amati da Audrey Hepburn, che li indosserà sul set di Sabrina, e dopo di lei da Marilyn Monroe, Kim Novak, Elizabeth Taylor, Sofia Loren, Grace Kelly e a Parigi da Juliette Greco? E cosa, se non la fotografia, dalla documentazione antropologica alla cronaca mondana, alla moda, riesce a unire tempi e destini lontani, di popolo e d’élite, proiettandoli su unico schermo fiabesco? Basta ammirare, per esempio, Palma Bucarelli in pantaloni alla pescatora tra le rovine di Villa Jovis nel 1946, e un attimo dopo ritrovare sulle pagine dei giornali le modelle vestite da La Parisienne, storica boutique in Piazzetta, anno di nascita 1906. E come se stessimo sfogliando una rivista di moda, ecco Curzio Malaparte in zabattiglio caprese, le tipiche scarpe di corda e tela, e poi Ingrid Bergman, modella di una camicia di Livio De Simone, titolo Ferragosto come il disegno di una spiaggia affollata dipinta dal pittore-stilista; e ancora Jackie Kennedy tra i sandali di Amedeo Canfora nel negozio di via Caramelle, fino a Veruschka che allunga i lacci di quegli stessi calzari e li annoda oltre il ginocchio. E pensare che qualche anno prima Palma Bucarelli, di nuovo lei, aveva fatto applicare ai lati dei suoi calzari capresi due alucce da Mercurio, forse per volare meglio ai vertici dell’arte italiana. E pensare che di tutto questo patrimonio di bellezza originale e di artigianato finissimo, nella Capri dei marchi internazionali, nella Capri vetrina di aliene eleganze, non esiste più traccia.

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