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Fondaco dei Tedeschi verso il futuro

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Arte

Fondaco dei Tedeschi verso il futuro

Grande recupero. Il Fondaco dei Tedeschi di Venezia, antico emporio delle merci acquistato nel 2008 dal Gruppo Benetton e riqualificato come moderno magazzino  dall’architetto Rem Koolhaas
Grande recupero. Il Fondaco dei Tedeschi di Venezia, antico emporio delle merci acquistato nel 2008 dal Gruppo Benetton e riqualificato come moderno magazzino dall’architetto Rem Koolhaas

«Shopping è sinonimo di modernizzazione: anzi l’atto fondamentale dell’urbanizzazione». Quando nel 2001 Rem Koolhaas pubblicizzò il suo manifesto sullo shopping come «l’ultima forma di attività pubblica» pensava a Las Vegas e Singapore. Da lì a Venezia la strada è lunga e gli è capitato di rimanere folgorato come Paolo sulla via di Damasco.

Così con la riapertura del Fondaco dei Tedeschi restituito alla sua originaria natura di monumentale contenitore di merci, l’architetto olandese ci ha dato un saggio di buone intenzioni applicate al riuso dell’edificio-feticcio che meglio riassume l’ambigua natura del mito di Venezia antimoderna, che oppone resistenza al nuovo per preservare l’apparenza di una identità consistente nel pretendere di rimanere sempre eguale a se stessa.

Dal XIII secolo la fabbrica di Rialto è stata per otto secoli un edificio chiave nella storia politica e istituzionale della Serenissima: la sua funzione era di ospitare e regolare il commercio di transito fra i paesi dell’Europa del Nord e il Levante. Attraverso le sue stanze - più che un edificio isolato era in realtà quasi una città nella città - passavano beni di prima necessità e di lusso, e l’entità sorprendente delle entrate ricavate dalla Repubblica esigeva un minuzioso controllo degli scambi, tanto da rendere l'edificio una sorta di cassaforte delle merci e di occhiuta centrale di spionaggio. La sua importanza era tale che quando nel 1505 subì un incendio, si decise di ricostruirlo in fretta e su una scala simbolica e monumentale senza precedenti. Oltre alla facciata, decorata da Giorgione e Tiziano, colpiva l’interno a corte con quattro piani di logge di magnificenza rinascimentale. Con la fine della Repubblica nel 1797, il Fondaco perse la sua funzione commerciale, e fu assorbito dal demanio, prima francese, poi austriaco e infine italiano, fino alla sua ultima destinazione a luogo di uffici e sede delle Poste. Il restauro del 1938 ne causò il radicale rifacimento con l’introduzione di una struttura di cemento in funzione di ossatura o camicia di forza per sorreggerlo e renderlo adatto all’uso di Palazzo delle Poste e dei Telegrafi. Arrivato malconcio ma ancora sostanzialmente integro allo scadere del XVIII secolo, fu così talmente rimaneggiato dai “restauri” successivi da diventare un simbolo di “ipervenezianità”. Il rifiuto del nuovo lo consegnava al destino di feticcio, che doveva esibire la maschera della continuità con la gloriosa stagione della Repubblica, piegando la storia a mera rappresentazione.

Nel 2008 , con la dismissione delle Poste, ha preso avvio la sua terza identità; acquistato dal gruppo Benetton per trasformarlo in un grande magazzino, il Fondaco è subito entrato nel dibattito cittadino e nazionale con la gravità di una questione che, già a metà dell’800, John Ruskin aveva lanciato nel suo influente Le pietre di Venezia. La risposta dell’inglese - il restauro è «la peggiore delle distruzioni» - era una lapidaria reazione al ripristino come contraffazione, ma già agli inizi del ’900 maturava in Italia una diversa consapevolezza, sintetizzata nella posizione di Gustavo Giovannoni: «Meglio un restauro non perfetto che privare le città del loro aspetto».

Il tema acquista una drammatica evidenza a Venezia dove l’immagine della città turistica ha finito col condizionare il traghetto nel XXI secolo: rifiutando esplicitamente il “nuovo” ma alimentando un’attività sotterranea di adeguamento e trasformazione che si serve della tecnica moderna e la camuffa nelle vesti di un eterno presente.

Oggi il Fondaco rinato si presenta come una grande piazza coperta dove i muri del ’500 coesistono a vista con i mattoni dell’800 e il cemento del ’900: uno spaccato archeologico commentato e tenuto assieme da pochi segni - l’unico vistoso la scala mobile che collega la piazza all’inedito belvedere sul tetto - che rivelano la strategia di un intervento per “sottrazione”. Un risultato sorprendente per l’irritante teorico dell’ipermodernità che solo qualche anno prima aveva dichiarato: «la conservazione che ci sta travolgendo è dominata dalla lobby dell’autenticità, dell’antichità e della bellezza: un concetto di conservazione in verità molto limitato».

Koolhaas non ha mai dismesso il tono saccente del profeta incompreso anche quando le sue teorie hanno il sapore latente della manipolazione e dell’eccessiva semplificazione. Bisogna però riconoscere - e forse lui stesso dovrebbe farlo pubblicamente - che il risultato che oggi rivendica come «una via d’uscita dalla star architecture» - con la conseguente necessità di fare un passo indietro rispetto alla prevaricazione usata in altri progetti come l’insostenibile ampliamento del Whitney di New York - in fondo era già stata indicata proprio a Venezia: nel 1964, con la Carta del restauro che sanciva il rispetto dell’autenticità dell’opera e quella che Boito aveva definito la «discriminazione moderna delle aggiunte»: cioè il mantenimento delle stratificazioni e la liceità dell’intervento del nuovo, purché compatibile con la natura dell’opera e chiaramente visibile come testimonianza della contemporaneità.

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