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Torna il vero «Furioso»

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Letteratura

Torna il vero «Furioso»

Ritratto d’artista. Ludovico Ariosto in un dipinto di Tiziano del 1510
Ritratto d’artista. Ludovico Ariosto in un dipinto di Tiziano del 1510

Abbiamo imparato da tempo che non sempre l’edizione definitiva di un’opera è migliore dei tentativi che l’hanno preceduta. Ormai diffidenti verso le “magnifiche sorti e progressive”, abbiamo adottato una visione pluralistica: le diverse stesure di un’opera sono appunto interessanti nella loro diversità, espressioni di un percorso magari accidentato, di momenti molteplici nella vita dell’autore, nella storia che sta vivendo. Il che non vuol dire, naturalmente, che di volta in volta una versione non ci possa piacere più o meno di un’altra, che non possiamo apprezzare l’impegno di revisione formale, e magari l’effettivo miglioramento che si è verificato.

L’Orlando furioso è, anche in questa ottica, un campo straordinario e inesauribile. Ed è buona cosa che, in occasione del V centenario dalla prima edizione del poema, un forte interesse si sia riacceso, anche a livello internazionale, intorno al testo e alla sua molteplice fortuna. Naturalmente i frutti più significativi nascono da un lungo lavoro: l’occasione del centenario serve a fare da coagulo, e a richiamare l’attenzione. È il caso dei due volumi, appena usciti da Einaudi, che offrono l’edizione del 1516 dell’Orlando Furioso, con una premessa e un ricco commento, curati da Tina Matarrese e da Marco Praloran. È appunto il frutto di un lungo lavoro. Marco Praloran, che al Furioso ha dedicato studi di straordinaria finezza, è purtroppo scomparso prematuramente nel 2011; i due volumi ci offrono ora i risultati del commento cui Marco aveva lavorato, fino al XIX canto, portato a compimento, insieme con l’edizione del testo, da Tina Matarrese.

Il primo Furioso è stato a lungo un testo rimosso dal nostro orizzonte: troppo forte, e diffusa in tutta Europa, è stata la fortuna della edizione definitiva (o almeno resa tale dalla morte del poeta), quella del 1532, in cui i canti erano diventati 46 da 40 che erano, la lingua era stata rivista secondo il canone ’nazionale’ e classicista consacrato dalle Prose del Bembo, e numerose aggiunte e revisioni erano state introdotte in modo da far dialogare il poema con i cambiamenti intervenuti nella politica estense e europea, nonché nel panorama culturale: un dialogo impegnativo e non sempre privo di difficili compromessi. Eppure quella prima versione era il frutto più maturo di una vocazione alla poesia che Ariosto individua come il proprio destino, tanto da difenderla contro chi ha cercato di soffocarla, di negarla, a cominciare dal padre e dal cardinal Ippolito. Le due figure vengono infatti associate, nelle satire, all’insegna della violenza tirannica, tanto da evocare un inquietante mito di castrazione nei confronti del padre, che dopo di lui aveva generato una numerosa progenie e con la sua morte aveva costretto il poeta a occuparsene:

Che s’al mio genitor, tosto che a Reggio

Daria mi partorì, facevo il giuoco,

che fè Saturno al suo ne l’alto seggio,

sì che di me sol fosse questo poco

ne lo qual dieci tra frati e serocchie

è bisognato che tutti abbian luoco,

la pazzia non avrei de le ranocchie

fatta già mai, d’ir procacciando a cui

scoprirmi il capo e piegar le ginocchia. (Satira III,13-21)

A differenza delle ranocchie della favola, che incautamente chiedono a Giove un nuovo signore, Ariosto però non si è fatto divorare, ha salvato il suo poema, gli ha dato la luce nel 1516, accompagnando con personale cura la stampa e la diffusione, non solo presso i signori della corte, ma anche presso il pubblico più ampio che la nuova realtà della stampa aveva contribuito a creare. Proprio a quella prima edizione dimenticata Cesare Segre aveva dedicato un giudizio entusiasta: vi possiamo cogliere, egli scriveva, «nel suo momento di freschezza vitale l’invenzione ariostesca», «una libertà, una gioia di esprimersi, una felicità che il totale impegno formale forse sacrificò in parte».

Siamo oggi in una situazione in certo senso privilegiata: vari studi hanno analizzato i cambiamenti intervenuti nelle diverse redazioni del testo; una edizione critica del Furioso del 1516 ha visto la luce a cura di Marco Dorigatti nel 2006 (ne abbiamo parlato su queste pagine il 4 marzo 2007) e una splendida analisi linguistica è stata pubblicata da Maurizio Vitale (Lingua padana e koinè cortigiana nella prima edizione dell’«Orlando Furioso», Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, 2012). Ora i due volumi einaudiani offrono un prezioso, nuovo strumento di lavoro, soprattutto grazie al commento ricco e puntuale. Vi troviamo pienamente acquisiti i nuovi risultati emersi dal lavoro critico di questi ultimi anni sulla memoria poetica di Ariosto, a cominciare dai suoi rapporti con Petrarca e con Dante; particolarmente valorizzata è la presenza di Boiardo, il precursore estense e ferrarese del Furioso, l’inizio nascosto di un poema che, come aveva scritto Calvino, non ha un inizio né una fine. Continua è pure l’attenzione alle caratteristiche di una lingua che conserva qualche gustoso tratto dialettale (mi piace qui ricordare almeno “canton” per “angoli” e “stracco” per “stanco”). «La prima redazione – scrive Tina Matarrese nella Introduzione - ci mostra una situazione ancora fluida, in cui l’uso cortigiano fa avvertire la sua presenza in un certo ibridismo tra latinismi, regionalismo e fiorentinismi. Ma la direzione va verso un superamento della instabilità e variabilità del volgare grazie anche al passaggio del testo in tipografia con le sue esigenze uniformanti». Le note danno via via conto delle scelte linguistiche e spesso le confrontano con quelle delle versioni successive del poema, del 1521 e del 1532. Abbiamo così la possibilità di vedere da vicino, nella sua unità e specificità, il testo del 1516 e insieme di proiettarlo, come in un caleidoscopio, nelle sue forme future. L’Indice delle parole e dei fenomeni linguistici annotati offre una puntuale mappa; di grande utilità è anche il commento che, alla fine di ogni canto, ne delinea i caratteri, ne dà una lettura critica.

Proprio perché questa opera vuole aiutare un pubblico vasto a riscoprire un libro a lungo dimenticato, ci sarebbe piaciuto che si fosse anche dato spazio appunto al libro, a come questo potente mezzo di comunicazione, allora relativamente recente, presentava il poema dell’Ariosto agli occhi dei suoi lettori. Penso alla lettera, firmata da Jacopo Sadoleto, in cui papa Leone X concedeva il privilegio di stampa per il poema. E soprattutto penso alla xilografia che a piena pagina accompagnava il testo, con l’immagine delle api e il motto Pro bono malum, a indicare l’ingratitudine di chi caccia col fuoco le api per impadronirsi del loro miele: una specie di amaro commento alla situazione in cui il poema era nato, un’immagine con cui Ariosto aveva voluto accompagnare l’uscita alla luce della sua opera.

Quella che abbiamo a disposizione è comunque un’opera meritoria, di grande impegno sia per gli autori che per l’editore. E anche per il lettore, che deve via via tagliare le pagine dei due volumi: un invito a prendersi tempo, per pensare e immaginare, che piacerebbe a chi, come Lamberto Maffei, ha elogiato la lentezza.

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