Domenica

Micol tra due mondi

  • Abbonati
  • Accedi
RILETTURA

Micol tra due mondi

Dominique Sanda è Micol Finzi Contini nel film di Vittorio De Sica
Dominique Sanda è Micol Finzi Contini nel film di Vittorio De Sica

La prima volta che ho incontrato Micol Finzi-Contini non ho capito nulla di lei. Ero molto giovane, direi che l’epoca era quella del mio quarto ginnasio, e Micol mi sembrò una di quelle ragazze belle ricche e inafferrabili di cui i maschi più sono respinti più si innamorano. (…) Poi, rileggendo da adulta Il giardino dei Finzi –Contini non feci più tanto caso a Micol: ero abbagliata dalla perfetta architettura del testo, dallo stile, dalla libertà narrativa di Bassani, dall’uso anomalo (testimone coinvolto, deuteragonista, narratore critico e distaccato) della prima persona, che fanno del romanzo un capolavoro e un picco del Novecento letterario italiano. Solo di recente, rileggendo una volta ancora quel libro, ho finalmente messo a fuoco Micol, e mi è apparsa molto diversa dal nostro primo incontro.

Come la manzoniana Lucia o la Pisana di Nievo, anche la giovane ebrea di Ferrara è una delle non molte figure femminili che hanno un posto di rilievo nella nostra letteratura, ma dico subito che è assai diversa dall’algida seduttrice incarnata da Dominique Sanda nel film che Vittorio De Sica ha tratto dal romanzo di Bassani, convenzionale belle dame sans merci dal tragico destino, che fa impazzire i suoi spasimanti. Nella Micol del libro nulla è convenzionale, neanche il modo in cui il narratore ce la presenta.

La voce narrante, il giovane ebreo ferrarese che racconta la storia, alter ego dello scrittore, è piuttosto reticente su di lei, ne parla molto ma, direi, per via indiziaria. Lungo tutto l’arco della narrazione non c’è un ritratto a tutto tondo di Micol: stabili in lei dalla adolescenza alla nascente maturità della giovinezza sono solo gli occhi azzurri e quei capelli biondi «striati di ciocche nordiche» della sua prima apparizione, nel giugno del ’29, che poi ricompaiono, ormai biondo cinerino, nell’ultima (1942, cioè un anno prima della deportazione nel campo nazista) al funerale del fratello Alberto, solo per un attimo dietro i vetri dell’auto di famiglia. In tutto il resto della storia Micol si dà per sottrazione, per instabilità, ma è proprio questo suo sottrarsi e questa sua mobilità che ne fanno la figura cardine del romanzo.(…) La ragazza non è un’antagonista amorosa del narratore, ma una guida. Ed è nel suo essere il contrario di una seduttrice – piuttosto una pedagoga, una magistra – che Micol spodesta il romanzo sentimentale che avrebbe potuto essere Il giardino dei Finzi-Contini e lo trasforma in un romanzo di formazione.

Fin dal suo primo manifestarsi a cavallo del muro di cinta del Barchetto del Duca, il vasto e rigoglioso terreno che circonda l’imponente casa Finzi-Contini , Micol è figura tra due mondi, tra una neutra esteriorità, quella in cui vive il giovane narratore, e un’interiorità, misteriosa come l’hortus conclusus in cui essa abita. Quando anni dopo, a causa delle leggi razziali, il club del tennis cittadino sarà vietato agli ebrei, Micol diventerà la guida effettiva del rito di passaggio all’età adulta che il narratore deve compiere.

Bassani dedica spesso la sua attenzione ai diversi: Micol è figura di una diversità femminile in primo e originale luogo nella sua superiorità culturale sull’io narrante. L’oggetto della sua tesi è Emily Dickinson, la più claustrale delle poetesse; la sua stanza affianca la collezione dei lattimi, piccoli oggetti di vetro veneziani, agli scaffali della biblioteca, dove sono ordinati i libri inglesi e francesi, la letteratura italiana, e romanzi in traduzione, soprattutto russi. Questi sono gli elementi con cui Bassani delinea il suo ritratto di signora: non abiti, gioielli, pettinature. I vestiti di Micol sono i suoi libri, e dai libri trae ispirazione il suo modo di interloquire col mondo. (…) Ma Micol non è una solo una donna colta, ogni suo tratto ne rivela piuttosto la natura sfuggente, ma sfuggente appunto perché non corrisponde al disegno di una tradizionale iconografia femminile. (…) Si sottrae alle offerte amorose, come abitata da una sorta di castità mentale che è uno dei segni della sua diversità. All’invadenza amorosa del giovane narratore che si avventa sul suo corpo replica non in nome della pudicizia ma semplicemente della libertà: Non respiro, gli dice per toglierselo di dosso.

C’è una lontananza in Micol che la rende molto diversa dalle figure dell’immaginario – e dell’immaginario letterario – italiano. Né seduttrice né sedotta, né fedele né infedele, né gelosa né disposta a farsi succuba della gelosia. L’amore, spiega all’attonito e deluso spasimante, è uno sport molto più crudele del tennis, un affrontamento: dunque è parte di una parità amorosamente atletica, di una tenzone cavalleresca tra due contendenti, dove non c’è spazio per gli stereotipi della complementarità tra uomo e donna, tra passività e attività. (…) Come scaturita da un archetipo di virgo sapiens oppone all’ottusità e anche alla crudeltà del mondo un’ironia che non è solo un’arma di difesa: spesso, invece, anche una chiave interpretativa (per esempio, quando racconta come il professore di tedesco filonazista si sia opposto brutalmente all’attribuzione della lode accanto al centodieci della sua tesi di laurea, e come lei abbia dovuto rispondere al goffo e mortificato saluto romano del professore d’inglese con una noncurante e beffarda alzata del braccio). Ma l’ironia per Micol non serve solo a desacralizzare, è piuttosto un modo di preservare la verità e l’integrità della vita. L’integrità per la sempre sorprendente Micol è la possibilità di essere se stessa, schivando ogni ostacolo, siano attese sociali, siano attese amorose. (…)

In un dialogo col narratore Micol cita il racconto di Melville, Bartleby lo scrivano, e dopo aver accusato di conformismo il ragazzo sempre spaesato di fronte a lei, prende una un’esplicita posizione, esaltando in quel personaggio «l’inalienabile diritto di ogni essere umano alla non-collaborazione». Cioè, chiosa il narratore, alla libertà. Quella di Micol è però più di una posizione politica, è qualcosa che ha a vedere con una resistenza interiore, con una irriducibilità profonda: Micol è l’eroina della differenza individuale.

Questo intervento è stato letto
la settimana scorsa durante un convegno organizzato dalla British Library e dall’Istituto italiano di cultura di Londra in occasione del centenario della nascita di Bassani e di una nuova edizione delle sue Storie ferraresi nei Penguin classi
cs

© Riproduzione riservata