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Il bel Cardinal donato

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Il bel Cardinal donato

Legami di sangue.  Pietro da Cortona, «Ritratto del Cardinal Giulio Sacchetti» (1626). Il dipinto  -  donato alla Galleria Borghese di Roma da Giulio e Giovanna Sacchetti -  è stato riaccostato al «Ritratto di Marcello  Sacchetti»
Legami di sangue. Pietro da Cortona, «Ritratto del Cardinal Giulio Sacchetti» (1626). Il dipinto - donato alla Galleria Borghese di Roma da Giulio e Giovanna Sacchetti - è stato riaccostato al «Ritratto di Marcello Sacchetti»

Da qualche giorno è arrivato al Museo di Villa Borghese un quadro importante. Si tratta di un ritratto del Cardinal Giulio Sacchetti, opera di Pietro da Cortona (1596-1669 ) che dovrebbe risalire attorno al 1626, quando il Cardinale venne nominato a quell’alta carica da Urbano VIII. Il dono è stato fatto dalla Fondazione Giulio e Giovanna Sacchetti, famiglia alla quale il dipinto apparteneva fin da quando venne fatto. È anche un gesto di grande attenzione storica poiché il dipinto si accompagnerà al ritratto del fratello del Cardinale, quello del capo famiglia dell’epoca, il Marchese Marcello Sacchetti, di pochi anni più anziano e che si occupava degli affari di famiglia e dell’amministrazione finanziaria del Vaticano. I fratelli erano fiorentini e ricchissimi, così come Urbano VIII (Barberini, 1623-1644). Sia i Barberini che i Sacchetti già risiedevano a Roma dal Cinquecento e facevano parte di quel gruppo di toscani che contavano non poco nell’Urbe e che raggiunsero grande potere col nuovo papato. Non molti anni dopo il Cardinal Giulio acquistò un palazzo vicino a San Giovanni dei Fiorentini, chiesa nazionale dei toscani, nella quale i Sacchetti avevano un’importante cappella adorna di opere d’arte di prim’ordine. Il palazzo, la cui costruzione fu iniziata da Antonio da Sangallo a cui era appartenuto, era poi passato al Cardinal Giovanni Ricci, toscano anche lui, di Montepulciano, e uomo di grande potere, in buone relazioni con Filippo II e il Re di Portogallo. Venne acquistato dal Cardinal Giulio quando lo si pensò papabile.

I caratteri dei due fratelli erano diversi. Il Cardinale era un politico, versato negli affari di stato ed ebbe nella Chiesa una carriera fortunata guidando due missioni di grande peso, la prima alla corte di Francia e la seconda in Spagna. Fu a Madrid che ricevette dal Papa la porpora e dai reali due loro ritratti eseguiti nella bottega di Velázquez. Con quei quadri arrivarono a Roma le prime timide avvisaglie del più geniale pittore del Seicento.

Marcello diresse la banca di famiglia ma era anche poeta e particolarmente interessato alle arti, inclinazioni che lo legarono al Papa di cui fu forse il miglior amico. Ai tempi suoi Marcello era considerato uno dei grandi conoscitori di pittura della città: radunò una raccolta di dipinti di grande gusto e novità. Fu, ad esempio il primo protettore di Nicolas Poussin. Ma il suo nome è soprattutto associato a quello di Pietro da Cortona di cui riconobbe – così almeno racconta la cronaca - il talento attraverso una copia della Galatea di Raffaello (ancora esistente all’Accademia di San Luca). L’Italia è stata sempre un paese campanilistico: quando Marcello seppe che l’autore della bella copia era toscano volle subito conoscerlo e protesse sempre la sua carriera che, grazie a lui, fu estremamente fortunata. Pietro ebbe non solo moltissime commissioni dalla famiglia ma, ciò che conta di più, dal Papa e dalla Chiesa. Per i Sacchetti dipinse più di quindici quadri e affrescò una delle più belle ville di Roma, quella a Castelfusano (passata poi ai Chigi) e buona parte della chiesa di Santa Bibiana. Grazie a loro il pittore ebbe il benvolere di Urbano VIII e queste operazioni culminano in uno dei più grandiosi affreschi di Roma, la volta di Palazzo Barberini, iniziata poco dopo il 1630. Qualche anno più tardi fu il Cardinal Giulio a portare col suo seguito a Firenze il “pittore di casa” che presentò al Granduca Ferdinando II. Fu un trionfo e forse gli affreschi più belli se non i più grandiosi di Pietro sono quelli che ornano, squisiti, Palazzo Pitti.

Uno dei grandi storici dell’arte dei nostri tempi, Francis Haskell, ha saputo spiegare le qualità che ci fanno amare il Cortona: «Pietro sapeva dare un caldo senso di vita ai suoi sogni del passato, e sapeva ricreare l’atmosfera degli antichi miti evitando la freddezza di un artista classico... nessun pittore dopo Annibale Carracci aveva rievocato con tanta freschezza e nello stesso tempo con tanto senso di serietà e grandezza le favole dell’antica Roma nelle grandi tele dipinte per i Sacchetti».

I dipinti dell’antica collezione sono la colonna vertebrale della Pinacoteca Capitolina alla quale vennero ceduti a metà Settecento. Ora, come abbiamo detto, i due ritratti migliori fatti da Pietro da Cortona sono a Villa Borghese. Due raffigurazioni molto diverse, quella di Marcello è una visione romantica di un uomo delicato, elusivo, giocata in tonalità scure come si confaceva ad uno spirito portato verso l’arte e la contemplazione. Il Cardinale, più freddo, lo sguardo inquisitivo, appena ironico, impostato su una gamma di rossi iridescenti. Ambedue in sintonia col fare di van Dyck, soprattutto nelle mani posate con eleganza non casuale sui tavolini e coi fazzoletti candidi: aggrovigliato nella sinistra di Marcello e tenuto ad arte in quella di Giulio. Sono due nature diverse ma studiate in queste tele meravigliose, per completarsi a vicenda. È plausibile, come è stato suggerito da Tomaso Montanari, che essi componessero un trittico ideale con l’effige di Urbano VIII dai fratelli stessi commissionata e oggi nella Pinacoteca Capitolina.

I due ritratti si ricongiungono ora dopo quasi due secoli. La separazione non è del tutto chiara: non è nota la ragione per cui il ritratto di Marcello Sacchetti si trova almeno dal 1833 nella collezione Borghese. Ovviamente ciò si scoprirà negli sterminati fondi dell’Archivio Borghese così come prima o poi sapremo da dove provengono i due affreschi staccati di Pietro da Cortona che sono le sole sue opere rimaste a Palazzo Sacchetti. Ipotesi ce ne sono diverse ma nessuna certezza.

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