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Ridere con gli umili e i battuti

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Teatro

Ridere con gli umili e i battuti

Compagni di una vita. Dario Fo e Franca Rame,    sposi dal 1954
Compagni di una vita. Dario Fo e Franca Rame, sposi dal 1954

Sicuramente è stato uno dei suoi spettacoli più riusciti, ma contrariamente alle sue convinzioni e ai suoi gusti, eseguito soltanto davanti a un consesso di scienziati e letterati capeggiati addirittura da un re. La cerimonia di consegna del Premio Nobel, il 13 ottobre del 1997, viene rovesciata da Dario Fo in una vera e propria esibizione, realizzata con la coscienza di offrire all’augusta sessione una sorta di concentrato dei modi e delle idealità di quell’arte per la quale veniva insignito della prestigiosa onorificenza. E dunque, prima di iniziare la sua prolusione Fo mostra dei grandi pannelli da lui dipinti che accompagneranno la sua dissertazione, dopodiché, mai tentato, neppure in quella circostanza, dalla retorica o dal sussiego, infila una seria di considerazioni giocate sul registro del comico e del provocatorio. Contra joculatores obloquentes intitola il discorso, riprendendo una legge di Federico II di Svevia, tutt’altro che aperto di vedute a dire dell’artista italiano, visto che, spiegherà: «La legge in questione permetteva a tutti i cittadini di insultare i giullari, di bastonarli e, se si era un po’ nervosi, anche di ammazzarli senza rischiare alcun processo con relativa condanna», aggiungendo per l’illustre uditorio: «Vi avverto subito che questa legge è decaduta e quindi posso continuare tranquillo».

Dunque, riferiva Fo, molti suoi amici avevano commentato: «Il premio più alto va dato senz’altro quest’anno ai Membri dell’Accademia svedese che hanno avuto il coraggio di assegnare il Nobel a un giullare!» . E utilizzando questo termine l’attore non voleva soltanto limitarsi a sottolineare la coraggiosa scelta di premiare un teatrante, forse più meritevole per la sua attività scenica a tutto campo che per la sola produzioni di testi, ma proprio manifestare il suo orgoglio di discendenza da quella schiera di artisti comici e popolari, schierati contro tutte le regole degli specchiati galatei della letteratura e del teatro più illustre. Un disegno a questo punto mostrava un poeta travolto da un turbine di vento provocato dalla tempestosa notizia del premio dato a una specie di saltimbanco. Ma proseguendo nella sua divertente elucubrazione, l’artista milanese ringraziava non tanto per sé ma per tutta la categoria alla quale si sentiva di appartenere. «Sopra tutti, questa sera- dirà, - a Voi si leva il grazie solenne e fragoroso di uno straordinario teatrante della mia terra. Sto parlando di Ruzzante Beolco, il mio più grande maestro insieme a Molière: entrambi attori-autori, entrambi sbeffeggiati dai sommi letterati del loro tempo. Disprezzati soprattutto perché portavano in scena il quotidiano, la gioia e la disperazione della gente comune, l’ipocrisia e la spocchia dei potenti, la costante ingiustizia. E soprattutto avevano un difetto tremendo: raccontavano queste cose facendo ridere. ll riso non piace al potere ». L’autore e interprete teatrale chiariva così in maniera definitiva tutto il percorso della sua vita, rivendicando l’impegno e la passione per un teatro che rispondesse a certe semplici leggi ormai scomparse dai palcoscenici italiani, un teatro che fosse allo stesso tempo divertente ma non superficiale, capace di raccontare il presente, teso a trasformare l’evento scenico in un momento di presa di coscienza politica, inventando (o reinventando) forme mimiche, gestuali, e verbali di forte impatto , puntando a una platea più popolare possibile. «Dal Ruzzante, - ribadiva Fo -, ho imparato a liberarmi della scrittura letteraria convenzionale e ad esprimermi con parole da masticare, con suoni inconsueti, ritmiche e respiri diversi, fino agli sproloqui folli del grammelot». E qui Fo svelava quella che è la caratteristica più sorprendente del suo lavoro, questo andare a scandagliare le antiche radici dell’arte comica per mettere in campo contemporaneamente innovazioni dal carattere sperimentale, ardite soluzioni tecniche e formali. L’altra dedica nel momento in cui gli veniva conferita la prestigiosa onorificenza, era per Franca Rame, assente alla cerimonia. «Credetemi - aggiungeva -, questo premio l’avete proprio dato a tutti e due», prendendo da qui lo spunto per dar vita a una spiritosa scenetta secondo cui nel momento in cui si era sparsa la notizia del Nobel molta gente gli si era fatta intorno, ma tutti gridavano «Dov’è Franca?». Ci teneva poi a ricordare che quel successo era dovuto a un impegno pagato in modo pesante . «Senza di lei per una vita al mio fianco - aggiungeva - personalmente non ce l’avrei mai fatta a meritare questo premio. Insieme abbiamo montato e recitato migliaia di spettacoli in teatri, fabbriche occupate, università in lotta, perfino in chiese sconsacrate, in carceri, in piazza col sole e la pioggia, sempre insieme. Abbiamo sopportato vessazioni, cariche della polizia, insulti dei benpensanti e le violenze. E soprattutto è lei, Franca, che ha subito la più atroce delle aggressioni. Lei, più di tutti, sulla sua pelle, ha pagato per la solidarietà che davamo agli umili e ai battuti». Impegno, dunque, coscienza civile, un teatro di agitazione che vuole parlare, attraverso i suoi strumenti ironici o grotteschi, delle ferite, dei disagi, dei soprusi della realtà di oggi e che può trovarsi di fronte persino all’aggressione. E proprio perché quell’azione teatrale ha sempre avuto l’intenzione di lasciare un segno, di trasmettere, anche ai giovani, la possibilità di uno sguardo critico e consapevole sulle cose Fo riproponeva un interrogativo che si era posto insieme alla sua compagna di arte e di vita. «Ma quando noi insegneremo un mestiere, daremo una carica effervescente di fantasia, poi a che cosa servirà, dove verrà portata questa fantasia, questa vitalità, questo entusiasmo, questo mestiere? A che scopo e verso cosa far proiettare vitalità e fantasia?». È l’unico momento del discorso in cui il tono del grande artista si fa serio, con l’amarezza di aver raccontato episodi clamorosi di violenze e soprusi davanti a gruppi di universitari ignari e inconsapevoli, attribuendo però quell’“assenza distratta” all’incapacità dei loro docenti. E, sempre pensando ai giovani, il neo premio Nobel chiudeva con una frase che oggi sembra l’ideale suggello alla sua vita: «Non basta insegnare uno stile: bisogna informarli di quello che succede intorno. Loro devono raccontare la loro storia. Un teatro, una letteratura, una espressione d’arte che non parli del proprio tempo è inesistente».

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