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Se il luogo coincide col viaggio

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e la nave va

Se il luogo coincide col viaggio

Nuovomondo. Un’immagine del film  di  Emanuele Crialese (2006)
Nuovomondo. Un’immagine del film di Emanuele Crialese (2006)

Fino a non molti anni fa, il viaggio per nave si è potuto considerare – è il caso di dire – un relitto del passato. Già nel 1950 la scelta della Nazionale di calcio – unica a quei Mondiali – di affrontare la lunga trasferta in Brasile in nave, anziché in aereo, veniva considerata anacronistica. Oggi in nave non si viaggia, si villeggia.

La nostra non è epoca di traversate, bensì di crociere; e la nave è un albergo, o meglio un villaggio-vacanze, galleggiante (come quelli, mostruosi, incombenti su Venezia nelle foto di Gianni Berengo Gardin, censurate l'anno scorso a Palazzo Ducale). Le circostanze, futili ancorché tremende, del naufragio della Costa Concordia all’Isola del Giglio, quattro anni fa, lo rendono – per oltranza allegorica – una replica farsesca di quello tragico del Titanic, di esattamente un secolo prima.

Nel 1969, scrivendo da Cuba, Hans-Magnus Enzensberger faceva appunto de La Fine del Titanic un travolgente apologo sulla fine dell’idea di rivoluzione e, dunque, sulla «fine della storia» (formula che, di lì a qualche anno, si prenderà a ripetere con petulante insistenza): sull’esaurirsi cioè di quella concezione del mondo secondo la quale qualcosa, più o meno traumaticamente, può finire (e, dunque, anche ricominciare – magari su presupposti differenti). L’imagery politica della Nave-Stato, che da Eschilo trasmigra in Platone e nella «nera nave nella tempesta» di Alceo – allegoria di Mitilene in rovina – ha nell’Odissea la sua prima origine: se è vero che il termine «governare» attiene lì, appunto, al lessico marinaro (ce lo ricorda Giuseppe Cambiano in Come nave in tempesta. Il governo della città in Platone e Aristotele, Laterza, pagg. IX-260, € 24).

Nel 1997 alla tragico-elegiaca La fine del Titanic di Enzensberger replica uno dei pezzi più brillanti della letteratura di oggi, quella perfetta farsa postmodernista che è Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace: dove, sulla nave da crociera Nadir, ogni «viaggiatore» insensibilmente si trasforma in «turista» (dai comportamenti identici, appunto, a quelli che terrebbe in un villaggio-vacanze). Mentre nel 2010 Jean-Luc Godard ambienta proprio sulla Costa Concordia – due anni prima della catastrofe – Film Socialisme: dove questo emblema del divertimento e del benessere occidentale si avvia, come il Titanic a suo tempo, allo scontro con sistemi di valori diversi dai propri (la destinazione della nave di Godard, emblematica, è Algeri): in un tempo che, da un pezzo però, teorizza (in un malinteso universalismo post-illuminista) come non si diano valori alternativi ai suoi. Non è un caso che, profetiche, risuonino a un certo punto le parole «Abbandonate la nave».

È questo l’epilogo di un saggio quanto mai originale: quello che il giovane comparatista Paolo Lago ha dedicato alla topica letteraria e cinematografica del viaggio per nave. Selezionata però da un particolare punto di vista, quello dello spazio della nave come «eterotopia». Il termine venne introdotto da Michel Foucault in una conferenza tenuta a Tunisi nel 1967, Spazi altri: dove, in contrapposizione all’utopia – un luogo privo di spazio reale – designa un «luogo reale, separato però dal “normale” contesto quotidiano». Tra gli esempi citati da Foucault, alcuni dei quali destinati poi a sue specifiche “archeologie” – la clinica psichiatrica, la biblioteca, la prigione – c’è quello appunto della nave, «un frammento galleggiante di spazio, un luogo senza luogo, che vive per se stesso». Per concludere: «nelle civiltà senza navi, i sogni si inaridiscono, lo spionaggio sostituisce l’avventura e la polizia i corsari».

Oltre che una profezia inquietante delle voghe letterarie dei decenni successivi, come dice Lago è qui anticipata la concezione del Gilles Deleuze che con Félix Guattari, in Mille piani, distingue lo «spazio liscio», percorribile dall’esistenza nomadica e anomica, da quello «striato», arabile e coltivabile, della civilizzazione e dello Stato (alle spalle di quest’idea c’è il Carl Schmitt che in Terra e mare, nel ’42, distingueva le civiltà marinare – i veneziani o gli inglesi – da quelle telluriche – da lui ovviamente predilette – come la germanica). Il mare, sintetizza Lago, come «spazio di libertà che si oppone al meccanismo del controllo».

Non c’è dubbio che – ancorché colle derive cupe e nichiliste dei viaggi di Coleridge, Poe, Melville, Baudelaire e Rimbaud, ma anche dell’Herzog di Aguirre e Nosferatu – sia proprio quello della libertà lo spazio che i racconti di navigazione hanno aperto nella mente dei lettori occidentali: quello cui si riferisce il memorabile “gioco della torre” fra scrittori di mare inscenato da Michele Mari, nomen omen, in Otto scrittori (nel suo capolavoro del ’97, Tu, sanguinosa infanzia). Fra l’altro proprio Mari, col romanzo del ’92 La stiva e l’abisso – riscrittura, fra il molto altro, del Compagno segreto di Conrad, cui Lago dedica una bella analisi – meglio che nel successivo e più pallido Roderick Duddle (non sempre infallibili, i gusti letterari del saggista), è un esempio della persistenza tanto del tòpos nautico che del suo correlato eterotopico (un altro, mirabile, è nel corpus epico di Derek Walcott; certo non giova al saggio aver escluso, dal proprio repertorio, la tradizione poetica). Una persistenza che si pensava postuma, come dicevo: sino a quando l’immagine tormentosa del naufragio con spettatore di Lucrezio, fatta propria da Hans Blumenberg, non è tornata di lancinante attualità con la cronaca dei nuovi naufragi di massa (ma particellari, e dunque ancora privi di epos), nel Mediterraneo, di quelli che Antonella Anedda preferisce definire, anziché profughi, «sfollati».

È allora il primo capitolo, nel libro di Lago, quello che si legge con più interesse: dedicato com’è alle epopee dell’emigrazione (quella delle decine di milioni – dimenticati dagli abitanti della Fortezza Europa intenti ad alzare muri – di «migranti economici», come li si definirebbe oggi, che si videro costretti a traversare il mare): dal De Amicis di Sull’oceano all’Emanuele Crialese di Nuovomondo (e si poteva ricordare il capolavoro di Pascoli, Italy, o Viaggio a Montevideo di Dino Campana). Personaggio-emblema, Karl Rossmann: «il disperso» di Amerika di Kafka. Che da Ellis Island si spaventa nel vedere la Statua della Libertà con in pugno, al posto della torcia, la spada. Ma che alla fine, al Teatro Naturale di Oklahoma, fa esperienza della salvezza (forse). Come diceva il suo autore, del resto, «c’è molta speranza, ma nessuna per noi».

Paolo Lago
La nave, lo spazio e l’altro. L’eterotopia della nave nella letteratura e nel cinema Mimesis, Milano, pagg. 213, € 20

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