Domenica

Con Martha il «Primo» concerto

  • Abbonati
  • Accedi
daniel barenboim

Con Martha il «Primo» concerto

Protagonista.  Daniel Barenboim e un interno della Scala.
Protagonista. Daniel Barenboim e un interno della Scala.

Ci sono due bambini, nascosti sotto il pianoforte: lei si chiama Martha e lui Daniel. Hanno pochi mesi di differenza; sono entrambi fantastici, quando suonano, già guardati con ammirazione da maestri e genitori. Ma adesso non è il momento di esibirsi: siamo a Buenos Aires, nel 1949, in questo salotto pieno di amici, dove si fa musica da camera per il piacere di stare insieme. Dunque i bambini possono ritagliarsi uno spazio segreto, solo per loro, tra le gambe dello strumento e sotto un tetto di note che si intrecciano. Il ricordo resta impresso come un’oasi, con l’incanto di ciò che non sarà mai più ripetibile.

Oggi i due, Martha Argerich e Daniel Barenboim, sono di nuovo insieme. Allo scoperto, sui palcoscenici più prestigiosi del mondo. Talvolta suonano appaiati, al pianoforte, talvolta lui dal podio dirige lei, alla tastiera. «E sono contentissimo di portare il Primo Concerto di Beethoven alla Scala proprio con Martha, per inaugurare la stagione della Filarmonica», racconta il maestro argentino, raggiunto al telefono, da Berlino, dove sta provando con la sua Staatskapelle, per una nuova produzione di Elektra di Richard Strauss. Sorride, mentre parla di Martha: glielo si sente nella voce.

«Lei è fantastica, molto più brava di me». Possibile? «Certo, non scherzo: lei suona molto meglio di me. Non ho timore di dirlo. Anche se veniamo da una scuola comune, perché lei fu allieva a Buenos Aires di Vincenzo Scaramuzza, che era stato il maestro di mio padre, che fu a sua volta il mio insegnante: ci conosciamo appunto da quando eravamo bambini. Io avevo sette anni e lei otto. Abbiamo diciotto mesi di differenza».

Diciassette, per la precisione: la Argerich è nata il 5 giugno 1941 e Barenboim il 15 novembre del 1942. Entrambi in quella città mito che era Buenos Aires, crogiuolo di culture e rifugio per ondate di migranti dell’Est Europa. Lei proprio con il Concerto n.1 di Beethoven aveva debuttato in pubblico, al Teatro Astral, quando aveva otto anni. A undici la accolse in trionfo la gigantesca sala del Colon. Cinque anni dopo era già una stella: bella, determinata, concentrata e musicalissima, vinceva senza indugi il primo premio nei due più importanti concorsi pianistici europei, il Busoni di Bolzano e Ginevra.

Barenboim non ebbe bisogno di concorsi: portava ancora i calzoncini corti quando al Festival di Salisburgo venne presentato a Wilhelm Furtwängler, che lo aveva sentito suonare al pianoforte e che lo volle in buca, ospite d’onore per seguire le prove del suo Don Giovanni. E subito dopo lo testò sul podio. Pianista e direttore così rimase, sempre, con una duplice carriera, dove lo strumento si nutriva delle esperienze con le orchestre e con le voci. E viceversa. Ancora oggi la sua agenda resta perfettamente divisa, senza priorità, tra tastiera e bacchetta. La data ritagliata per la Filarmonica è una perla eccezionale: «L’avevo promesso ai musicisti, che sarei ritornato. Sono rimasto in Scala dal 2005 al 2014, continuativamente, con un’arcata di lavoro meravigliosa. Quando sono arrivato, chiamato da Lissner, avevo portato con me la Nona di Beethoven. Ed era la prima volta che ritornavo a dirigere alla Scala, dopo quasi quarant’anni -, ricorda il maestro-. Fu una sorpresa: trovai l’orchestra in un ottimo stato. Del resto era la formazione che era stata preparata per tanti anni prima da Abbado e poi da Muti: non ci sono in giro tante realtà musicali che possano vantare di aver suonato dirette per trent’anni da due meravigliosi musicisti come loro. E tutto questo passato si sentiva: nella qualità del suono, nella personalità, nella cura dei dettagli».

Barenboim arrivò come un’ondata travolgente su Milano: già dalla prova generale di quella Nona fu entusiasmo immediato, calore, passione. Mozart, Schubert, Beethoven, Wagner, Verdi, Bizet: ogni autore proposto aveva alle spalle una precisa idea esecutiva, faceva parte di una proposta musicalmente soppesata, importante. «Sì, sono stati nove anni non solo di grande qualità, ma anche di continue curiosità: di scambio, tra me e un’orchestra che vedevo sempre interessata. La ricordo ad esempio nel ciclo Schönberg oppure nel Giocatore di Prokofiev. Cioè in autori collocati al di fuori del suo repertorio tradizionale. Eppure erano sempre curiosi. Volevano capire. Trasmettevano una grande sete – proprio una sete – di imparare. Perciò il lavoro alla Scala non valeva solo come normale preparazione di uno spettacolo, ma diventava una costante riflessione sull’esecuzione musicale. Profonda, dialogante».

Dal dicembre 2014, dopo un 7 dicembre con il Fidelio di Beethoven, con le repliche intrecciate all’integrale delle Sonate per pianoforte di Schubert, il Maestro ha detto addio al teatro milanese. Il suo Staatsoper a Berlino lo ha completamente assorbito, contendendolo alle tournée con la sua “Divan”, la formazione ideale, nata da un progetto condiviso col filosofo Edward Said, che unisce giovani ebrei e palestinesi. In mezzo, i concerti in tutto il mondo al pianoforte, sempre con autori mirati. E adesso, ultima nata in ordine di tempo, anche la scommessa di una nuova sala da concerti, a Berlino, intitolata all’amico Pierre Boulez: la prima stagione, che si aprirà nel prossimo marzo, si intitola programmaticamente Musik für denkende Ohr, musica per orecchie che sanno e osano pensare. Indicazione alta, progettuale, aperta, per uno scrigno da poco più di 600 posti, firmato dall’architetto canadese Frank Gehry. La sua principale caratteristica è la mobilità a 360 gradi della sala, decostruita o ricostruita, ogni volta, in funzione dei diversi repertori e organici. Un oggetto dinamico, orientata sulle indicazioni spaziali che erano già contenute in tante partiture di Boulez. Che non a caso diceva che il compositore deve essere uno che pensa in anticipo il futuro.

In mezzo a tanta bellezza, non può che essere felice Barenboim: anche Milano rientra in questa fascia di solarità. «Sì, sono molto contento. Perché gli anni scaligeri sono stati per me musicalmente e artisticamente importanti. Penso al legame con l’orchestra, ma anche con il coro. Insieme abbiamo fatto concerti che restano scolpiti, come il Requiem di Verdi, che abbiamo portato in giro per il mondo. Quando uscivo da teatro, dopo le prove, ero contento. E mi sembrava che lo fosse anche Milano. Sentivo persino una certa somiglianza con le mie radici, la mia Buenos Aires. Infatti avevo coniato il motto che l’Argentina è l’unico Paese italiano dove si parla spagnolo».

Ma, a distanza, sottovoce, quasi in confidenza, ci dica Maestro: proprio nessun difetto alla Scala? «Diciamo che alla mia età, quando accetto un lavoro, posso ormai permettermi di dire tranquillamente Perché sì, e questo mi dà una grande indipendenza. Restituisce un senso di grande libertà. Comunque, al di là delle ragioni personali, forse un limite che ricordo degli anni di lavoro alla Scala riguarda il momento delle prove. Quando avevamo una settimana di tempo, per preparare un concerto, al lunedì l’orchestra arrivava e suonava in un modo... Terribile: quasi da far pensare che non saremmo arrivati alla fine. Poi invece, al venerdì, la trasformazione: i musicisti diventavano angeli, una meraviglia. E allora ogni volta mi chiedevo: perché dobbiamo incominciare sempre così in basso? Perché non si parte con una base di disciplina assoluta, solida, di qualità?».

© Riproduzione riservata