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tra scienza e politica

La libertà difesa ogni giorno

La biologa Elena Cattaneo, è senatore a vita dal 2013
La biologa Elena Cattaneo, è senatore a vita dal 2013

La politica ha le sue ragioni che la ragione non conosce. Questo vale anche, forse soprattutto, per la ragione scientifica. La scienza è un metodo «che tende e insegna ad allontanare emozioni e irrazionalità e ad ancorare le scelte alle fonti e alle prove», un processo che tende a pervenire a verità provvisorie, costantemente messe in discussione. La ricerca non ha fine, per citare Popper: ma anche le ricerche al plurale, quelle di ogni singolo scienziato, misurano il tempo sulla complessità degli oggetti su cui si interrogano, subordinano la pubblicazione all’assemblaggio di un numero congruo di prove convincenti.

Al contrario, l’orologio elettorale è il sommo regolatore della politica. Si può dire che le riforme che stiamo facendo oggi «cambieranno l’Italia dei prossimi trent’anni»: ma è un esercizio retorico, perché il valore di quelle riforme il politico lo misura sull’oggi, sui voti che fruttano e su quelli che fanno perdere.

Il diario da senatore a vita di Elena Cattaneo racconta lo spaesamento di una scienziata catapultata in Parlamento per felice intuizione del Presidente Napolitano. Non c’è, nel libro della Cattaneo, una goccia di antipolitica: al contrario, i colleghi sono considerati con grande simpatia. Ma c’è invece, e non potrebbe essere altrimenti, una riflessione sulla facilità con la cui diffidenza reciproca fra scienza e politica diventa scontro: come su Stamina e sugli OGM.

C’è un “ampio sentimento antiscientifico” nella politica italiana: spesso contrastato in triste solitudine da questo supplemento culturale.

Il nocciolo del problema sta proprio nella natura del metodo scientifico. «La scienza mi ha insegnato che ogni idea può essere sbagliata»: il che non significa che non valga la pena di averne nessuna, ma che quelle che ci stanno a cuore vanno messe a punto e rafforzate, in un confronto perenne con ipotesi differenti.

Di per sé, il nostro modo di pensare funzionerebbe diversamente. Abbiamo tutti dei “bias” cognitivi, riflette Cattaneo, dei vincoli alla nostra capacità di giudizio. La scienza ha affinato col tempo un insieme di regole per contenerne l’impatto.

Dopo il referendum sulla Brexit, i giornali si sono riempiti di riflessioni sull’ignoranza politica e la miopia degli elettori. L’alternativa è il governo dei savi?

Quanto Elena Cattaneo sia distante dal vagheggiare una qualche “espertocrazia”, è evidente dal modo in cui si è avvicinata all’attività legislativa. Diventata senatrice, ha costituito una piccola squadra per comprendere meglio i provvedimenti che si trovava a votare. Come dire che non basta essere una grande farmacologa per capire la legge di bilancio, né ovviamente viceversa.

Il problema è che le classi dirigenti non sono meno miopi, ignoranti e approssimative degli elettori. Nel 2013 non fu un referendum ma la Commissione affari sociali della Camera ad approvare l’avvio della sperimentazione clinica del metodo Stamina, incanalando quattrini del contribuente verso un approccio “terapeutico” unanimemente respinto dalla comunità scientifica.

Sono stati i ministri dell’agricoltura degli ultimi anni, usando il principio di precauzione «come strumento retorico per sollevare paure irrazionali», a condurre il Paese a rinunciare non solo alla coltivazione a fini commerciali di sementi OGM, ma anche alla ricerca in campo aperto.

Abbiamo perso opportunità in un ambito nel quale, negli anni Novanta, eravamo all’avanguardia e avevamo carte da giocare. Abbiamo, tanto per cambiare, rinunciato al principio della libertà d’impresa.

Per Cattaneo una norma «che censura la libertà d’impresa» dovrebbe avere «motivazioni razionali e soprattutto prove, non il semplice superficiale o superstizioso sospetto». Continuiamo a importare 8 milioni di tonnellate di sementi OGM ogni anno (del resto, nel mondo «un terzo del mais e l’85 per cento della soia sono OGM»), e sono a tutti gli effetti alla base della piramide di tanti, gloriosi prodotti made in Italy, dal prosciutto di Parma alla mozzarella di bufala. Eppure, proprio «come ultimo comma di un articolo che disciplinava la produzione della mozzarella di bufala campana DOP (il “diavolo” è sempre nascosto nei dettagli!)» abbiamo avuto in sorte «il divieto di coltivare piante GM nonostante fossero autorizzate a tale scopo dalle direttive europee». Era il 2014, e il comma era inserito in una provvedimento intitolato alla “competitività”.

Non è solo un problema italiano: affermatosi in Europa il principio della “libertà di coltivazione” (cioè riconosciuto agli Stati membri il potere di proibire le coltivazioni), tutti i Paesi hanno scelto la chiusura, con l’eccezione della Spagna.

Se è normale che i pregiudizi e le paure esistano, il guaio è che, a differenza della ricerca, il dibattito pubblico sembra aver perso per strada regole e strumenti per evitare di esserne preda. Una delle ragioni di questo fatto è sfiorata da Elena Cattaneo, quando ripercorre la sua storia personale. Suo padre, operaio della Fiat, ebbe la possibilità di frequentare le scuole medie «quando aveva superato i trent’anni». Aveva cominciato a lavorare quando ne aveva undici, durante la guerra, consegnando il pane per «portare a casa qualche soldo».

La senatrice Cattaneo sa bene quanto siamo fortunati. Fortunati ad avere l’acqua calda in casa, a fare tre pasti al giorno, a poterci curare da malattie ieri letali, a vivere in un periodo nel quale la mortalità infantile è sostanzialmente un ricordo. Dobbiamo tutto questo a chi ci ha preceduto e alle istituzioni di una società “liberale e pluralista” che hanno consentito loro di sperimentare, innovare, crescere. Ma se ne perdiamo la consapevolezza, se pensiamo che queste fortune siano “diritti” che ci spettano perché siamo al mondo, l’opinione pubblica è condannata a perdere la bussola. La prima causa della politica dei capricci è proprio la perdita della memoria della povertà.

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