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La grammatica della morale

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filosofi d'oggi / a colloquio con john mikhail

La grammatica della morale

Professore a Georgetown. John Mikhail
Professore a Georgetown. John Mikhail

C’è un’analogia significativa tra l’apprendimento di una lingua e l’apprendimento del comportamento morale? Secondo John Mikhail questa è la domanda da porsi per scoprire i fondamenti dell’etica e della cooperazione sociale. Mikhail è professore di giurisprudenza e filosofia, Agnes N. Williams Research Scholar a Georgetown University, nonché membro del Georgetown Interdisciplinary Program in Cognitive Science.

Per Mikhail, è legittimo parlare di «grammatica morale». «Il termine “grammatica morale” si riferisce soprattutto ad un Sistema inconscio di principi e regole morali che ogni individuo normale possiede. In senso più ampio, uso il termine in modo volutamente ambiguo per riferirmi sia al sistema di principi e regole che consentono l’esercizio del giudizio morale sia la caratterizzazione che di quel sistema danno i teorici della morale. Parafrasando John Rawls, si potrebbe dire che ciascuna persona matura, dotata delle capacità intellettuali richieste, acquisisce una grammatica morale, in condizioni sociali normali. Si potrebbe anche caratterizzare la filosofia morale come un tentativo di descrivere e spiegare l’acquisizione di un tale sistema attraverso grammatiche morali empiricamente adeguate. Una grammatica morale nel primo senso è un oggetto biologico, un organo mentale distinto ovvero un sistema della mente e del cervello. Nel secondo senso la grammatica morale è una teoria scientifica che cerca di comprendere le proprietà di un oggetto».

Secondo Mikhail questi due concetti di grammatica morale hanno una rilevanza pratica decisiva, che può essere illustrata prendendo ad esempio il primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani. Vi si legge che gli esseri umani sono «dotati di ragione e coscienza». «Nonostante questa tesi sia stata sostenuta per secoli, in una forma o nell’altra, molti intellettuali contemporanei negano che gli esseri umani abbiano la facoltà morale della coscienza. Di conseguenza, sono scettici riguardo al fatto che i diritti umano possano avere una fondazione di tipo naturalistico, che non dipenda da dottrine religiose o metafisiche controverse, per esempio. Gli argomenti contro l’esistenza di una facoltà morale o coscienza, tuttavia, spesso dimostrano di essere molto deboli. Spesso si basano su ritratti caricaturali dell’attività mentale o su confusioni concettuali a proposito di come la scienza cognitiva effettivamente lavora. Abbiamo ormai raccolto prove significative a favore della tesi che la mente degli infanti e dei bambini piccoli non è una tabula rasa, per quanto riguarda la cognizione morale. Al contrario, i bambini possiedono un senso intuitivo del giusto e dell’ingiusto, una giurisprudenza intuitiva, se vogliamo – e piuttosto complessa e sofisticata. La teoria della grammatica morale cerca di descrivere e spiegare le operazioni di quel sistema cognitivo in tutta la sua complessità. E questa indagine spesso mette in rilievo specifici principi morali e regole che stanno alla base dei diritti umani universali. Il diritto a non essere maltrattato o assalito sessualmente, per esempio, è implicato in molte indagini recenti sulla psicologia morale umana. In uno studio sul giudizio morale di otto società tradizionali di piccole dimensioni, approssimativamente il 95% dei partecipanti giudicava moralmente sbagliati gli atti di maltrattamento e altre forme di violazione. Indagini sulla psicologia degli infanti di 4 o 5 mesi rileva che c’è una differenza percepita tra contatto fisico consensuale e non consensuale. Sulla base di studi come questi, si possono tracciare almeno delle connessioni indirette tra la grammatica morale e i diritti umani. Naturalmente, l’evidenza degli universali morali o di aspetti innati della cognizione morale è di frequente ambigua, equivoca e suscettibile di interpretazioni diverse. Ma non c’è altra soluzione che l’analisi scrupolosa caso per caso e bisogna essere cauti nel fare generalizzazioni ampie».

Secondo Mikhail, questo approccio filosofico ha radici storiche ben chiare. «I secoli diciassettesimo e diciottesimo erano, naturalmente, un periodo di notevole attività filosofica e progresso scientifico. In linguistica e nelle scienze cognitive, questo periodo è talvolta nominato “la prima rivoluzione cognitiva” perché molte scoperte seminali sulla natura e le origini del linguaggio e del pensiero umano sono state formulate in quest’epoca. Nella filosofia morale, qualcosa di simile è accaduto nello stesso arco temporale, sebbene questo fatto non sia stato sempre sufficientemente apprezzato. Durante l’illuminismo, ha preso forma un nuovo approccio alla teoria della cognizione morale, incluso un impegno al naturalismo metodologico, cioè alla convinzione che si deve studiare la mente umana nello stesso modo in cui si studia il resto del copro umano e altri aspetti del mondo naturale, comprese una serie di osservazioni penetranti sulle proprietà del giudizio morale. Queste includono la ricognizione dei giudizi morali che sono tipicamente spontanee e intuitive eppure anche sistematiche e computazionali, e prodotte con un alto grado di certezza. Molti filosofi, inclusi i moralisti scozzesi come Francis Hutcheson, David Hume e Adam Smith, compresero che la cognizione morale ha una base innata e che questa capacità morale innata fornisce la fondazione ultima della giurisprudenza naturale e della legge dei popoli. Ciò che colpisce a proposito di questa famiglia di idee, che può essere utilmente classificato come “illuminismo razionalista” anche se comporta il lavoro di empiristi come Hume, è quanto si sovrappone con le scienze cognitive moderne. Lo scopo fondamentale di queste imprese è di ricostruire empiricamente teorie adeguate sulla natura umana, in domini cognitivi particolari, inclusa la cognizione morale».

Questa ricerca sviluppa un’idea cui Mikhail lavora dai tempi della sua ricerca di dottorato a Harvard University e al MIT. «Grazie a Rawls ho maturato un apprezzamento profondo della storia della filosofia morale e politica, e di come questi argomenti complessi sono tuttavia riconducibili ad un ragionamento rigoroso e ordinario. Chomsky è un intelletto impavido e mi ha insegnato con l’esempio come pensare per conto mio e fidarmi del mio giudizio, anche quando non è convenzionale». In effetti, quando Mikhail ha iniziato ad occuparsi di questi temi, ovvero all’inizio degli anni novanta, la psicologia morale era tutt’altro che una disciplina ben frequentata e soprattutto, non c’era alcuna collaborazione tra filosofi morali e scienziati cognitivi. Non c’è da meravigliarsi perciò che gli esordi della teoria della grammatica morale sono stati contrastati, nonostante che Mikhail potesse contare su due intellettuali che hanno segnato la storia della filosofia, come Rawls e Chomski.

Ma la sfida stava proprio nel porre in contatto due ricerche che allora sembravano tanto diverse. «Tutto questo sta iniziando a cambiare. Insieme agli sforzi di molti altri, mi piace pensare che il mio lavoro sia stata in parte responsabile di questi sviluppi e abbia prodotto un ambiente interdisciplinare più sano. Un altro risultato di cui vado fiero è il rinnovato interesse nelle capacità morali innate. L’innatismo è oggi un paradigma genuino, che molti dibattiti di discipline differenti prendono seriamente. Venticinque anni fa, quando ho iniziato a lavorare sull’analogia con la linguistica, non era affatto così».

21 - Continua (le puntate precedenti sono state pubblicate dalla Domenica nei numeri dal 5 giugno al 23 ottobre)

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