Domenica

Gobetti e lo «spirto» russo

  • Abbonati
  • Accedi
tra italia e urss

Gobetti e lo «spirto» russo

Può apparire singolare che un intellettuale così dentro la cultura italiana come Piero Gobetti si sia interessato della Russia, scrivendo un saggio esemplare, dal titolo Paradosso dello spirito russo, che in alcuni passaggi, ancora oggi, presenta elementi di grande attualità. Eppure, lo si comprende alla luce dello spirito poliedrico che animò l’azione culturale di Gobetti, a cominciare dall’esperienza della rivista «La Rivoluzione liberale», aderente sempre a uno studio scevro di pregiudizi che lo indusse a ritenere che la Russia non andasse liquidata attraverso banali stereotipi ma dovesse diventare oggetto di una valutazione, capace di coglierne lo spirito.

Le Edizioni Storia e Letteratura ripropongono il saggio gobettiano che uscì in prima edizione nel 1926 per le Edizioni del Baretti. Gobetti era stato un curioso osservatore delle vicende legate alla Rivoluzione bolscevica e pur essendo un liberale, chiaramente antimarxista, ne aveva colto il valore storico, di evento epocale capace di liberare «energie profonde nelle masse popolari».

Capire la Russia significa prendere le mosse dal suo complesso rapporto con l’Asia e l’Europa, «desiderosa di superare il primitivismo asiatico» ma con peculiarità che non la rendono pienamente assimilabile alla cultura europea. La Russia è la vera erede di Bisanzio e, dunque, per certi versi la “Terza Roma” capace di rappresentare alcuni valori autentici della cristianità. «Il misticismo è il primo momento del pensiero» di questo sconfinato Paese che a una prima osservazione può apparire primordiale, quasi ruvido come le sue steppe, ma capace poi di grandi slanci romantici come quelli di Puškin, Lermontov e Griboedov.

Per capire la Russia a fondo, bisogna penetrare le profondità della sua grande letteratura ed è questa l’operazione che tenta Gobetti. Una letteratura che si lega inscindibilmente alla tradizione e alla forza della terra, «abbiate fede nell’anima del popolo e da essa soltanto aspettate salvezza e sarete salvi», ripete Puškin. Gobetti esamina accuratamente tutti i grandi autori, a cominciare da Dostoevskij, poi Gogol, Čecov, Cuprin fino a Trockij. Il filo che li lega è profondo ed è dato dal popolarismo in contrapposizione all’intellettualismo.

Le anime morte di Gogol è il grande affresco della Russia scritto sul modello dantesco dove emerge l’orgoglio del popolo russo. «Il poema ha schietti toni manzoniani», osserva Gobetti, «manzoniano è l’esempio di un’arte riflessa, ragionata, cauta, sostenuta da una inestinguibile luce poetica». Risulta geniale il pretesto lirico della storia di Cicicov che vuole far fortuna comprando servi della gleba morti dopo l’ultimo censimento e dandoli in garanzia a una banca come vivi.

Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, nella prospettiva gobettiana, ben riassumono la posizione filosofica e culturale dello scrittore russo di un antintellettualismo che guarda al volontarismo della vita, in nome della vita nazionale e di una reale civiltà.

Quello che risulta, però, più originale di questo lungo viaggio nello spirito russo, è la tesi di Gobetti sulla Rivoluzione bolscevica. Le vicende del 1917 già negli anni successivi suscitarono nel mondo grandi passioni come grandi avversioni. Il paradosso sostenuto da Gobetti è che, comunque, Lenin e Trockij abbiano suscitato forze positive di un «liberalismo sostanziale», tenuto conto delle premesse storiche della Russia. «Trockij afferma, per primo, una visione liberale della storia», scrive l’intellettuale torinese, il che induce ad apprezzare una complessiva «moralità» della Rivoluzione. Tesi suggestiva e che aiuta a riflettere sul presente. Chi oggi pensa che Mosca non sia una piena democrazia all’Occidentale, forse, dovrebbe fare i conti con il realismo della storia che non ammette accelerazioni e invita al rispetto.

© Riproduzione riservata