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Matisse, il grafico

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MIRABILIA

Matisse, il grafico

Design. Una pagina del Montherlant
Design. Una pagina del Montherlant

«Non faccio distinzione tra l’esecuzione di un libro e quella di un quadro, e normalmente procedo dal semplice al complesso, ma anche sempre pronto a ritornare al semplice». È fondamentale, questa frase (corsivo mio), per capire la rilevanza che Henri Matisse (1869-1954), genio puro del XX secolo, attribuiva ai libri. Attenzione: non all’illustrazione dei libri, né ai libri in quanto tali – ma proprio a «l’esecuzione», al “fare” un libro. Elegantemente (e tutto è elegante nel libello da cui cito: il verde pastello della copertina, il tenue verde del titolo interno, quello più sostenuto del filo di cucitura, il testo, la traduzione...), Laura Frausin Guarino sceglie di tradurre con «realizzato» il Comment j’ai fait mes livres dell’originale, in questo Come ho realizzato i miei libri (Henry Beyle, pagg. 32, € 10,00, tirato in 375 copie numerate su carta Zerkall Bütten e stampato con caratteri Garamond 11 nella monotype di Rodolfo Campi, cucito a mano, piccolo formato cm 12 x 10). Ma sarebbe proprio “fare” il verbo giusto: Matisse lo dimostra con una consapevolezza notevole della “macchina” del libro, ha il colpo d’occhio del tipografo (oltre a quello dell’artista), sa come lo specchio di stampa e la nettezza delle linee delle incisioni interagiscono... Matisse non è un artista che “illustra” un libro; è una sorta di editore-tipografo-artista, book designer e grafico e co-autore che valuta tutti gli aspetti, formali e contenutistici, del volume. Ecco con Montherlant, per esempio, per il Pasiphaé (Paris, Martin Fabiani, 1944, 200 copie su velina d’Arches filigranata), sceglie l’incisione su linoleum, a tutta pagina. «Una semplice linea bianca su fondo assolutamente nero. (...) Come equilibrare la pagina nera dell’immagine con la pagina relativamente bianca della tipografia?». Escogitando dei capilettera rossi. E così via...

Se potessi,li collezionerei i libri di Matisse, perché sono delle perle, simili e ciascuno diverso per motivi particolari. Non dico l’immortale Jazz (270 copie e 100 cartelle con le stampe) per Tériade (1947) che vale qualunque cifra (parliamo di mezzo milione di euro almeno; e che emozione vedere gli originali nella grande mostra sui ritagli della Tate del 2014!), ma ci sarebbe anche l’Ulysse americano di Joyce del 1935 (alcuni esemplari con le firme dei due vanno sui 30 mila euro) e molti altri. Matisse fu graphic designer, a suo modo: ecco allora le copertine per la rivista d’arte francese «Verve» (che testimoniano uno dei primi usi della sua pittura fatta con i ritalgli di puro colore), altre copertine per libri di editori diversi, dove il suo lettering a mano la fa da padrone, e poi i cataloghi di mostra e le affiche. Tra queste, fatte per Maeght e altri, mi emoziona sempre forse la più bella, la serie di diamanti-rombi colorati per il leggendario Atelie Mourlot di Parigi. Siamo nel 1952: Matisse riprende, forse, la famosa Lumaca. L’esposizione commemorava i 25 anni di poster stampati da Mourlot e si teneva alla Galerie Kleber. Si doveva fare qualcosa di speciale. Credo che si trovi un originale a prezzi più ragionevoli dei libri e a casa fa un effetto più clamoroso. (Sacrilegio: anche solo in riproduzione. Ma... io non ve l’ho detto!)

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