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Tre mecenati per Caravaggio

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Arte

Tre mecenati per Caravaggio

Nuovo allestimento. La sala XXVIII della Pinacoteca di Brera a Milano completamente rinnovata, con al centro la «Cena in Emmaus» (1606) di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio
Nuovo allestimento. La sala XXVIII della Pinacoteca di Brera a Milano completamente rinnovata, con al centro la «Cena in Emmaus» (1606) di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio

La ristrutturazione della Pinacoteca di Brera voluta dal direttore James Bradburne prosegue a gran giornate. Questa settimana si è giunti alla terza tappa del progetto, e sono state aperte le sale che vanno dal Manierismo al Barocco, con nuovi colori alle pareti (verde sottobosco, rosso borgogna, grigio caldo, ecc.) con una nuova sequenza di dipinti, con nuove didascalie. Protagonista di questa sezione è la Cena in Emmaus di Caravaggio che ora si staglia in tutta la sua toccante magnificenza sulla parete di fondo della sala XXVIII. Fino a poco tempo fa si trovava nella sala XXIX, sulla parete di spalle: una sistemazione piuttosto infelice perché capitava che alcuni visitatori distratti, non voltandosi, tiravano dritto senza notarla. Oggi è impossibile “dribblare” il capolavoro: Caravaggio ci si para superbamente dinnanzi sul fondo della sala.

Attorno a Caravaggio è stata creata una piccola mostra di quadri ospiti, dove la tela di punta è rappresentata da una Giuditta che taglia la testa di Oloferne di collezione privata francese, che Nicola Spinosa (curatore della rassegna) attribuisce a Caravaggio. La proposta di attribuzione e la stessa presenza del quadro a Brera hanno creato agitazione tra i componenti del Comitato scientifico di Brera, attivando una piccola bufera intestina che ha rischiato di ombreggiare aspetti forse più rilevanti di questo nuovo allestimento.

Ad esempio, che la nuova esposizione della Cena in Emmaus è stata occasione di ulteriori ricerche sul quadro, e che queste ricerche hanno portato in luce tasselli sconosciuti della storia del dipinto. Proviamo a evidenziarli.

Come è noto la versione di Brera della Cena in Emmaus venne realizzata da Caravaggio in circostanze drammatiche. Siamo nella seconda metà dell’anno 1606, il pittore è scappato dall’Urbe perché ha assassinato Ranuccio Tomassoni e si è nascosto nei feudi dei Colonna tra Paliano e Zagarolo. Per vivere deve lavorare e infatti dipinge alcuni quadri tra cui una Cena in Emmaus che manda «a vendere a Roma». Il quadro «mandato a vendere» viene a un certo punto acquistato dai marchesi Patrizi e presso questa famiglia romana la tela di Caravaggio rimane per secoli, fino al 1939, quando viene rimessa sul mercato.

Ettore Modigliani - il grande soprintendente di Brera che nel 1939 è già stato cacciato dalla direzione della pinacoteca perché ebreo - dal suo nascondiglio in Abruzzo avverte per lettera il ministro Bottai dell’eccezionale opportunità per Brera: possedere finalmente un Caravaggio! Modigliani segnala al ministro non solo il quadro Patrizi ma anche come trovare i soldi per comperarlo. Su un conto aperto presso la Banca Commerciale Italiana si trovano depositate 9mila lire. Il presidente degli Amici di Brera, che è in quel momento il senatore Ettore Conti, può prelevare quei soldi e usarli per l’acquisto della tela. Il ministro Bottai esegue alla lettera le istruzioni di Modigliani in esilio. In pochi giorni, dal 5 al 9 giugno 1939, gli Amici di Brera comperano il quadro e lo donano alla Pinacoteca, organizzando anche una mostra per presentarlo. Peccato che, alla vigila dell’esposizione, gli Amici vengano soppressi dal governo fascista e sostituiti da un sedicente «Centro d’azione per le Arti».

Il generoso gesto e la clamorosa soppressione hanno fatto dimenticare che gli Amici di Brera non furono in realtà i soli a mettere mano al portafogli per assicurare alla pinacoteca il capolavoro di Caravaggio. La cifra che il marchese Patrizio Patrizi aveva chiesto per il quadro era di 500mila lire. Gli Amici di Brera, come s’è visto, misero a disposizione 9mila lire. Ma chi sborsò le restanti 491mila lire? «Due generosi mecenati», si è sempre ripetuto, senza però mai specificare chi fossero esattamente questi misteriosi benefattori.

Il breve saggio di Chiara Bonalumi contenuto nel catalogo della mostra ci rivela finalmente i nomi dei “misterosi” donatori. Andando a spulciare i giornali italiani di quei mesi, la giovane studiosa si è imbattuta in un articolo di Guido Piovene, pubblicato sul «Corriere della Sera» il 20 giugno 1939, nel quale si citano i protagonisti dell’acquisto del quadro, che non furono due ma tre. Si trattava infatti dei fratelli Mario e Aldo Crespi (rispettivamente lo zio e il padre di Giulia Maria Crespi, attuale Presidente onoraria del Fai) e del conte Paolo Gerli di Villagaeta. I tre “mecenati di Caravaggio”, che affiancarono gli Amici di Brera nell’acquisto del dipinto, erano personalità di spicco dell’imprenditoria lombarda del tempo. Tutti e tre condividevano l’impegno nell’industria tessile, la passione per il collezionismo e una notevole propensione al mecenatismo. A questo proposito, basti ricordare che il conte Gerli aveva acquistato nel 1935 gli Arazzi Trivulzio da destinare al Castello Sforzesco di Milano (cifra pagata: 300mila lire del tempo!), mentre i fratelli Mario e Aldo Crespi fornirono nel 1952 un cospicuo contribuito per l’acquisizione della Pietà Rondanini di Michelangelo, anch’essa approdata al Castello Sforzesco.

Un fatto non secondario, per la felice conclusione dell’”affare Caravaggio”, fu che il conte Gerli era anche socio e consigliere degli Amici di Brera, e quindi era uno stretto collaboratore del presidente dell’associazione Ettore Conti. Quest’incrocio virtuoso di amicizie, condivisioni d’intenti e notevoli disponibilità economiche, sviluppatosi nell’ambito degli Amici di Brera, fu davvero decisivo per l’acquisizione del Caravaggio.

Quando la Cena in Emmaus venne portata a Milano, si pensò subito a un’esposizione a Brera per celebrare l’evento. Il ministro Bottai approvò la bozza del programma che prevedeva la collocazione del quadro nella Galleria del Luini, l’apertura e l’illuminazione notturna della pinacoteca per quindici giorni consecutivi, una mostra di quadri caravaggeschi braidensi posti attorno al capolavoro e, infine, una bella conferenza dedicata a Caravaggio e al quadro appena arrivato. Ma questa solenne liturgia - che doveva onorare la generosità degli Amici di Brera - non venne celebrata. Alla fine del 1939 l’Associazione venne soppressa dal governo fascista e sostituita dal «Centro d’azione per le Arti». La mostra venne organizzata egualmente ma in tono minore, senza aperture speciali e senza luminarie. La rassegna aprì i battenti il 17 maggio 1940 e venne chiusa due settimane dopo, per l’imminenza dello scoppio della guerra (a questa “mostra-lampo” è dedicato il saggio di Erica Bernardi in catalogo). Per la conferenza giunse da Roma un giovane astro del ministero dell’Educazione fascista: il dottor professor Giulio Carlo Argan. Argan tenne la conferenza su Caravaggio a fine maggio e accettò una «piccola somma quale rimborso spese», vale a dire 500 lire, un cachet, in realtà, di tutto rispetto se si pensa che la stragrande maggioranza degli italiani di allora canticchiava speranzosa: «Se potessi avere mille lire al mese» (la canzone venne scritta nel 1938).

Nel Dopoguerra, la Pinacoteca di Brera risorse dalle macerie delle bombe e rinacquero anche gli Amici di Brera. Che oggi, a novant’anni dalla loro fondazione (1926-2016), sono attivi più che mai. Un esempio? L’illuminazione delle sale di Brera appena riaperte, dove è esposto il “loro” Caravaggio, è stata finanziata dall’Associazione degli Amici per espresso desiderio del presidente in carica, l’ingegner Aldo Bassetti, che dell’illustre tradizione degli imprenditori-mecenati lombardi continua, indomito, a tenere alta la bandiera.

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