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Ora di ricreazione con Zeus

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la bibbia pagana di dell’arti

Ora di ricreazione con Zeus

Nutrice di gioventù e terra verde. Testa di Demetra del IV secolo A. C. proeniente da Lycosura e conservato al museo nazionale archeologico di Atene
Nutrice di gioventù e terra verde. Testa di Demetra del IV secolo A. C. proeniente da Lycosura e conservato al museo nazionale archeologico di Atene

Quando, nel 1893, Nathaniel Hawthorne scriveva il suo Libro delle meraviglie dedicato ai miti classici proposti ai ragazzi, si scusava di avere adattato secondo quanto gli dettava l'immaginazione quei racconti, poiché su quelle “favole immortali consacrate da circa tremila anni di antichità” nessuna epoca può arrogarsi alcun diritto di possesso. Eppure in tutte gli scrittori le hanno rivestite della propria fantasia e della propria sensibilità.

Paola Mastrocola al termine della sua freschissima rivisitazione e riscrittura dei miti d'amore, di ogni amore a noi trasmessi dalle Muse (L'amore prima di noi, Einaudi), stila un elenco di decine di suoi debiti che da Omero attraverso tragici e storici, Virgilio e Racine, Ovidio e D'Annunzio arriva a una folta pattuglia di contemporanei, Cesare Pavese e Marguerite Yourcenar, Borges e Dürrenmatt, Jung e Veyne…

Si allinea ma all'estremo opposto di quello elegiaco dell'Amore prima di noi, rovesciando ogni schema e bandendo ogni rispetto, Giorgio Dell'Arti; che in Bibbia pagana frantuma l'incanto elegiaco o eroico di tante favole e ci dà una sua personale Genealogia degli dèi gentili, per usare il titolo del corposo manuale stilato a suo tempo da Boccaccio. Una navigazione difficile in un mare immenso e procelloso di divinità e delle loro innumerevoli discendenze, come riconosceva quel novelliere, scusandosi anch'egli dell'ardire dell'indagine e di aver cercato di dare i significati di quelle narrazioni.

Così nel romanzo (sottotitolo) di Dell'Arti le discendenze del padre Crono e del padre Zeus si riversano a grappoli o si irradiano lateralmente ad ogni spunto piacevole, ad ogni bizzarria insita o possibile nei fatti narrati, provocando e allietando il lettore non solo con le trovate ma anche con lo stile.

L'opera si compone di brevi brani, ognuno dedicato e intitolato a un episodio autentico o immaginabile della mitologia classica, nella sua discesa per li rami (come prefigura a sua volta il titolo di Bibbia); e su di essi l'autore interviene: come alla sua scelta delle Note azzurre di Dossi aveva dato il titolo Corruzioni. Le “Note azzurre” manipolate da... È il piacere totale della ‘ricreazione', condiviso dal lettore.

Demetra è così piccola che quando la madre Rea ne è gravida la pancia nemmeno si vedeva, e dopo nata fu facile nasconderla in un cassetto… Quando Apollo affrescò il corridoio dell'Olimpo che univa la Sala dei Banchetti alle Camere da Letto, dipinse un campo di papaveri e un lago azzurro; il padre Zeus volle che vi fossero anche delle figure, e allora il padre Apollo mise tra i papaveri una fanciulla dipinta di profilo non con un solo occhio, come sarebbe normale nei profili, ma con tutt'e due piazzati sopra il naso, “una cosa che in pittura si sarebbe vista molte migliaia di anni dopo”…

Il padre Zeus è legato al letto con cento nodi dalla vendicativa e gelosa Hera. Viene liberato dal gigante centimane Briareo, si alza, e lo manda a prendere Hera, dopo di che: “Appendila – disse – fuori dalla finestra” con due incudini legati alle caviglie, “e adesso lasciala che spenzoli fuori dalla finestra, che strilli, che chi guarda da sotto le veda le cosce”, come in un cartone animato…

Dissacrazione? Non avrebbe nemmeno senso parlarne, ovviamente. È l'Olimpo in mezzo a noi. Le toilettes e i litigi fra mogli e amanti di Zeus gelose e macchinatrici con ampia prole; Efesto storpio e nano che fa il mobiliere della reggia divina con l'ausilio di Aglaia, una delle Grazie, sua “ancella meccanica”; Afrodite, attrazione e ripugnanza, premio e castigo, basso e alto, carne e anima, riposo e assillo, buio e luce, empietà e devozione, vita e morte.

Uno dei vertici è probabilmente l'uccisione del mostro marino Lamia da parte di Eracle, un insieme di Giona e del capitano Achab : “Il mostro spalancò le sue tre bocche per mangiarsi la bella Esione e il grande Eracle saltò dentro alla bocca di mezzo, e con lo spadone tagliò la lingua, poi s'arrampicò nella bocca di sopra… e tagliò di qua e di là, per tre giorni di seguito… infine il grande Eracle squarciò il ventre del mostro Lamia, e sbucò fuori di sotto il ventre del mostro Lamia, ed era tutto coperto di sangue, e in testa non aveva più un capello, completamente pelato,… e il grande Ercole poté prendere in braccio la bella Esione tremante, la figlia del re Laomedonte di Troia, e trarla in salvo”. Dopo di che il brano si ripete tale e quale per il salvataggio della bella Andromeda ad opera del ragazzo Perseo.

A volte, però, anche Dell'Arti si arrende alla suggestione dell'antico e si accende anche qui un'immaginazione diversa. Quando le Menadi sbranano Orfeo, che si rifiutava di venerare Dioniso e predicava contro le sue orge, “raccolsero poi la lira che giaceva a un dipresso, legarono questa lira alla testa mozzata, quindi mentre la testa mozzata cantava, la lira suonava accompagnandola, e il cielo dorato rimbombava di meraviglia. Le Muse piangenti gettarono la testa e la lira nel fiume Ebro e il fiume Ebro trascinò la testa e la lira fino al mare. Dalla foce dell'Ebro la testa e la lira, sempre cantando e suonando, giunsero galleggiando fino all'isola di Lesbo, e qui furono raccolte dagli abitanti che deposero la testa nel santuario dello stesso Dioniso. Nessun usignolo, da allora in poi, canta come gli usignoli dell'isola di Lesbo”.

Questo brano e le citazioni precedenti possono essere indizio anche dello stile volutamente ripetitivo, cadenzato e frantumato adottato dall'Autore, come appunto, ancora, nell'antica Bibbia ebraica.

Giorgio Dell'Arti, Bibbia pagana, Edizioni Clichy, pagg. 483, € 19.

Quando, nel 1893, Nathaniel Hawthorne scriveva il suo Libro delle meraviglie dedicato ai miti classici proposti ai ragazzi, si scusava di avere adattato secondo quanto gli dettava l'immaginazione quei racconti, poiché su quelle “favole immortali consacrate da circa tremila anni di antichità” nessuna epoca può arrogarsi alcun diritto di possesso. Eppure in tutte gli scrittori le hanno rivestite della propria fantasia e della propria sensibilità.

Paola Mastrocola al termine della sua freschissima rivisitazione e riscrittura dei miti d'amore, di ogni amore a noi trasmessi dalle Muse (L'amore prima di noi, Einaudi), stila un elenco di decine di suoi debiti che da Omero attraverso tragici e storici, Virgilio e Racine, Ovidio e D'Annunzio arriva a una folta pattuglia di contemporanei, Cesare Pavese e Marguerite Yourcenar, Borges e Dürrenmatt, Jung e Veyne…

Si allinea ma all'estremo opposto di quello elegiaco dell'Amore prima di noi, rovesciando ogni schema e bandendo ogni rispetto, Giorgio Dell'Arti; che in Bibbia pagana frantuma l'incanto elegiaco o eroico di tante favole e ci dà una sua personale Genealogia degli dèi gentili, per usare il titolo del corposo manuale stilato a suo tempo da Boccaccio. Una navigazione difficile in un mare immenso e procelloso di divinità e delle loro innumerevoli discendenze, come riconosceva quel novelliere, scusandosi anch'egli dell'ardire dell'indagine e di aver cercato di dare i significati di quelle narrazioni.

Così nel romanzo (sottotitolo) di Dell'Arti le discendenze del padre Crono e del padre Zeus si riversano a grappoli o si irradiano lateralmente ad ogni spunto piacevole, ad ogni bizzarria insita o possibile nei fatti narrati, provocando e allietando il lettore non solo con le trovate ma anche con lo stile.

L'opera si compone di brevi brani, ognuno dedicato e intitolato a un episodio autentico o immaginabile della mitologia classica, nella sua discesa per li rami (come prefigura a sua volta il titolo di Bibbia); e su di essi l'autore interviene: come alla sua scelta delle Note azzurre di Dossi aveva dato il titolo Corruzioni. Le “Note azzurre” manipolate da... È il piacere totale della ‘ricreazione', condiviso dal lettore.

Demetra è così piccola che quando la madre Rea ne è gravida la pancia nemmeno si vedeva, e dopo nata fu facile nasconderla in un cassetto… Quando Apollo affrescò il corridoio dell'Olimpo che univa la Sala dei Banchetti alle Camere da Letto, dipinse un campo di papaveri e un lago azzurro; il padre Zeus volle che vi fossero anche delle figure, e allora il padre Apollo mise tra i papaveri una fanciulla dipinta di profilo non con un solo occhio, come sarebbe normale nei profili, ma con tutt'e due piazzati sopra il naso, “una cosa che in pittura si sarebbe vista molte migliaia di anni dopo”…

Il padre Zeus è legato al letto con cento nodi dalla vendicativa e gelosa Hera. Viene liberato dal gigante centimane Briareo, si alza, e lo manda a prendere Hera, dopo di che: “Appendila – disse – fuori dalla finestra” con due incudini legati alle caviglie, “e adesso lasciala che spenzoli fuori dalla finestra, che strilli, che chi guarda da sotto le veda le cosce”, come in un cartone animato…

Dissacrazione? Non avrebbe nemmeno senso parlarne, ovviamente. È l'Olimpo in mezzo a noi. Le toilettes e i litigi fra mogli e amanti di Zeus gelose e macchinatrici con ampia prole; Efesto storpio e nano che fa il mobiliere della reggia divina con l'ausilio di Aglaia, una delle Grazie, sua “ancella meccanica”; Afrodite, attrazione e ripugnanza, premio e castigo, basso e alto, carne e anima, riposo e assillo, buio e luce, empietà e devozione, vita e morte.

Uno dei vertici è probabilmente l'uccisione del mostro marino Lamia da parte di Eracle, un insieme di Giona e del capitano Achab : “Il mostro spalancò le sue tre bocche per mangiarsi la bella Esione e il grande Eracle saltò dentro alla bocca di mezzo, e con lo spadone tagliò la lingua, poi s'arrampicò nella bocca di sopra… e tagliò di qua e di là, per tre giorni di seguito… infine il grande Eracle squarciò il ventre del mostro Lamia, e sbucò fuori di sotto il ventre del mostro Lamia, ed era tutto coperto di sangue, e in testa non aveva più un capello, completamente pelato,… e il grande Ercole poté prendere in braccio la bella Esione tremante, la figlia del re Laomedonte di Troia, e trarla in salvo”. Dopo di che il brano si ripete tale e quale per il salvataggio della bella Andromeda ad opera del ragazzo Perseo.

A volte, però, anche Dell'Arti si arrende alla suggestione dell'antico e si accende anche qui un'immaginazione diversa. Quando le Menadi sbranano Orfeo, che si rifiutava di venerare Dioniso e predicava contro le sue orge, “raccolsero poi la lira che giaceva a un dipresso, legarono questa lira alla testa mozzata, quindi mentre la testa mozzata cantava, la lira suonava accompagnandola, e il cielo dorato rimbombava di meraviglia. Le Muse piangenti gettarono la testa e la lira nel fiume Ebro e il fiume Ebro trascinò la testa e la lira fino al mare. Dalla foce dell'Ebro la testa e la lira, sempre cantando e suonando, giunsero galleggiando fino all'isola di Lesbo, e qui furono raccolte dagli abitanti che deposero la testa nel santuario dello stesso Dioniso. Nessun usignolo, da allora in poi, canta come gli usignoli dell'isola di Lesbo”.

Questo brano e le citazioni precedenti possono essere indizio anche dello stile volutamente ripetitivo, cadenzato e frantumato adottato dall'Autore, come appunto, ancora, nell'antica Bibbia ebraica.

Giorgio Dell'Arti, Bibbia pagana, Edizioni Clichy, pagg. 483, € 19.

Quando, nel 1893, Nathaniel Hawthorne scriveva il suo Libro delle meraviglie dedicato ai miti classici proposti ai ragazzi, si scusava di avere adattato secondo quanto gli dettava l'immaginazione quei racconti, poiché su quelle “favole immortali consacrate da circa tremila anni di antichità” nessuna epoca può arrogarsi alcun diritto di possesso. Eppure in tutte gli scrittori le hanno rivestite della propria fantasia e della propria sensibilità.

Paola Mastrocola al termine della sua freschissima rivisitazione e riscrittura dei miti d'amore, di ogni amore a noi trasmessi dalle Muse (L'amore prima di noi, Einaudi), stila un elenco di decine di suoi debiti che da Omero attraverso tragici e storici, Virgilio e Racine, Ovidio e D'Annunzio arriva a una folta pattuglia di contemporanei, Cesare Pavese e Marguerite Yourcenar, Borges e Dürrenmatt, Jung e Veyne…

Si allinea ma all'estremo opposto di quello elegiaco dell'Amore prima di noi, rovesciando ogni schema e bandendo ogni rispetto, Giorgio Dell'Arti; che in Bibbia pagana frantuma l'incanto elegiaco o eroico di tante favole e ci dà una sua personale Genealogia degli dèi gentili, per usare il titolo del corposo manuale stilato a suo tempo da Boccaccio. Una navigazione difficile in un mare immenso e procelloso di divinità e delle loro innumerevoli discendenze, come riconosceva quel novelliere, scusandosi anch'egli dell'ardire dell'indagine e di aver cercato di dare i significati di quelle narrazioni.

Così nel romanzo (sottotitolo) di Dell'Arti le discendenze del padre Crono e del padre Zeus si riversano a grappoli o si irradiano lateralmente ad ogni spunto piacevole, ad ogni bizzarria insita o possibile nei fatti narrati, provocando e allietando il lettore non solo con le trovate ma anche con lo stile.

L'opera si compone di brevi brani, ognuno dedicato e intitolato a un episodio autentico o immaginabile della mitologia classica, nella sua discesa per li rami (come prefigura a sua volta il titolo di Bibbia); e su di essi l'autore interviene: come alla sua scelta delle Note azzurre di Dossi aveva dato il titolo Corruzioni. Le “Note azzurre” manipolate da... È il piacere totale della ‘ricreazione', condiviso dal lettore.

Demetra è così piccola che quando la madre Rea ne è gravida la pancia nemmeno si vedeva, e dopo nata fu facile nasconderla in un cassetto… Quando Apollo affrescò il corridoio dell'Olimpo che univa la Sala dei Banchetti alle Camere da Letto, dipinse un campo di papaveri e un lago azzurro; il padre Zeus volle che vi fossero anche delle figure, e allora il padre Apollo mise tra i papaveri una fanciulla dipinta di profilo non con un solo occhio, come sarebbe normale nei profili, ma con tutt'e due piazzati sopra il naso, “una cosa che in pittura si sarebbe vista molte migliaia di anni dopo”…

Il padre Zeus è legato al letto con cento nodi dalla vendicativa e gelosa Hera. Viene liberato dal gigante centimane Briareo, si alza, e lo manda a prendere Hera, dopo di che: “Appendila – disse – fuori dalla finestra” con due incudini legati alle caviglie, “e adesso lasciala che spenzoli fuori dalla finestra, che strilli, che chi guarda da sotto le veda le cosce”, come in un cartone animato…

Dissacrazione? Non avrebbe nemmeno senso parlarne, ovviamente. È l'Olimpo in mezzo a noi. Le toilettes e i litigi fra mogli e amanti di Zeus gelose e macchinatrici con ampia prole; Efesto storpio e nano che fa il mobiliere della reggia divina con l'ausilio di Aglaia, una delle Grazie, sua “ancella meccanica”; Afrodite, attrazione e ripugnanza, premio e castigo, basso e alto, carne e anima, riposo e assillo, buio e luce, empietà e devozione, vita e morte.

Uno dei vertici è probabilmente l'uccisione del mostro marino Lamia da parte di Eracle, un insieme di Giona e del capitano Achab : “Il mostro spalancò le sue tre bocche per mangiarsi la bella Esione e il grande Eracle saltò dentro alla bocca di mezzo, e con lo spadone tagliò la lingua, poi s'arrampicò nella bocca di sopra… e tagliò di qua e di là, per tre giorni di seguito… infine il grande Eracle squarciò il ventre del mostro Lamia, e sbucò fuori di sotto il ventre del mostro Lamia, ed era tutto coperto di sangue, e in testa non aveva più un capello, completamente pelato,… e il grande Ercole poté prendere in braccio la bella Esione tremante, la figlia del re Laomedonte di Troia, e trarla in salvo”. Dopo di che il brano si ripete tale e quale per il salvataggio della bella Andromeda ad opera del ragazzo Perseo.

A volte, però, anche Dell'Arti si arrende alla suggestione dell'antico e si accende anche qui un'immaginazione diversa. Quando le Menadi sbranano Orfeo, che si rifiutava di venerare Dioniso e predicava contro le sue orge, “raccolsero poi la lira che giaceva a un dipresso, legarono questa lira alla testa mozzata, quindi mentre la testa mozzata cantava, la lira suonava accompagnandola, e il cielo dorato rimbombava di meraviglia. Le Muse piangenti gettarono la testa e la lira nel fiume Ebro e il fiume Ebro trascinò la testa e la lira fino al mare. Dalla foce dell'Ebro la testa e la lira, sempre cantando e suonando, giunsero galleggiando fino all'isola di Lesbo, e qui furono raccolte dagli abitanti che deposero la testa nel santuario dello stesso Dioniso. Nessun usignolo, da allora in poi, canta come gli usignoli dell'isola di Lesbo”.

Questo brano e le citazioni precedenti possono essere indizio anche dello stile volutamente ripetitivo, cadenzato e frantumato adottato dall'Autore, come appunto, ancora, nell'antica Bibbia ebraica.

Giorgio Dell'Arti, Bibbia pagana, Edizioni Clichy, pagg. 483, € 19.

Quando, nel 1893, Nathaniel Hawthorne scriveva il suo Libro delle meraviglie dedicato ai miti classici proposti ai ragazzi, si scusava di avere adattato secondo quanto gli dettava l'immaginazione quei racconti, poiché su quelle “favole immortali consacrate da circa tremila anni di antichità” nessuna epoca può arrogarsi alcun diritto di possesso. Eppure in tutte gli scrittori le hanno rivestite della propria fantasia e della propria sensibilità.

Paola Mastrocola al termine della sua freschissima rivisitazione e riscrittura dei miti d'amore, di ogni amore a noi trasmessi dalle Muse (L'amore prima di noi, Einaudi), stila un elenco di decine di suoi debiti che da Omero attraverso tragici e storici, Virgilio e Racine, Ovidio e D'Annunzio arriva a una folta pattuglia di contemporanei, Cesare Pavese e Marguerite Yourcenar, Borges e Dürrenmatt, Jung e Veyne…

Si allinea ma all'estremo opposto di quello elegiaco dell'Amore prima di noi, rovesciando ogni schema e bandendo ogni rispetto, Giorgio Dell'Arti; che in Bibbia pagana frantuma l'incanto elegiaco o eroico di tante favole e ci dà una sua personale Genealogia degli dèi gentili, per usare il titolo del corposo manuale stilato a suo tempo da Boccaccio. Una navigazione difficile in un mare immenso e procelloso di divinità e delle loro innumerevoli discendenze, come riconosceva quel novelliere, scusandosi anch'egli dell'ardire dell'indagine e di aver cercato di dare i significati di quelle narrazioni.

Così nel romanzo (sottotitolo) di Dell'Arti le discendenze del padre Crono e del padre Zeus si riversano a grappoli o si irradiano lateralmente ad ogni spunto piacevole, ad ogni bizzarria insita o possibile nei fatti narrati, provocando e allietando il lettore non solo con le trovate ma anche con lo stile.

L'opera si compone di brevi brani, ognuno dedicato e intitolato a un episodio autentico o immaginabile della mitologia classica, nella sua discesa per li rami (come prefigura a sua volta il titolo di Bibbia); e su di essi l'autore interviene: come alla sua scelta delle Note azzurre di Dossi aveva dato il titolo Corruzioni. Le “Note azzurre” manipolate da... È il piacere totale della ‘ricreazione', condiviso dal lettore.

Demetra è così piccola che quando la madre Rea ne è gravida la pancia nemmeno si vedeva, e dopo nata fu facile nasconderla in un cassetto… Quando Apollo affrescò il corridoio dell'Olimpo che univa la Sala dei Banchetti alle Camere da Letto, dipinse un campo di papaveri e un lago azzurro; il padre Zeus volle che vi fossero anche delle figure, e allora il padre Apollo mise tra i papaveri una fanciulla dipinta di profilo non con un solo occhio, come sarebbe normale nei profili, ma con tutt'e due piazzati sopra il naso, “una cosa che in pittura si sarebbe vista molte migliaia di anni dopo”…

Il padre Zeus è legato al letto con cento nodi dalla vendicativa e gelosa Hera. Viene liberato dal gigante centimane Briareo, si alza, e lo manda a prendere Hera, dopo di che: “Appendila – disse – fuori dalla finestra” con due incudini legati alle caviglie, “e adesso lasciala che spenzoli fuori dalla finestra, che strilli, che chi guarda da sotto le veda le cosce”, come in un cartone animato…

Dissacrazione? Non avrebbe nemmeno senso parlarne, ovviamente. È l'Olimpo in mezzo a noi. Le toilettes e i litigi fra mogli e amanti di Zeus gelose e macchinatrici con ampia prole; Efesto storpio e nano che fa il mobiliere della reggia divina con l'ausilio di Aglaia, una delle Grazie, sua “ancella meccanica”; Afrodite, attrazione e ripugnanza, premio e castigo, basso e alto, carne e anima, riposo e assillo, buio e luce, empietà e devozione, vita e morte.

Uno dei vertici è probabilmente l'uccisione del mostro marino Lamia da parte di Eracle, un insieme di Giona e del capitano Achab : “Il mostro spalancò le sue tre bocche per mangiarsi la bella Esione e il grande Eracle saltò dentro alla bocca di mezzo, e con lo spadone tagliò la lingua, poi s'arrampicò nella bocca di sopra… e tagliò di qua e di là, per tre giorni di seguito… infine il grande Eracle squarciò il ventre del mostro Lamia, e sbucò fuori di sotto il ventre del mostro Lamia, ed era tutto coperto di sangue, e in testa non aveva più un capello, completamente pelato,… e il grande Ercole poté prendere in braccio la bella Esione tremante, la figlia del re Laomedonte di Troia, e trarla in salvo”. Dopo di che il brano si ripete tale e quale per il salvataggio della bella Andromeda ad opera del ragazzo Perseo.

A volte, però, anche Dell'Arti si arrende alla suggestione dell'antico e si accende anche qui un'immaginazione diversa. Quando le Menadi sbranano Orfeo, che si rifiutava di venerare Dioniso e predicava contro le sue orge, “raccolsero poi la lira che giaceva a un dipresso, legarono questa lira alla testa mozzata, quindi mentre la testa mozzata cantava, la lira suonava accompagnandola, e il cielo dorato rimbombava di meraviglia. Le Muse piangenti gettarono la testa e la lira nel fiume Ebro e il fiume Ebro trascinò la testa e la lira fino al mare. Dalla foce dell'Ebro la testa e la lira, sempre cantando e suonando, giunsero galleggiando fino all'isola di Lesbo, e qui furono raccolte dagli abitanti che deposero la testa nel santuario dello stesso Dioniso. Nessun usignolo, da allora in poi, canta come gli usignoli dell'isola di Lesbo”.

Questo brano e le citazioni precedenti possono essere indizio anche dello stile volutamente ripetitivo, cadenzato e frantumato adottato dall'Autore, come appunto, ancora, nell'antica Bibbia ebraica.

Giorgio Dell'Arti, Bibbia pagana, Edizioni Clichy, pagg. 483, € 19.

Quando, nel 1893, Nathaniel Hawthorne scriveva il suo Libro delle meraviglie dedicato ai miti classici proposti ai ragazzi, si scusava di avere adattato secondo quanto gli dettava l'immaginazione quei racconti, poiché su quelle “favole immortali consacrate da circa tremila anni di antichità” nessuna epoca può arrogarsi alcun diritto di possesso. Eppure in tutte gli scrittori le hanno rivestite della propria fantasia e della propria sensibilità.

Paola Mastrocola al termine della sua freschissima rivisitazione e riscrittura dei miti d'amore, di ogni amore a noi trasmessi dalle Muse (L'amore prima di noi, Einaudi), stila un elenco di decine di suoi debiti che da Omero attraverso tragici e storici, Virgilio e Racine, Ovidio e D'Annunzio arriva a una folta pattuglia di contemporanei, Cesare Pavese e Marguerite Yourcenar, Borges e Dürrenmatt, Jung e Veyne…

Si allinea ma all'estremo opposto di quello elegiaco dell'Amore prima di noi, rovesciando ogni schema e bandendo ogni rispetto, Giorgio Dell'Arti; che in Bibbia pagana frantuma l'incanto elegiaco o eroico di tante favole e ci dà una sua personale Genealogia degli dèi gentili, per usare il titolo del corposo manuale stilato a suo tempo da Boccaccio. Una navigazione difficile in un mare immenso e procelloso di divinità e delle loro innumerevoli discendenze, come riconosceva quel novelliere, scusandosi anch'egli dell'ardire dell'indagine e di aver cercato di dare i significati di quelle narrazioni.

Così nel romanzo (sottotitolo) di Dell'Arti le discendenze del padre Crono e del padre Zeus si riversano a grappoli o si irradiano lateralmente ad ogni spunto piacevole, ad ogni bizzarria insita o possibile nei fatti narrati, provocando e allietando il lettore non solo con le trovate ma anche con lo stile.

L'opera si compone di brevi brani, ognuno dedicato e intitolato a un episodio autentico o immaginabile della mitologia classica, nella sua discesa per li rami (come prefigura a sua volta il titolo di Bibbia); e su di essi l'autore interviene: come alla sua scelta delle Note azzurre di Dossi aveva dato il titolo Corruzioni. Le “Note azzurre” manipolate da... È il piacere totale della ‘ricreazione', condiviso dal lettore.

Demetra è così piccola che quando la madre Rea ne è gravida la pancia nemmeno si vedeva, e dopo nata fu facile nasconderla in un cassetto… Quando Apollo affrescò il corridoio dell'Olimpo che univa la Sala dei Banchetti alle Camere da Letto, dipinse un campo di papaveri e un lago azzurro; il padre Zeus volle che vi fossero anche delle figure, e allora il padre Apollo mise tra i papaveri una fanciulla dipinta di profilo non con un solo occhio, come sarebbe normale nei profili, ma con tutt'e due piazzati sopra il naso, “una cosa che in pittura si sarebbe vista molte migliaia di anni dopo”…

Il padre Zeus è legato al letto con cento nodi dalla vendicativa e gelosa Hera. Viene liberato dal gigante centimane Briareo, si alza, e lo manda a prendere Hera, dopo di che: “Appendila – disse – fuori dalla finestra” con due incudini legati alle caviglie, “e adesso lasciala che spenzoli fuori dalla finestra, che strilli, che chi guarda da sotto le veda le cosce”, come in un cartone animato…

Dissacrazione? Non avrebbe nemmeno senso parlarne, ovviamente. È l'Olimpo in mezzo a noi. Le toilettes e i litigi fra mogli e amanti di Zeus gelose e macchinatrici con ampia prole; Efesto storpio e nano che fa il mobiliere della reggia divina con l'ausilio di Aglaia, una delle Grazie, sua “ancella meccanica”; Afrodite, attrazione e ripugnanza, premio e castigo, basso e alto, carne e anima, riposo e assillo, buio e luce, empietà e devozione, vita e morte.

Uno dei vertici è probabilmente l'uccisione del mostro marino Lamia da parte di Eracle, un insieme di Giona e del capitano Achab : “Il mostro spalancò le sue tre bocche per mangiarsi la bella Esione e il grande Eracle saltò dentro alla bocca di mezzo, e con lo spadone tagliò la lingua, poi s'arrampicò nella bocca di sopra… e tagliò di qua e di là, per tre giorni di seguito… infine il grande Eracle squarciò il ventre del mostro Lamia, e sbucò fuori di sotto il ventre del mostro Lamia, ed era tutto coperto di sangue, e in testa non aveva più un capello, completamente pelato,… e il grande Ercole poté prendere in braccio la bella Esione tremante, la figlia del re Laomedonte di Troia, e trarla in salvo”. Dopo di che il brano si ripete tale e quale per il salvataggio della bella Andromeda ad opera del ragazzo Perseo.

A volte, però, anche Dell'Arti si arrende alla suggestione dell'antico e si accende anche qui un'immaginazione diversa. Quando le Menadi sbranano Orfeo, che si rifiutava di venerare Dioniso e predicava contro le sue orge, “raccolsero poi la lira che giaceva a un dipresso, legarono questa lira alla testa mozzata, quindi mentre la testa mozzata cantava, la lira suonava accompagnandola, e il cielo dorato rimbombava di meraviglia. Le Muse piangenti gettarono la testa e la lira nel fiume Ebro e il fiume Ebro trascinò la testa e la lira fino al mare. Dalla foce dell'Ebro la testa e la lira, sempre cantando e suonando, giunsero galleggiando fino all'isola di Lesbo, e qui furono raccolte dagli abitanti che deposero la testa nel santuario dello stesso Dioniso. Nessun usignolo, da allora in poi, canta come gli usignoli dell'isola di Lesbo”.

Questo brano e le citazioni precedenti possono essere indizio anche dello stile volutamente ripetitivo, cadenzato e frantumato adottato dall'Autore, come appunto, ancora, nell'antica Bibbia ebraica.

Giorgio Dell'Arti, Bibbia pagana, Edizioni Clichy, pagg. 483, € 19.

Quando, nel 1893, Nathaniel Hawthorne scriveva il suo Libro delle meraviglie dedicato ai miti classici proposti ai ragazzi, si scusava di avere adattato secondo quanto gli dettava l’immaginazione quei racconti, poiché su quelle «favole immortali consacrate da circa tremila anni di antichità» nessuna epoca può arrogarsi alcun diritto di possesso. Eppure in tutte gli scrittori le hanno rivestite della propria fantasia e della propria sensibilità.

Paola Mastrocola al termine della sua freschissima rivisitazione e riscrittura dei miti d’amore, di ogni amore a noi trasmessi dalle Muse (L’amore prima di noi, Einaudi), stila un elenco di decine di suoi debiti che da Omero attraverso tragici e storici, Virgilio e Racine, Ovidio e D’Annunzio arriva a una folta pattuglia di contemporanei, Cesare Pavese e Marguerite Yourcenar, Borges e Dürrenmatt, Jung e Veyne…

Si allinea ma all’estremo opposto di quello elegiaco dell’Amore prima di noi, rovesciando ogni schema e bandendo ogni rispetto, Giorgio Dell’Arti; che in Bibbia pagana frantuma l’incanto elegiaco o eroico di tante favole e ci dà una sua personale Genealogia degli dèi gentili, per usare il titolo del corposo manuale stilato a suo tempo da Boccaccio. Una navigazione difficile in un mare immenso e procelloso di divinità e delle loro innumerevoli discendenze, come riconosceva quel novelliere, scusandosi anch’egli dell’ardire dell’indagine e di aver cercato di dare i significati di quelle narrazioni.

Così nel romanzo (sottotitolo) di Dell’Arti le discendenze del padre Crono e del padre Zeus si riversano a grappoli o si irradiano lateralmente ad ogni spunto piacevole, ad ogni bizzarria insita o possibile nei fatti narrati, provocando e allietando il lettore non solo con le trovate ma anche con lo stile.

L’opera si compone di brevi brani, ognuno dedicato e intitolato a un episodio autentico o immaginabile della mitologia classica, nella sua discesa per li rami (come prefigura a sua volta il titolo di Bibbia); e su di essi l’autore interviene: come alla sua scelta delle Note azzurre di Dossi aveva dato il titolo Corruzioni. Le “Note azzurre” manipolate da... È il piacere totale della ’ricreazione’, condiviso dal lettore.

Demetra è così piccola che quando la madre Rea ne è gravida la pancia nemmeno si vedeva, e dopo nata fu facile nasconderla in un cassetto… Quando Apollo affrescò il corridoio dell’Olimpo che univa la Sala dei Banchetti alle Camere da Letto, dipinse un campo di papaveri e un lago azzurro; il padre Zeus volle che vi fossero anche delle figure, e allora il padre Apollo mise tra i papaveri una fanciulla dipinta di profilo non con un solo occhio, come sarebbe normale nei profili, ma con tutt’e due piazzati sopra il naso, «una cosa che in pittura si sarebbe vista molte migliaia di anni dopo»…

Il padre Zeus è legato al letto con cento nodi dalla vendicativa e gelosa Hera. Viene liberato dal gigante centimane Briareo, si alza, e lo manda a prendere Hera, dopo di che: «Appendila – disse – fuori dalla finestra» con due incudini legate alle caviglie, «e adesso lasciala che spenzoli fuori dalla finestra, che strilli, che chi guarda da sotto le veda le cosce», come in un cartone animato…

Dissacrazione? Non avrebbe nemmeno senso parlarne, ovviamente. È l’Olimpo in mezzo a noi. Le toilettes e i litigi fra mogli e amanti di Zeus gelose e macchinatrici con ampia prole; Efesto storpio e nano che fa il mobiliere della reggia divina con l’ausilio di Aglaia, una delle Grazie, sua “ancella meccanica”; Afrodite, attrazione e ripugnanza, premio e castigo, basso e alto, carne e anima, riposo e assillo, buio e luce, empietà e devozione, vita e morte.

Uno dei vertici è probabilmente l’uccisione del mostro marino Lamia da parte di Eracle, un insieme di Giona e del capitano Achab : «Il mostro spalancò le sue tre bocche per mangiarsi la bella Esione e il grande Eracle saltò dentro alla bocca di mezzo, e con lo spadone tagliò la lingua, poi s’arrampicò nella bocca di sopra… e tagliò di qua e di là, per tre giorni di seguito… infine il grande Eracle squarciò il ventre del mostro Lamia, e sbucò fuori di sotto il ventre del mostro Lamia, ed era tutto coperto di sangue, e in testa non aveva più un capello, completamente pelato,… e il grande Ercole poté prendere in braccio la bella Esione tremante, la figlia del re Laomedonte di Troia, e trarla in salvo». Dopo di che il brano si ripete tale e quale per il salvataggio della bella Andromeda ad opera del ragazzo Perseo.

A volte, però, anche Dell’Arti si arrende alla suggestione dell’antico e si accende anche qui un’immaginazione diversa. Quando le Menadi sbranano Orfeo, che si rifiutava di venerare Dioniso e predicava contro le sue orge, «raccolsero poi la lira che giaceva a un dipresso, legarono questa lira alla testa mozzata, quindi mentre la testa mozzata cantava, la lira suonava accompagnandola, e il cielo dorato rimbombava di meraviglia. Le Muse piangenti gettarono la testa e la lira nel fiume Ebro e il fiume Ebro trascinò la testa e la lira fino al mare. Dalla foce dell’Ebro la testa e la lira, sempre cantando e suonando, giunsero galleggiando fino all’isola di Lesbo, e qui furono raccolte dagli abitanti che deposero la testa nel santuario dello stesso Dioniso. Nessun usignolo, da allora in poi, canta come gli usignoli dell’isola di Lesbo».

Questo brano e le citazioni precedenti possono essere indizio anche dello stile volutamente ripetitivo, cadenzato e frantumato adottato dall’Autore, come appunto, ancora, nell’antica Bibbia ebraica.

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