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Ma così è un danno

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verso il referendum

Ma così è un danno

L’elemento più sfuggente dei ragionamenti che da mesi imprigionano il discorso pubblico è il merito del referendum su cui ci esprimeremo il 4 dicembre prossimo. Quasi come se i contenuti del quesito siano secondari dinanzi all’urgenza di una riforma indispensabile per far uscire il Paese dalla “crisi organica” che lo fa galleggiare da decenni in un mesto e stagnante orizzonte, che condanna l’Italia a una dimensione periferica nel processo decisionale dell’Unione europea. Eppure il merito della riforma, varata da una maggioranza eletta con una legge (porcellum) incostituzionale, frutto di iniziativa governativa, che non propone un cambiamento della Costituzione, ma un pacchetto di modifiche, è il contesto sul quale sarebbe necessario concentrarsi. L’esigenza di formarsi un’opinione sulla riforma è soddisfatta da una superfetazione di interventi: raffinate prove di esegesi tecnica, esaltati encomi, sprezzanti opposizioni alberate sull’ipotesi di dare la spallata finale all’attuale classe dirigente, e, poi, analisi dalle quali affiora la fragilità dell’impianto riformistico.

In questo montante muro bibliografico il contributo di Alessandro Pace rappresenta una sintesi dei possibili punti di caduta della riforma Boschi. Non si tratta di un testo neutro, Pace è il presidente del Comitato per il No nel referendum sulla legge costituzionale, eppure la sua analisi è guidata da un ragionamento tecnico serrato lontano dagli argomenti politici che così profondamente influenzano la formazione di un’opinione sulle conseguenze della riforma. In questo senso, il lavoro di Pace si colloca in continuità col misurato documento dei 56 costituzionalisti dell’aprile scorso che è stato subito rubricato a paradigma di resistenza dei Mandarini che prosperano sull’irriformabilità del Paese. Del resto, a guardare le cose dalla giusta distanza, la comunicazione con la quale gli argomenti politici del Sì sono sostenuti appare imbullonata a parole d’ordine che poco concedono al dibattito. La necessità di accelerare il procedimento legislativo, raccontato come disperatamente farraginoso, come ragione prima dei guasti profondi, originari del Paese, aggiornando il quale - per incanto - tutto sarà più efficiente, sembra l’unico terreno di discussione.

Le questioni al centro del ragionamento di Pace sono, invece, il “premierato assoluto”, il tentativo di cambiare il Senato attribuendo ai consigli regionali il diritto di eleggerlo, il restringimento degli spazi per l’iniziativa legislativa parlamentare. La riforma, ricorda fra l’altro Pace, prevede almeno otto tipi di approvazione delle leggi ordinarie; non compensa l’eliminazione del Senato con la previsione di contropoteri interni; rimuove, nei rapporti dello Stato con le Regioni, la potestà legislativa concorrente delle Regioni senza prevedere una potestà d’attuazione nelle materie nelle quali lo Stato si limiterebbe a dettare «disposizioni generali e comuni». Attribuisce allo Stato la competenza legislativa esclusiva in materie come le politiche sociali, la tutela della salute, il governo del territorio, l’ambiente e il turismo che costituiscono il cuore dell’autonomia legislativa regionale. Non conferisce la competenza legislativa esclusiva in una miriade di materie con la conseguenza di non attenuare il problema del contenzioso costituzionale Stato-Regioni.

Sono questioni di merito intorno alle quali poco si discute laddove una comunicazione abbassata e semplificata, che troppo spesso mostra scoperte tendenze demagogiche, confonde ulteriormente le carte in tavola. Il contenimento dei costi della politica (percentualmente irrilevante) e lo snellimento dei tempi dell’attività legislativa (omettendo che quando una legge non arriva in fondo è perché non esistono le condizioni politiche perché essa proceda), sono i due corni su cui s’insiste pervicacemente, mentre su tutto regna l’argomento che la riforma non ci porterà nel migliore dei mondi possibili, e, anzi, dovrà essere adeguata, ma non attuarla ci condannerebbe all’immobilità perpetua.
Posto che dal 1963 sono state 15 le revisioni della Costituzione, che dunque difficilmente quella attuale può essere venduta come “l’ultima spiaggia”, è possibile ritenere un argomento forte quello che strapparsi furiosamente l’abito vecchio di dosso senza averne uno nuovo, rischiando di rimanere nudi in mezzo a una strada, rappresenti il punto di svolta per un Paese che da decenni soffre le conseguenze del suo inesorabile arretramento?

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