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Pomodoro strano-sferico

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Pomodoro strano-sferico

Arnaldo Pomodoro, lo scultore nello studio di via Vigevano a Milano, foto di Salvatore Galano (1992)
Arnaldo Pomodoro, lo scultore nello studio di via Vigevano a Milano, foto di Salvatore Galano (1992)

C’era anche Arnaldo Pomodoro nella folla dei visitatori che, nell’autunno del 1953, accorsero in Palazzo Reale a Milano per vedere la grande mostra di Picasso: esponendo solo qui (e non nella prima tappa, a Roma), in una Sala delle Cariatidi ancora devastata dagli spezzoni incendiari, il suo celeberrimo dipinto-manifesto contro la guerra, Guernica, Picasso aveva fatto della mostra milanese un autentico, imperdibile evento.

Ventisettenne, Arnaldo Pomodoro lavorava allora da qualche anno a Pesaro, al Genio civile, impegnato nella ricostruzione di scuole ed edifici pubblici distrutti dalla guerra, ma intanto si dedicava con successo alla scenografia (fu Anton Giulio Bragaglia il primo a credere in lui) e leggeva i classici della letteratura e del teatro. Fu lì, nella Sala delle Cariatidi, che Arnaldo Pomodoro decise che avrebbe lasciato Pesaro per Milano, per dedicarsi all’arte.

Si sarebbe trasferito l’anno successivo, subito apprezzato e incoraggiato da Lucio Fontana e, pur fra mille viaggi nel mondo, a Milano avrebbe piantato le radici. Ora, allo scoccare dei suoi 90 anni, la Sala delle Cariatidi, con le sue statue ancora mutilate (Milano ascoltò Picasso, che suggerì di non restaurarla mai, perché restasse a perenne memoria della follia di tutte le guerre) accoglie una sua personale, pensata come un conciso ma eloquente percorso attraverso i suoi sessant’anni anni di lavoro, condensati nella trentina di sculture che rappresentano i capisaldi della sua opera: i “numeri uno” di ognuno dei filoni di ricerca che avrebbe esplorato nel tempo, reinventandoli ogni volta ma restando sempre fedele al nucleo fondante del suo pensiero e della sua sensibilità d’artista. Che da subito prese forma nelle sue inconfondibili «scritture», fatte di un alfabeto di segni a un tempo arcaici e tecnologici («un alfabeto misterioso, di cui si è perso il codice interpretativo», spiega lui), che avrebbero ben presto stimolato l’attenzione di figure di primo piano della critica d’arte, come Gillo Dorfles, Guido Ballo, e G.C. Argan. Come dice l’artista stesso, le sue tormentate grafie, le impronte scavate nella materia, i denti, i cunei, le trafitture, gli strappi che emergono dagli squarci da lui inflitti ai solidi perfetti, lucenti e apparentemente incorruttibili della geometria euclidea, si configurano come «una riflessione sulla dialettica e sulle contraddizioni della società moderna».

Non molti lo sanno, ma Arnaldo Pomodoro ha vissuto e insegnato nelle più prestigiose (e più ribelli) università californiane proprio negli anni in cui prendevano forma il movimento hippie e la protesta studentesca che, con il Sessantotto, avrebbero cambiato il mondo: nel 1966 insegnava a Stanford, mentre gli studenti tenevano le prime marce e i primi sit-in, e nel 1967 a Berkeley, la culla delle rivolte studentesche. Quanto a lui, non solo era solidale con quei giovani che, ricorda oggi, erano «così vivi, pieni d’immaginazione, dotati di una sicurezza incredibile. Avevano forza d’idee e l’orgoglio di essere degli anticipatori», ma era anche amico stretto dei poeti della beat generation, come Allen Ginsberg e Gregory Corso.

Negli Stati Uniti, del resto, era di casa sin dal 1959, e nei suoi soggiorni aveva stretto amicizia con Mark Rothko, Barnett Newman, Franz Kline, Philip Guston, con Jasper Johns, Rauschenberg e Andy Warhol, con Louise Nevelson, David Smith e il più giovane Mark Di Suvero: i campioni dell’arte americana del secondo dopoguerra. Ed è stato proprio grazie alla miscela tra questa cultura nuova, seppure nutrita della lezione europea, e la cultura “respirata” nei paesaggi severi e rocciosi del suo Montefeltro, dove è nato e cresciuto, fra rocche arcigne ed equilibri rinascimentali perfetti, che Pomodoro ha creato il suo inedito, inquieto linguaggio, intriso al tempo stesso di classicità e di espressionismo, capace di essere apollineo e dionisiaco nella stessa opera.

La mostra che Milano, con la Fondazione Arnaldo Pomodoro e MondoMostre Skira, gli dedica da mercoledì prossimo al 5 febbraio, curata da chi scrive (ma in realtà da lui stesso, sicuramente il più autorevole dei curatori possibili) prende le mosse da Palazzo Reale, dove i visitatori sono accolti, in Piazzetta Reale, da un’opera fondamentale come The Pietrarubbia Group, grande complesso scultoreo di segno architettonico, percorribile e in progress che, avviato nel 1975, si è completato solo nel 2015, e che per la prima volta è esposto qui nella sua interezza. Di qui si sale alla Sala delle Cariatidi, dove scorre, per exempla, il suo percorso dal 1955 al 2011. Ma l’omaggio s’irradia nell’intera città (vedi la scheda qui accanto), con altre mostre e con un percorso attraverso le sue sculture pubbliche, a partire da quel Grande disco che splende in piazza Meda e che i milanesi, solo pochi mesi fa, hanno indicato fra le sei “opere simbolo” della città.

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