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Arnolfo e Tino all’Opera

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FIRENZE / NUOVE ACQUISIZIONI

Arnolfo e Tino all’Opera

Arnolfo di Cambio. «Apostolo» (part.)
Arnolfo di Cambio. «Apostolo» (part.)

Il 7 dicembre prendono posto nel nuovo Museo dell’Opera del Duomo di Firenze tre capolavori di scultura medievale create per la Cattedrale fiorentina e successivamente disperse: un Apostolo di mano di Arnolfo di Cambio, originariamente parte del gruppo della Dormitio Virginis nel timpano della porta meridionale della facciata da lui iniziata tra la fine del XIII e i primi anni del XIV secolo, e due angeli di Tino di Camaino, componenti di un monumento funebre realizzato nell’ancora erigenda chiesa negli anni 1320. Acquistate dall’Opera di Santa Maria del Fiore nel 2015, i tre pezzi sono altorilievi.

L’Apostolo di Arnolfo raffigura uno degli apostoli che, secondo la tradizione, sarebbero stati convocati al letto di morte della Vergine; di intenso pathos, è tra le massime espressioni del nuovo interesse umano mutuato del periodo, sviluppato anche nella coeva pittura di Giotto.

La figura marmorea, rimossa dalla facciata del Duomo nel 1587, quando per volontà del Granduca Francesco I l’incompiuta facciata medievale venne smantellata, e passata dai depositi dell’Opera alla collezione dei marchesi Torrigiani nell’Ottocento, verrà ora reintegrata nel gruppo della Dormitio nella ricostruzione della facciata medievale del nuovo Museo dell’Opera. Quasi tutti gli altri elementi del gruppo esposto al museo sono copie, essendo stati alienati in epoca indeterminata gli originali, e così il ritorno dell’Apostolo è particolarmente significativo.

La struggente emotività di questo personaggio che assiste al trapasso di Maria echeggia dell’allora nuova spiritualità francescana d’impronta “naturalista”, che privilegiava le spontanee reazioni umane davanti al mistero di Dio, trovando legittimazione nell'umanità di Cristo. Al posto dell’enfasi teologica del pensiero cristiano del primo medioevo, avvertiamo qui l’interesse quasi scientifico per l’uomo, per i suoi sentimenti, per la sua psicologia, che sarà al cuore della Rinascenza quattrocentesca. L’impostazione del soggetto non è più simbolica ma narrativa, drammatica, e gli elementi decorativi tipici del periodo sono subordinati al dramma del corpo, così che ciò che nella Vulgata è chiamato «l’umanità di Dio» – «humanitas salvatoris nostri Dei» (Tit, 2,11) – appare chiaramente nell’uomo raffigurato dall’arte. Non sorprende pertanto che in questo preciso momento riaffiora in Italia la scultura monumentale “all’antica”, di cui la facciata arnolfiana del duomo fiorentino è il massimo esempio.

Le altre due sculture acquistate dall’Opera sono un paio di angeli reggidrappo provenienti dal monumento sepolcrale del vescovo Antonio d’Orso, realizzato intorno al 1321 per la controfacciata del Duomo di Firenze dal maestro senese Tino di Camaino. Questi rilievi di forma triangolare decoravano la cimasa del perduto tabernacolo architettonico del monumento, dove le loro forme triangolari s'inserivano simmetricamente nel frontone. Inginocchiati e guardando adoranti verso l’alto, i due angeli hanno in mano i lembi di un drappo (ora perso), che, steso sopra l’effigie seduto del vescovo, alludeva alla Elevatio animae del prelato: l’innalzamento verso Dio della sua anima dopo morto. Spostato più volte all’interno del Duomo, il monumento, senza il suo tabernacolo architettonico, fu riportato alla posizione originale sulla controfacciata, a sinistra di chi varca la soglia della porta mediana, solo nel primo Novecento. Nella ricostruzione parziale della tomba in cattedrale manca, però, il supporto originale di questi angeli, che verranno perciò esposti nella «Sala delle navate» del Museo, che raccoglie vari cimeli un tempo all’interno della cattedrale.

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