Domenica

Fiabesco furfante

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ELISABETTA SGARBI

Fiabesco furfante

L’intelligenza, al suo grado più alto, non è che ammirazione. Il motto del grande Du Bos (Réflexions critiques sur la poésie et sur la peinture, 1719), amato in egual misura da razionalisti e romantici, e oggi quasi dimenticato, mi sembra la cifra del piccolo e bellissimo film di Elisabetta Sgarbi sul Romanino in Val Camonica: La lingua dei furfanti. Questo scapigliato Romanino che, rispetto ai supremi veneziani Giorgione e Tiziano, “tira a far cagnara” e con i suoi irreali impasti bruni e violetti dipinge personaggi “gonfi come tacchini incazzati” (Testori), passa nelle sequenze della Sgarbi quasi straniato, puro, redento. Il soggetto degli affreschi di Pisogne, Breno e Bienno, compiuti tra il 1532 e il 1541, è di volta in volta lo Sposalizio di Maria o la Presentazione al Tempio o la Flagellazione o la Discesa al Limbo: ma una sola turba di personaggi entra nella scena del film, circondata dal silenzio assoluto dei borghi, dove una vecchia ricama al tombolo e i vichi sono deserti.

Figura fiabesca per definizione, la vecchia che fila nell’ombra diventa qui una specie di contrappunto riflessivo, d’un sacro primordiale e ingenito, rispetto alla rumorosa carovana di popolani e dame e vescovi e cani, e ai gridi, agli sberleffi, alle bocche aperte nel diniego o nello sbalordimento. C’è anche un Cristo “vestito col grembiule come uno sguattero” ; e ci sono gli alluci dei dodici apostoli al lavacro dei piedi e una relativa collocazione “degli alluci nel grande mistero della Salvezza”, scrive Luca Doninelli nell’acuto commento alle immagini (anche Gadda, peraltro, insieme al celebre cetriolo del Crivelli elogiava gli alluci nella storia dell’arte). Altrove la piccola mano di Maria, sostenuta da quella del sacerdote, si protende verso quella di Giuseppe, con fede e spavento, a un passo dal precipizio del buio teologico, “ora che non le rimane che Dio” o meglio l’attesa di un Dio che non è mai qui e ora, dove Maria stessa e noi tutti vorremmo che fosse. In un angolo della scena, una bambina stringe amorosamente tra le braccia un coniglio bianco, mentre l’agnello sta per essere sacrificato. Ma perché, dopotutto, una festa coincide con un sacrificio? «E chi sarebbe, poi, questa bambina?».

Dentro gli affollati, concitati, “bassi” bozzetti del Romanino, grazie alle contrastanti sequenze graduali della Lingua dei furfanti si succedono momenti repentini di meditazione e addirittura grovigli di pensiero, salti logici, teologici. E intermittenze del cuore. Doninelli, guardando per un attimo fuori, tra le casupole di pietra dei borghi, ci mette del suo: «ancora oggi, tutte le volte che mi trovo davanti a una finestra semichiusa che lascia passare solo qualche filo di luce, io rivedo mille ricamatrici al lavoro, e soprattutto rivedo mia zia, e se per caso tra quei fili di luce c’è una mosca che va su e giù, passando attraverso quella luce, io rivedo tra me l’ago con il suo scintillio intermittente e la forma inconfondibile della sua carissima mano paziente». Cos’ha a che fare una mite vecchia intenta al ricamo con l’impetuoso, gergale Romanino e i suoi enigmi? Compare nello sguardo, e in un quadro cognitivo nuovo, forze diverse e apparentemente unilaterali è, non da oggi, l’impresa di Elisabetta Sgarbi: il grado toccato, molto alto, dalla sua intelligenza-ammirazione per l’umano.

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