Domenica

L’incanto dell’astore

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BIRDWATCHING E LETTERATURA

L’incanto dell’astore

Uccello di apollo. Un astore adulto  (in primo piano) e un giovane, acquerello di Paul-A. Robert da «Les rapaces» di Paul Géroudet
Uccello di apollo. Un astore adulto (in primo piano) e un giovane, acquerello di Paul-A. Robert da «Les rapaces» di Paul Géroudet

Una settimana fa in Val d’Aosta, riserva naturale di Monte Mars, all’inizio della valle di Gressoney. Un po’ di neve sui sentieri con le tracce degli animali ben visibili, anche se sono quasi tutte del mio cane che instancabile va avanti e indietro. Siamo in alto, al limite del bosco, quasi al tramonto, il sole basso sull’orizzonte. Pochi animali visti finora, solo un gruppetto di camosci nel loro scuro bel mantello invernale.

Cammino come sempre con un occhio verso il terreno e uno verso il cielo, dove improvvisamente si staglia una grande sagoma scura contro il sole, sta alzandosi volteggiando con le ali tenute piatte, ancor prima di afferrare il binocolo capisco chi possa essere. È lui, l’astore! Anzi lei: viste le dimensioni è una femmina, che in questa specie, come in quasi tutti i rapaci, è molto più grande del maschio. Il rapace più bello ed emozionante che ci sia, dopo il gipeto. «Thor, ecco l’astore!» mi viene spontaneo dire a bassa voce (Thor è il nome del mio cane, dal mio tono percepisce che succede qualcosa di importante, perché con la coda dell’occhio mi accorgo che guarda in su). Lo seguo col binocolo per molto tempo finché non scompare dietro il monte, ogni volta che passa e ripassa sopra di me il sole basso illumina bene il petto possente barrato di scuro, e riesco addirittura a distinguere l’occhio che nell’astore è reso feroce dal sopracciglio molto sporgente. «L’uccello di Apollo» veniva chiamato, perché sacro al Sole, con i suoi occhi fiammeggianti di luce.

Che strana coincidenza: un astore, che non vedevo da molti mesi - è uno dei rapaci più elusivi, dato che quasi sempre caccia solo nel fitto del bosco o aspettando fermo ai margini di una radura - si è mostrato proprio quando ho appena finito di leggere L’Astore. Terence Hanbury White era celebre alla fine degli anni 30, quando scrisse La spada nella roccia, primo libro della sua tetralogia di Re Artù. Laureato a Cambridge, professore solitario e controcorrente, oltre a conoscere a memoria tutto Shakespeare era anche un appassionato falconiere dilettante. La falconeria è oggi giustamente regolamentata in molti Paesi, dopo che la depredazione dei nidi per allevare i rapaci e addestrarli alla caccia aveva portato varie specie sull’orlo dell’estinzione. Ma per tre millenni, dal tempo dei babilonesi, è stata un’attività venatoria molto diffusa, soprattutto nel Medioevo e Rinascimento in cui si abbinava a una precisa gerarchia sociale: l’aquila era riservata all’imperatore, il girfalco al re, il falco pellegrino al conte, il falco sacro al cavaliere, l’astore al libero agricoltore, fino all’umile gheppio, che potevano usare i servi. E per le signore che volevano cimentarsi c’era il piccolo e fiducioso smeriglio.

L’Astore, pubblicato nel 1951, è un piccolo capolavoro, di scrittura, di entusiasmo, di humour. Le vicissitudini di White e del suo Gos (che non è altro che il nome inglese dell’astore, un po’ come chi chiama il proprio gatto Micio) ci fanno commuovere, divertire e stare col fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina. Fa parte, anzi ne è stato forse il capostipite, della grande tradizione anglosassone dei libri sull’uomo e gli animali in natura, dal Falco pellegrino di Baker all’Anello di acque lucenti di Maxwell ai Bianchi leoni di Timbavati di McBride.

Un capolavoro perché riesce a trasmettere emozioni, le stesse che prova chiunque di noi passi giorni, mesi, anni della sua vita in mezzo alla natura a inseguire il sogno dell’avvistamento unico o della foto perfetta. La gioia e frustrazione del birdwatcher che vede per pochi secondi due ali nel cielo e non riesce a essere sicuro che sia quella specie rara che gli è subito venuta in mente. La felicità di camminare nella natura, anche per ore sotto la pioggia che esalta gli odori del bosco. Il piacere di una Guinness schiumosa dopo una giornata di caldo torrido o di un punch caldo dopo una notte di immobile sofferenza al gelo sotto un nido di gufo reale.

C’è tutto questo in White, insieme all’odio-amore che sviluppa per Gos, di volta in volta «esagitato spaventoso repellente», o «nobilmente e follemente spavaldo», «odioso imbecille demente indomabile inqualificabile insopportabile pestilenziale», ma pure «l’amato il mio pensiero e la mia vita» anche se «maledetto tiranno con lo sguardo di un assassino uscito di senno». Le gioie di White sono le stesse che provo seguendo col binocolo un gipeto finché non sparisce dietro la cresta del Gran Paradiso, ma anche restando per mezz’ora incantato a guardare le evoluzioni dei gheppi sulla stazione centrale di Milano o sopra il prato di piazza Magione a Palermo. Grazie, Gos.

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