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Requiem per il Village

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LEONARD MICHAELS

Requiem per il Village

Il libro di Leonard Michaels intitolato Sylvia è un requiem per un amore, ma è un requiem ancora più appassionato e febbricitante per un mondo: il Greenwich Village di New York all’inizio degli anni Sessanta del secolo passato. Michaels, nato nel 1933, è stato autore di molti ammirati racconti, di svariati saggi critici e autobiografici e di due romanzi, e ha insegnato a lungo letteratura inglese nella prestigiosa università californiana di Berkeley. Ora, mentre in America lo stanno ripubblicando a tredici anni dalla morte, Adelphi propone nell’agile traduzione di Vincenzo Vergiani questo testo nato poco dopo i fatti come un memoir e rielaborato come romanzo, con la vibrazione della lontananza, all’inizio dei Novanta. La donna del titolo è la prima moglie dello scrittore, travolta da se stessa e dall’epoca, in un cocktail letale di nevrotica intelligenza e programmatica sregolatezza prima della fine tragica, come il personaggio cui danno vita le pagine di Michaels.

Ma al centro della storia ci sono quegli anni ribollenti di energia creativa, culto dell’anticonformismo, spensierata o disperata autodissipazione che furono i Sixties nel loro centro vitale, un piccolo sgangherato quartiere di vecchie case downtown a Manhattan, nei dintorni di Washington Square. Michaels li racconta così: “ A quel tempo R.D. Laing e altri tessevano le lodi della follia, e gli intellettuali francesi sostenevano la fedeltà a Stalin e al Marchese de Sade. Diane Arbus scrutava i mostri, alla ricerca forse di una riserva di innocenza in questo mondo. A qualche isolato di distanza in direzione est, al Five Spot, Ornette Coleman sventrava il jazz fino alla sua essenza mediante un rauco sax di plastica. C’era anche il grande Charlie Mingus, che sera dopo sera suonava una musica spigolosa e complessa. In alcune forme salienti della vita e dell’arte, la gente superava il limite – o il sé…”. In questa nuova area ruggente del Ventesimo secolo, in cui “era tutto abbacinante”, si incastra come una tessera in un mosaico la storia d’amore tra lo scrittore e Sylvia. E’ come se il mondo di fuori con le sue trasgressioni , soprattutto la droga che dilata il tempo in una notte senza fine, invadesse l’intimità dei due innamorati, che va in frantumi. L’amore non si trasforma in odio ma in violenza pura, persino la Olivetti Lettera 22, avvinghiato alla quale il giovane Michaels tenta di diventare scrittore, vola tra i due, scagliata da lei come un corpo contundente. Leonard viene da una famiglia ebrea che considera la coppia coniugale sacra a qualsiasi costo, lei è un’orfana geniale in lotta col mondo, con se stessa, e con la passione che la lega soprattutto sessualmente al ragazzo che ha deciso di starle accanto.

“Sylvia” è una ricognizione lenticolare di come il disamore possa entrare in concorrenza con l’amore e di come la violenza possa coesistere con la passione: nessuno dei due amanti è innocente, prima di soccombere è semmai la donna il carnefice. Se la loro storia evoca il folle legame tra Fitzgerald e sua moglie Zelda, qui è tutto concentrato, anche la nuova età del jazz, che Michaels ha il merito di raccontare tra luci e ombre, in una disincantata presa diretta e senza il maquillage della nostalgia, nello stile tagliente e preciso della grande prosa novecentesca americana.

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