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Pittor in bilico tra gotico e rinascenza

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la mostra

Pittor in bilico tra gotico e rinascenza

Giovanni  dal Ponte. In alto, «Allegoria delle sette arti liberali» (pannello  di cassone), 1430 circa, Madrid, Prado.
Giovanni dal Ponte. In alto, «Allegoria delle sette arti liberali» (pannello di cassone), 1430 circa, Madrid, Prado.

Dice bene Lorenzo Sbaraglio (curatore insieme ad Angelo Tartuferi della mostra dedicata dalla Galleria dell’Accademia a Giovanni dal Ponte) quando fin dalla titolazione del saggio d’apertura del catalogo parla di «sviluppo (altalenante) dello stile» del pittore. Aggiungerei, anzi, che non è soltanto il percorso ad “altalenare”, ma anche la qualità delle sue pitture. Credo che proprio a una diseguaglianza di virtù espressive intenda alludere Angelo Tartuferi allorché scrive nel sottotitolo del suo testo «Genio e sregolatezza»; formula che a tutta prima parrebbe più pertinente al Rosso Fiorentino che a Giovanni dal Ponte. Ma davvero non sarà difficile avvedersi delle sperequazioni qualitative di Giovanni a chi si muova nei piccoli ambienti dell’Accademia allestiti per l’esposizione da Piero Giucciardini; ch’è riuscito con le sue invenzioni a evocare le quinte d’un palcoscenico dove si reciti un passaggio cruciale dell’arte fiorentina agli esordi del Quattrocento.

La stagione di Giovanni dal Ponte è quella della transizione dalla lingua del gotico a quella della Rinascita. Volutamente evito, ora, di menzionare l’umanesimo per definire l’eloquio che prende campo nel primo Quattrocento, giacché sulla contrapposizione fra gotico (ancorché nella sua veste “fiorita”) e umanesimo s’è criticamente giocato e insistito fin troppo, alzando barriere invalicabili. A principiare da Roberto Longhi; che, quand’era però didatticamente necessario, si finse i celebri dialoghi fra Masolino e Masaccio sui ponteggi della cappella Brancacci: con Masaccio che si sforzava di far capire le novità umanistiche a Masolino e con Masolino incapace d’accedere a un codice per lui financo inammissibile. Di quest’esasperazione di rapporti (invero assai meno conflittuali di quanto sia stato asserito) si tentò di ragionare nella mostra Splendori dorati ordinata nel 2012 agli Uffizi, che peraltro ebbe fra i curatori giustappunto Tartuferi. E in quella circostanza fu lui a profetizzare la necessità d’una rivisitazione dell’opera di Giovanni dal Ponte o – come ora ribadisce nel suo saggio – d’un suo «riposizionamento critico».

Già nel 1990 nella mostra L’età di Masaccio Luciano Berti e Antonio Paolucci avevano annoverato Giovanni nella schiera d’artisti partecipi del clima fervido che animava i primi venti/trent’anni del XV secolo. Anni di prodigiosa vitalità creativa, di cui non conosco sintesi più efficace e appassionata di quella che disegnò Vespasiano da Bisticci nella “vita” di Palla Strozzi: «Era la città di Firenze in quello tempo, dal ventidua al trentatré, in felicissimo istato, copiosissima d’uomini singulari in ogni facultà; ed era piena di singularissimi cittadini; che ognuno s’ingegnava nelle virtù avanzare l’uno l’altro». E fra quei “singularissimi” fiorentini andranno senza dubbio inclusi gli artisti; il cui numero e la cui fama sono così cospicui da rendere perfino inutile la citazione dei loro nomi. Basti qui rammentare che, oltrepassata la soglia del primo vano della mostra attuale, se ne troverà subito uno stringatissimo florilegio (da Gherardo Starnina a Masaccio) tanto per dare al visitatore un’idea dei tempi e della cultura che toccarono in sorte al nostro pittore.

Proprio in quegli anni Giovanni dal Ponte – al pari d’altri artefici in bilico fra la nobile tradizione gotica e gl’ideali di un’età nuova – dipinge tavole che sentono le ascendenze dello Starnina (il Trittico di San Donnino, per esempio [cat. 10]), di Lorenzo Monaco o di Masolino (la Madonna in trono col Bimbo della Galleria dell’Accademia [cat. 31]). E però Giovanni, insieme, spia Masaccio: mi volgo all’Adorazione dei magi dipinta nella predella di Bruxelles, dove il gruppo della Vergine col Bimbo e col re màgio inginocchiato mostra di conoscere l’Epifania masaccesca della Gemäldegalerie di Berlino [cat. 26]; ma osservo anche il San Nicola in trono di Porrona (solido e veridico come fosse d’un amico stretto dello stesso Masaccio), dove gli angeli reggitori del fondale dorato fanno il verso ai compagni che nella Sant’Anna Metterza degli Uffizi s’assumono il medesimo compito [cat. 21]. Ma Giovanni fors’anche ascolta, addolcendole, talune inflessioni donatelliane, che s’intravedono nei due santi – Miniato e Giovanni Gualberto – dipinti negli struggenti sportelli di tabernacolo di San Miniato al Monte a Firenze, a buon diritto giudicati da Sbaraglio «tra le opere più affascinanti» del pittore [cat. 25]. Il quale nel contempo esplora vie intermedie, decisamente battute da Paolo Uccello, dall’Angelico e da Ghiberti; a cui vien di pensare, per esempio, al cospetto della Resurrezione di Cristo di Minneapolis, repertorio visionario di posture stravaganti: Gesù si rammenta del Risorto di Lorenzo nella porta nord del Battistero fiorentino; e con quel suo levitante ondeggiare par voglia farsi beffe dei soldati crollati dal sonno, che lui saluta con movenze a intreccio delle braccia, alla stregua d’una coreografia di tiptap [cat. 19].

L’altalena che s’è vista nel percorso di Giovanni sembra concentrarsi in un’unica tavola affollata d’attori che fanno contorno a Maria col Figlio fanciullino [cat. 43]. Oggi la pala – dove ogni possibile ascendente (dai più antichi ai più recenti) si dispone a farsi emblema dell’eclettismo dell’artista – è esposta nella chiesa di San Salvatore al Monte, ma l’originaria collocazione è stata identificata nella chiesa fiorentina di San Michelino Visdomini da Annamaria Bernacchioni, che nel catalogo dà un’altra prova della sua perspicacia nella lettura e nell'interpretazione delle carte d’archivio, portando novità di rilievo su committenze, ubicazioni e cronologie. Pregio – esso pure – di un’esposizione che già dal titolo risulterà gradita a chi, come me, è insofferente all’epigrafi coi nomi eclatanti. Giovanni dal Ponte: titolazione secca, per la quale, in tempi di strizzatine d’occhio, c’è da essere riconoscenti ai due curatori e al direttore Cecilie Hollberg. Ai musei dello Stato compete l’educazione del popolo (specie dei giovani), non la ricerca del ritorno economico a tutti i costi. Si lascino i feticci a quelli che non hanno idee.

La mostra «Giovanni dal Ponte (1385-1437). Protagonista dell’Umanesimo tardogotico fiorentino», aperta fino al 12 marzo 2017 alla Galleria dell’Accademia di Firenze, è la prima monografica dedicata a questo protagonista della pittura fiorentina agli esordi del Quattrocento. Presente con 50 opere, questo raffinato pittore è messo a confronto con i più celebri maestri del suo tempo: Gherardo Starnina, Lorenzo Monaco, Lorenzo Ghiberti, Masaccio, Masolino e Beato Angelico. La mostra, a cura di Angelo Tartuferi e Lorenzo Sbaraglio, è promossa dal Ministero Beni, Attività Culturali e Turismo con la Galleria dell’Accademia di Firenze. L’allestimento è progettato da Piero Guicciardini. Il catalogo è edito da Giunti. Info: www.giovannidaponte.it.

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