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Ritardatari dunque creativi

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anticonformisti

Ritardatari dunque creativi

Come avviene il processo creativo? È una lampadina che si accende all’improvviso oppure è il risultato di una lenta elaborazione più o meno inconscia? Evidentemente devono esistere entrambe le tipologie, ma sono sicura che la maggioranza delle persone trovi più naturale legare la creatività all’idea folgorante piuttosto che ad un lungo processo di riflessione. Eppure sembra che non sia proprio così. Nel suo ultimo libro Originals. How non-conformists move the world, Adam Grant sostiene che le soluzioni più creative vengono dai procrastinatori, quelli che rimuginano a lungo sulle idee e tipicamente aspettano l’ultimo momento per rispondere a un bando di gara o mandare una richiesta di finanziamento. Questo non significa che fare le cose all’ultimo momento porti a risultati migliori. Le pensate più creative vengono da quelli che hanno macinato a lungo un problema, non dai ritardatari.

È il risultato di una ricerca dove i partecipanti (si trattava di studenti dell’Università del Wisconsin) sono stati richiesti di immaginare delle soluzioni per occupare uno spazio libero nel loro campus. Un po’ come è successo nel caso del dopo EXPO, per fare un esempio concreto. Le proposte dei procrastinatori, che hanno preso del tempo per proporre le loro soluzioni, sono risultate mediamente più creative di quelle di coloro che avevano risposto più rapidamente. Ovviamente, aspettare fino all’ultimo momento non è sempre una buona scelta, nel caso EXPO le soluzioni più meditate sono state bruciate dal lampo di genio del Primo Ministro, ma non è di questo che parla il libro.

Lasciar sedimentare le idee, magari facendo altro, mentre in qualche angolo del cervello cerchiamo una soluzione, forse non aumenta la produttività, ma indubbiamente produce risultati migliori. Se si vuole fare presto, non si esplorano nuove vie e si percorrono i sentieri più convenzionali. Se invece ci si concede più tempo, il pensiero è più elaborato e magari emergono collegamenti con altri campi o con esperienze precedenti, insomma la soluzione è più creativa. Dopo tutto, Michelangelo ha temporeggiato anni prima di iniziare il Giudizio Universale della Cappella Sistina, Rossini finiva all’ultimissimo momento (a volte anche fuori tempo massimo) di scrivere le ouvertures delle sue opere. Frank Lloyd Wright lasciò passare un anno prima di produrre, forzato dal committente esasperato, lo schizzo della Casa sulla cascata. Martin Luther King mise mano al suo famoso discorso «I have a dream» la notte prima del fatidico 28 agosto 1963 e lo stesso ha sempre fatto Bill Clinton. Anche Steve Jobs sembra sia stato un accanito procrastinatore e non possiamo certo dire che mancasse di creatività.

Curiosamente, il più sorpreso di questo risultato è proprio l’autore che, pur essendo sempre stato uno di quelli che fanno le cose presto e bene, ha dovuto ricredersi. Convinto del risultato, ha iniziato a farsi forza per imparare a procrastinare, nella speranza di aumentare anche la sua di creatività.

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