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Un medico in salute

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galeno (129-201)

Un medico in salute

Il più prolifico scrittore dell'antichità non fu un poeta sfaccendato o un presuntuoso maestro di scuola, bensì un medico alle prese con la sua professione, che aborriva le chiacchiere retoriche «simili ai gracchi e ai corvi» e prestava cura e attenzione «solo alla verità». Si calcola che Galeno con i suoi centocinquanta trattati abbia scritto l'equivalente di un ottavo dell'intera letteratura greca da Omero ai suoi giorni. Nell'unica edizione a stampa completa (Lipsia, 1821-1833) sono venti tomi, duemila pagine. La sua mania di prendere appunti e di scrivere risaliva alla gioventù, e non si sgomentò nemmeno quando un incendio nell'inverno del 192 distrusse i depositi dei suoi libri nella casa sulla Via Sacra: «Non mi sono turbato neppure un poco per quell'agguato della Fortuna»annotò nel De indolentia.

Nato nel 129 a Pergamo, centro del culto del dio Asclepio su quelle coste dell'Asia minore nei cui paraggi aveva insegnato Ippocrate; di buona famiglia, padre geometra, brav'uomo con una consorte irascibile quanto Santippe, è descritto da un biografo arabo medievale documentato sui suoi scritti come moro di carnagione, di struttura media, spalle larghe e belle mani, incline a parlare, a cavalcare e a camminare a piedi non troppo in fretta né troppo lentamente, amante dei viaggi come deve essere ogni medico per conoscere luoghi, climi, arie e acque, nonché delle amicizie altolocate. Così, quando dopo gli studi matematici, filosofici e scientifici in patria, giunse a Roma poco più che trentenne ai tempi di Marco Aurelio, vi trovò buone accoglienze e buoni impieghi.

Si esercitava personalmente e propugnava l'opportunità degli esercizi fisici. Addetto ai malanni dei gladiatori già in patria per quattro anni, si può immaginare quali e quante conoscenze acquisì sul campo squartando e medicando, sezionando anche scimmie, raccogliendo scheletri per strada e ammirando vignaioli che se la cavavano egregiamente dai morsi di vipere amputando la parte infetta con la roncola che tenevano in mano. S'imbatté anche in pestilenze a Roma e altrove, e si applicò anche a quelle.

Assertore dell'importanza delle pulsazioni e del loro controllo, con esse scoprì malanni di natura psichica e fisica. Diagnosticò prendendogli il polso le coliche dell'imperatore e una tonsillite di suo figlio Commodo, che cura con una pennellata di sommacco ammorbidito da miele. Scoprì dai battiti del cuore ad alta pressione la tresca di una moglie con un saltimbanco.

Presta consigli e prodotti cosmetici alle dame: «Un medico – confessa nel De compositione medicamentorum – non dovrebbe immischiarsi di cose simili; ma le donne del palazzo imperiale, le cui richieste non si possono rifiutare, a volte lo domandano quando vogliono scurirsi o schiarire i capelli».

Non per questo, medico perfetto, disdegnava gli umili. In patria curò i contadini, a Roma prestò soccorso e farmaci ai meno abbienti. Del resto, personalmente conduceva un'esistenza sobria, abituato per natura e per educazione a cibi e abiti poco costosi e «a sesso controllatissimo» (confessione nel De indolentia). Soffrì di mal di denti, febbri e indigestioni, ebbe anche qualche incidente in palestra. Ma li combatté con la dieta fino alla vecchiaia, nutrendosi di lattuga bollita come rimedio anche all'insonnia e lottando instancabilmente contro il declino dell'età. Grande esperto di vini, morì a settant'anni, che per quei tempi è un'età rispettabile; c'era anche un detto «salute galenica».

Fin qui ci ha guidati attraverso la vita e le attività di Galeno un volume preciso e informato – 32 pagine di bibliografia – di Véronique Boudon-Millot, direttrice di ricerca all'Università di Parigi, con decine e decine di studi al suo attivo sulla vita, le attività e la scienza medica del Pergameno, sulle sue fonti e il suo insegnamento; buono anche l'allestimento dell'edizione italiana a cura di Maria Luisa Garofalo.

Da questo punto, a due terzi del volume, inizia una seconda parte in cui i singoli trattati sono raggruppati per materia e descritti sinteticamente nei loro contenuti e nel loro valore, combattendo contro le molte e grandi difficoltà derivanti dalla ricchezza stessa del corpus galenico. Si succedono così gli studi anatomici, fisiologici, chirurgici, terapeutici; delle pulsazioni e delle ossa, di vene e arterie, delle medicazioni e delle purghe, di farmacologia e dei regimi; e L'atrabile, La voce e il respiro, L'odorato, Il movimento dei muscoli, Il gioco della palla, La tisana… E i commenti ad Aristotele e a Platone, agli stoici e agli epicurei.
E i sommi precetti ed aforismi espliciti o impliciti serpeggianti in questo profluvio: curi gli altri e sei coperto di piaghe… il corpo è sempre malato… in qualsiasi stato si trovi, non è possibile possedere la salute di Eracle ma non per questo bisogna cedere ai malanni e al tempo… non trascurare la salute dell'anima come del corpo, per «non diventare così brutto nemmeno nell'anima come Tersite». Optimus medicus est quoque philosophus è il celebre titolo e motto di una sua operetta tradotta anche da Erasmo da Rotterdam con altre due non appena uscì l'edizione aldina nel 1526.

Dopo di lui la storia della medicina si arresta per mille anni, da lui attraversati fra arabi e cristiani, fatto protagonista anche di episodi mirabolanti e inverosimili. L'ampiezza delle sue nozioni e questa visione piuttosto ottimistica della sua scienza, spiega l'Autrice del volume, hanno contribuito non poco al successo della teoria galenica e dato luogo a un insegnamento in voga fino agli ultimi anni del Rinascimento, affiancando e sostenendo il fondamento del suo metodo razionale, basato sull'esperienza ma avverso all'empirismo e guidato dalla logica. Perciò egli continua a insegnare in una professione, quella del medico, complessa e colta, che non è da tutti e non serve agli ultimi arrivati; nobile e perfetta nella sua organicità, inscindibile come una statua di Fidia, dalla quale non si può staccare un dito e separare un braccio.

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