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Addio a Georges Prêtre, il direttore d'orchestra stimato da Maria…

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lutto nel mondo della musica

Addio a Georges Prêtre, il direttore d'orchestra stimato da Maria Callas

(Ansa)
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Se ne è andato col sorriso, assicurano i suoi familiari. E non è difficile crederlo, perché Georges Prêtre, leggendario personaggio e direttore d'orchestra, sorrideva sempre. Anche nell'ultimo concerto che aveva diretto alla Scala, il 22 febbraio dell'anno scorso, di fronte a una sala che lo abbracciava riconoscente, con infiniti applausi. Era nato a Waziers, nel nord della Francia, il 14 agosto 1924, è morto ieri pomeriggio, a casa, nel piccolo paese dove viveva, nel Sud della Francia. Di origini umili, figlio di un calzolaio, aveva incontrato per caso la musica sentendo la radio. Ed era stata una folgorazione. A vent'anni aveva conquistato un primo premio in tromba, al Conservatorio di Parigi, e quello strumento gli aveva permesso di sopravvivere, negli anni della guerra, suonando jazz al Bobino o nell'orchestra di Glenn Miller. Poi la grande svolta: il podio.

I suoi maestri erano stati i paladini della scuola francese: André Cluytens, Pierre Dervaux, Richard Blareau. E squisitamente francese era rimasto sempre il suo spirito, il suo modo di dirigere. Senza un battere preciso, fluttuante, alla ricerca dello “charme” e di sensuali sonorità. Con lo pseudonimo di Georges Dhérain aveva debuttato nel mondo dell'operetta, che gli calzava a meraviglia. Poi in crescendo il suo nome aveva iniziato ad essere richiesto in tutti i teatri francesi, da Marsiglia a Lille a Toulouse, fino ad arrivare a Parigi, all'Opéra-Comique. Da lì il volano verso le più prestigiose platee del mondo: Chicago, Covent Garden, Metropolitan, Vienna. E soprattutto la Scala. Al teatro milanese Prêtre era rimasto legato da una affettuosa consuetudine, punteggiata da produzioni memorabili e arrivata felicemente ai festeggiamenti di mezzo secolo di fedeltà.

A Milano era arrivato nel 1966, con un “Faust” di Gounod che poggiava sulla terna mitica Freni-Gedda-Ghiaurov. Il repertorio francese, valorizzato in tutti i capolavori, da “Carmen” a “Pelléas”, aveva ben presto visto affiancarsi la predilezione per il repertorio pucciniano: niente Verdi, diceva Prêtre, quello tocca solo agli italiani. Invece Puccini sì. Quello di “Bohème”, di “Manon Lescaut”, di “Turandot”. L'ultimo era stato nel 2001, con la rivisitazione della “Butterfly” con la regia di Keita Asari.

Poulenc, il compositore poeta, e Maria Callas, la diva fragile, lo stimavano come il più grande musicista. Lui, col suo naso schiacciato da pugile (aveva fatto anche quello, nella vita errabonda), gli occhi sempre più sottili, sapeva cogliere sentimenti profondi e tradurli con semplicità in musica. Dopo ogni esecuzione, anche alla fine dei tanti concerti, con le compagini più prestigiose del mondo, ringraziava il pubblico, felice, ma soprattutto ringraziava devoto gli orchestrali. Non apparteneva alla squadra dei direttori-capitani, che plasmano, formano, esigono, ma a quella dei direttori-sciamani: mistici, fiduciosi, in grado di ottenere al momento risultati imprevedibili.

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