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L’arte di co-creare il mondo

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Letteratura

L’arte di co-creare il mondo

Ritratto di Lucrezio, Incisione del diciottesimo secolo
Ritratto di Lucrezio, Incisione del diciottesimo secolo

Se l’Italia è il paese dei coltissimi specialisti e dei poveri di spirito, ecco finalmente un libro impossibile, che deve inventare il proprio lettore. La poesia di Giorgio Manacorda è un libro meravigliosamente estremistico («Una poesia è tutto il mondo o non è niente»; «Il valore dell’opera è deciso dall’opera»), che tenta di intersecare intuizioni verticali, di mondanizzare degli assoluti. È l’unico vero modo di interpretare la marginalità sociale del suo argomento: la poesia conta assai poco, perché non è “qualcosa”. E dunque cos’è?

Per prima cosa, Manacorda si libera delle estetiche tardo-novecentesche (marxismo, avanguardismo, estetica della ricezione), privilegiando il dialogo con Croce e Heidegger, ma correggendoli in alcuni esiti, peraltro decisivi. Se buona parte della filosofia occidentale è stata metafisica, se il razionalista Cartesio ha vinto sul panteista Spinoza, saremmo condannati a una visione del mondo dimidiata fra aldiquà e aldilà, o a un materialismo dialettico che porta da una parte alla tirannia utopistica della “Grande Rivoluzione”, dall’altra alla consumazione capitalistica del pianeta. Ma Manacorda aspetta la filosofia alle soglie del suo attuale “disastro”: nel momento in cui la Storia, la Morale e l’Estetica perdono ogni direzione, ecco rispuntare il pensiero arcaico, la facoltà umana di attribuire senso al mondo, e di attribuirglielo con un atto di forza, superstizioso e non razionale: «la poesia procede per accostamenti a-dialettici d’immagini, ovvero per associazioni-contrapposizioni che generano serie d’immagini che tendono all’infinito – se non ci fosse la forma che ferma il flusso».

Questo libro non è una tradizionale “difesa della poesia”, né un’antologia ragionata delle sue glorie neglette. Insomma, non è un libro estetico: piuttosto è un vasto ragionamento sull’uomo, sulla natura della materia e sulla profonda reciprocità del loro accordarsi. Il libro ricuce la frattura metafisica, sbugiarda i “salti” della stessa logica razionale, che ci ha portati al nichilismo, tenta persino una completa umanizzazione della tecnica, che con l’informatica avrebbe riprodotto le modalità sintetiche, associative e virtuali della mente. In fondo, l’intento dell’opera è la fuoriuscita dal cul de sac della cultura occidentale, scissa e solidale al tempo stesso nel suo presentarsi iperrazionalista e prona ai feticci spiritualisti. Da forma della nostra mente, la poesia assurge a forma della materia stessa, a modalità intrinseca all’agire (tornando all’etimologia del greco poiein) dell’intero mondo, che la meccanica quantistica descrive come flusso oceanico in perenne movimento, dal cui “implicato” emerge l’energia “esplicata”, i fenomeni.

Ripensare la poesia consente di «curare il nichilismo riappropriandosi di una modalità della mente fondamentale e fondante», poiché è poeticamente che l’uomo conferisce senso al mondo. Non che l’uomo lo “getti” sul mondo, o lo “estragga” da esso: lo stesso Manacorda – quando parla di arbitrario atto di forza iniziale che attribuisce il senso – forse pecca di romanticismo. Quando un uomo nomina qualcosa, non è più in continuità con quel qualcosa, questo è innegabile, poiché il non-io viene oggettivato, distanziato ed espulso dall’identità indifferenziata. Tuttavia, parlare di atto arbitrario e superstizioso fa pensare a un’immotivata bizzarria “energetica”, a un’invasione umana del mondo, che scava un altro abisso fra significante e contenuto di una parola. Forse è preferibile parlare della lingua come a una risposta, a un rapporto, persino a una forma radicale di nostalgia. Forse l’uomo ha inventato le lingue per nostalgia, per mimare il proprio primigenio stato di non solitudine. La poesia, infatti, ci dice ancora Manacorda, non è arbitrio, ma ordinato sistema di metaforizzazione, risuonante co-creazione del mondo, ripetizione indefettibile di un “sacro” commisurarsi fra enti materiali. E peccato che l’autore non citi mai Lucrezio, in cui il poema coincide con l’universo e col suo funzionamento, condividendone l’implacabile struttura aggregativa.

In quest’opera così assertiva, le felici formulazioni sintetiche che chiudono ogni paragrafo si riaprono all’inizio del successivo. La prosa di Manacorda è priva di inutili timidezze, è anzi arditamente calma, ricca di una sua stabile, padroneggiata ossessione. In questo, assomiglia al suo tema. Mima la dialettica, ipotizza e chiede, problematizza come in un dialogo socratico, poi – alla fine di ogni “strofa” argomentativa – chiude in stringenti aforismi che l’occasione successiva riapre. È come se anche nel suo modo di pensare accadesse quanto accade alla materia, che si esplica in energia, poi deve rituffarsi nel flusso del tormento implicito, e di nuovo emergere a vivere e morire “in chiaro”.

Manacorda è uno dei pochissimi autori della sua generazione per cui la poesia è stata un miracolo, un paradosso, una fonte di disturbo e salvezza, e non inerzia epigonale, espressione ironica dell’io, o rivendicazione anti-modernista. Per questo, Manacorda può darci oggi il frutto freschissimo di un pensiero maturo e inesauribile, corso ottimisticamente in avanti con l’intuizione e poi via via sorretto da letture imponenti e meravigliosamente asistematiche, che convocano diversi saperi attorno allo stesso fuoco. È commovente, in quest’opera, proprio la madornale illegittimità di ogni specialismo, e men che meno quello del letterato. Non a caso, una sola poesia viene citata, e se i poeti vengono chiamati alla ribalta lo sono in quanto saggisti e pensatori. Come la poesia è “multimediale” e analogica, e stabilisce mobili connessioni affettive fra immagini, suoni, ritmi, denotazioni, così questo libro annette filosofia, retorica, analisi della psiche, scrittura creativa e neuroscienza al fine di rigiocare al rialzo un destino che in troppi danno per segnato: non quello della poesia, ma quello dell’uomo.

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