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Maestro del metodo senza barriere

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Cinema

Maestro del metodo senza barriere

  • –Francesco Casetti

Gianfranco Bettetini non è stato solo uno degli iniziatori della semiotica del cinema e dei media. È stato anche il maestro di almeno due generazioni di studiosi che hanno reso la ricerca sulla comunicazione e sui media una disciplina accademica solida e autorevole. Lo incontrai la prima volta nelle aule dell’Università Cattolica: era il mio primo anno come studente, e il suo primo anno come professore.

In classe c’era una piccola pattuglia di appassionati che volevano capire come il cinema trasmettesse emozioni e pensieri senza bisogno di dirlo a parole, e come lo facesse in modi diversissimi ma con regole ferree. Gli appassionati erano anche coraggiosi, poiché il corso prevedeva la lettura di testi teorici dal sapore un po’ esoterico e l’impiego di un vocabolario da iniziati—sintagma, iconema, denotazione, e così via. Gli altri studenti ci prendevano in giro, dicendoci che in realtà ci divertivamo a vedere dei film—e immagino che i colleghi di Bettetini pensassero in cuor loro la stessa cosa. La verità è che ci divertivamo sì, ma per l’eccitazione e l’impegno di affrontare un oggetto che per gli altri era una semplice evasione, e per noi una macchina implacabile e perfetta che offriva agli abitanti del ventesimo secolo l’opportunità di un nuovo modo di vedere e pensare. È banale dire che fossero anni eroici: erano anni di fondazione, e Gianfranco Bettetini era un riferimento per chi, sfidando la facile ironia, leggeva quei libri esoterici e parlava con quel linguaggio da iniziati, ma intanto si apriva alla comprensione di un mondo che nel frattempo è diventato il mondo in cui viviamo.

Creare una disciplina è un’impresa dura, ma mantenerla in vita è ancora più impegnativo. Qui sta il merito di Gianfranco Bettetini e della sua capacità di fare “scuola”. Non era un solitario, ma un aggregatore. Un po’ per istinto, un po’ per intelligenza politica. Del resto la generosità e la misura convivevano perfettamente in lui: quando si parlava di lavoro, era rigoroso, e noi suoi allievi eravamo presi da un qualche timor sacro; però poi non disdegnava di giocare a calcio con noi (ecco, non gli ho mai chiesto scusa del fatto che in un’entrata maldestra gli ho rotto una gamba…). La sua “scuola” non si limitava peraltro agli allievi diretti, come Alberto Farassino, Aldo Grasso, e più tardi Fausto Colombo, Chiara Giaccardi e Armando Fumagalli, ma si estendeva a cerchi concentrici. Merito dei suoi libri, diventati “testi obbligatori” in molti corsi universitari; ma merito anche di qualche iniziativa un po’ meno accademica, come una serie di trasmissioni televisive RAI dedicate all’analisi di film famosi, in cui le sacre parole — sintagma, iconema, denotazione — venivano offerte al grande pubblico. Bettetini, che aveva avuto il suo primo successo come regista televisivo nei quiz e nel varietà, sapeva che per vincere nell’agone culturale era necessario anche saper scalare la marcia.

Del resto la semiotica doveva servire anche ad altro, oltre che a “leggere” i film. Noi allievi volevamo essere più politici; lui voleva essere più artista. Gianfranco Bettetini tra la fine degli anni ’60 e la metà degli anni ’80 è stato anche autore di alcuni film di ricerca, e poi dagli anni ’90 di alcuni pregevoli romanzi. In questo, trasmetteva l’idea che non c’erano barriere fisse, né tra discipline, né tra tipi di attività. Se rinascesse ora, sono sicuro che, vincendo un sacrosanto ritegno per il proprio privato, proverebbe a fare il blogger, se non altro per sperimentare un altro linguaggio. In ogni caso ha anticipato quello che oggi sembra ovvio, e cioè che per capire un processo di comunicazione spesso conviene praticarlo.

Negli ultimi vent’anni l’approccio semiotico ha perso parte del suo fascino. Colpa di una qualche rigidità nel metodo, ma anche della crescente convinzione, tipica oggi della rete, che sia più importante l’immediatezza dei nostri sentimenti che l’analisi di come stanno le cose, quasi che la verità consistesse nel modo in cui uno reagisce più che nel modo in cui si dispongono i fatti. Però non vorrei prendere la morte di Bettetini, così come qualche mese fa quella del suo amico fraterno Umberto Eco, come un segno dei tempi. Al contrario, quello che entrambi ci ricordano è che l’accuratezza dell’analisi di un testo o di una situazione sociale è un bene che continua a essere prezioso. Porta con sé la fatica della ricerca, ma anche la grande gioia della scoperta. Il lascito di entrambi sta proprio in questo: nel ricordarci che avere un metodo alla fine vale la pena.

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