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La Scala ritrova il Maestro

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Riccardo Muti È tornato a dirigere nel teatro milanese

La Scala ritrova il Maestro

Milano, 20 gennaio 2017: il Maestro Riccardo Muti sul podio. (Foto Silvia Lelli per Teatro alla Scala)
Milano, 20 gennaio 2017: il Maestro Riccardo Muti sul podio. (Foto Silvia Lelli per Teatro alla Scala)


Milano è la tappa più significativa della tournée: nessuno lo mette in dubbio. Lo sanno anche i magnifici orchestrali della Chicago Symphony Orchestra, che stanno attraversando l’Europa coi loro abiti aristocratici, fatti di strumenti ricchi di suono e impeccabili, di tanti occhi a mandorla, con una disciplina di gruppo compatta, concentrata, eppure anche cantante, sensibile, flessuosa. Sono stati in trionfo a Parigi, ad Amburgo, nei prossimi giorni toccheranno Vienna e Francoforte. Merita uno sguardo il sito della compagine americana (www.cso.org) che racconta come in un diario le tappe del giro nel vecchio mondo di questi giorni, tenuto insieme con allegria e insieme con serietà assoluta. Ma tra tutte, due sono le date centrali, simboliche e indimenticabili. Lo sanno anche loro: a Milano, alla Scala. Perché c'è da suggellare una enorme bolla di silenzio. E la sfavillante orchestra diventa il mezzo per ricucire lo strappo. Per riportare sul podio della sua casa, dopo dodici di assenza, Riccardo Muti.

Fili che tornano a intrecciarsi

Perciò la data è speciale: 20 gennaio. I fili tornano a intrecciarsi, il passaggio di consegne è avvenuto. La musica respira ancora, la nave ha ritrovato uno dei suoi comandanti. Avevano fatto tanta strada insieme, tutti quelli che sono in teatro stasera lo sanno. Anche se hanno magari fatto finta di dimenticarsene, per necessità. Ora ritornano a srotolare le pagine della memoria. Quanta musica ha diretto Muti in Scala, quanto ne risuonano ancora le pareti: basta appena sollecitarle con un gesto. E i gesti del Maestro sono sempre i suoi, indimenticabili, con certe inflessioni che sono nate e si ripetono proprio e solo qui. Perché è la bolla vuota della sala dietro a richiederle, l’altezza dei giri dei palchi, la dimensione del palcoscenico, alto sulla platea: dunque ecco la caratteristica evocazione del suono, con la mano sinistra aperta che lo lascia lievitare, conducendolo nell’aria, ecco la bacchetta che dà forma ai disegni della scrittura, classicissima. Ecco i crescendo, ma soprattutto i pianissimo. Ecco le fermate compatte. Ecco le pause, che non sono mai vuote, tanto si riempiono del riflesso del suono su chi ascolta, dell’attesa.

I fili si riannodano e poiché la musica è magia, anche la data di questo concerto per caso non è casuale: il 20 gennaio cadono tre anni dalla scomparsa di Claudio Abbado. Tre, numero simbolico. Nessuno sembra ricordarsene, tutti travolti dal presente, dal futuro. Sicuramente Muti lo sa. Ma sarebbe stata troppa glassa, troppo dolce sulla torta mettere anche questo nome. Così nella dedica che il direttore fa del concerto, con il primo brano, “Contemplazione” di Alfredo Catalani, suonato come «messaggio di dolore e di amicizia» alle vittime della tragedia nell’Italia centrale, escono anche i nomi di Toscanini e di Votto. Quello di Abbado resta sospeso nel silenzio, in una storia forse ancora troppo vicina, per parlare con tutta la autentica sincerità necessaria. Ma nel minuto di silenzio, dove tutti in piedi si fa già musica, e nella dimensione più spirituale, ogni barriera cade.

Piccoli ricami e colore d’assieme
E non potrebbe esserci cuscino migliore di questa pausa piena, per introdurre la linea melodica di Catalani, una frase immacolata, sospesa, che sembra nascere dal nulla. Creata con puro virtuosismo dagli archi di Chicago. Perché tutti i musicisti sanno quanto sia più difficile suonare insieme una linea semplice, sottovoce, sul vuoto, piuttosto che improvvisare una sonora baraonda effettistica. La grande bravura, il sottile lavoro sull’assieme in questa famiglia orchestrale è già subito palese: lo dichiarano le piccole volute dei gruppetti, che punteggiano delicati ma pungenti tutta la partitura, come piccoli ricami, eco del Settecento italiano, di un clavicembalo alla Scarlatti; oppure il colore dell’assieme, che alla ripresa del tema iniziale di “Contemplazione” viene ricreato con un impasto leggermente più denso, rispetto all’inizio. Perché nulla mai è uguale, nella musica.

Milano, 20 gennaio 2017: il Maestro Riccardo Muti sul podio. (Foto Silvia Lelli per Teatro alla Scala)

Rispetto ad altre formazioni, di Monaco, di Pietroburgo, ascoltate di passaggio alla Scala, la Sinfonica di Chicago ha oggi un suono meno estroverso, meno esibito. Muti – a dispetto di quanto genericamente si possa pensare per un direttore italiano – non ama gli effettismi sentimentali. E qui nemmeno le prove di palese bravura. Dunque, pur avendo davanti leggii che sono tutti, singolarmente, solisti di classe speciale, privilegia l’assieme. Il gioco di squadra. Certo, li chiama poi uno ad uno in piedi, ai saluti, applaudendoli personalmente e chiedendo alla sala di ammirarli. Ma nel momento dell’esecuzione gioca maggiormente sull'intreccio. Così, ad esempio, il fantastico oboe di Alex Klein, nel “solo” centrale del “Don Juan” di Richard Strauss, suona con fiati superlativi, ma soprattutto con un fraseggio incantevole: dove i dettagli fanno la differenza, ad esempio una stessa nota, ribattuta, ma fraseggiata con un accento diverso. Minimo. Ma anche questo si sa: la grandezza viene dai dettagli.
Lo stesso si nota nella “Quarta” di Ciaikovskij, che non cerca una tinta finta, russa, che sarebbe estranea alla natura dell’orchestra. E invece gioca la carta della classicità, dei disegni rifinitissimi, dello scavo delle linee della partitura: tutti pilastri della concertazione di Muti. Che palesemente qui non vuole stupire, stordire, mostrarci quanto siano bravi i “suoi” americani. Ma con concentrazione fare musica insieme. Il secondo movimento, “Andantino in modo di canzona”, arriva tanto veramente italiano, nel passo di Serenata incalzante, a riempire una notte che si sa troppo breve; fatato è lo Scherzo, coi pizzicati degli archi pungenti, differenziati per ogni sezione (e in questo modo modernissimi) e colorati sopra dalle stupende macchie degli ottoni. Inimitabili, capaci di far emergere un’anima jazz, anche dalla neve di Ciaikovskij.

Standing ovation
Colpisce soprattutto, in questa Sinfonia, la rete a maglie strette che Muti le cuce addosso. È una rete fatta di disegni ritmici sbalzati netti, freddi, di riprese serrate a tenaglia su quanto già detto. Come una morsa di pensiero ossessivo, che non trova una via d’uscita. Non vuole trovarla, perché lì abita il cuore della partitura. Ed è questo il segmento affettivo nuovo che il direttore aggiunge alla lunga carrellata di affetti. Di espressioni, che per tanti aspetti rimangono invece uguali, anche in questo concerto di “bentornato”, come lo chiamano gli americani, in italiano. Una per tutte, la stizza per un colpo di tosse, dalla platea, proprio su un momento in pianissimo dell’orchestra: redarguita immediatamente da uno sguardo fulmineo di disapprovazione, sì, esattamente come ai bei tempi.
Con un «grazie» di Muti al pubblico si era aperta la serata: tangibile si toccava la gran voglia di comunicare, da parte del teatro. Di dire parole di gioia, oltre la standing ovation, già prima dell’inizio del concerto. Perché l’emozione era densa, in tutti. Dal loggione di nuovo appeso, fitto fitto, proiettato in fuori, al palco reale zeppo e fiero, col sindaco Sala, il ministro Franceschini, l’assessore alla Cultura Del Corno, fino ai palchi zeppi, alla platea entusiasta. Aprendo gli occhi sembrava di essere tornati indietro, ad una delle grandi serate della storia di Muti alla Scala. Chiudendoli, nel bis, con la Sinfonia del “Nabucco”, sembrava a tratti di risentire quel suono di allora, dell’Orchestra della Scala. In particolare nel disegno dei legni. Verdi era riportato a casa, persino nella trama più fitta, che hanno gli archi della Chicago Symphony, che si possono permettere i finali di ogni frase più spaziati, lasciati nell’aria. La parola che aveva rotto il silenzio rimbalzava ora su tutti: «Grazie Maestro». Solo quella. Bastava da sola a rompere il gelo di dodici anni. Sulla musica, svanito.


Catalani, Strauss, Ciaikovskij; Chicago Symphony Orchestra, direttore Riccardo Muti; Teatro alla Scala, ieri e questa sera.

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