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Chiudi gli occhi e guarda

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Letteratura

Chiudi gli occhi e guarda

A Ferrara. San Giorgio e il drago, Paolo Uccello,1458-60,  fino a oggi a Palazzo Diamanti
A Ferrara. San Giorgio e il drago, Paolo Uccello,1458-60, fino a oggi a Palazzo Diamanti

Cosa vediamo oggi?

Sono stata a Ferrara, alla mostra su Ludovico Ariosto che chiude proprio oggi. All’ingresso, insieme al biglietto, ogni visitatore riceveva una cassetta audio-guida, con cui, ascoltando la voce, poteva seguire quadro per quadro il percorso. Il commento registrato, bellissimo, era di Guido Beltramini, curatore della mostra insieme a Adolfo Tura. Sempre di più le mostre d’arte sono viaggi, accompagnati da una voce che ci guida, raccontandoci tutto ciò che è bene sapere del periodo e dell’autore, e istruendoci su cosa vedere delle singole opere, su quali particolari soffermarci. Possiamo oggi entrare a una mostra completamente ignoranti, o distratti, o smemorati: non importa, una voce ci renderà edotti e attrezzati alla visione.

Questo crea, all’interno della mostra, un’atmosfera rarefatta e felpata. È soprattutto la staticità che mi colpisce: a Ferrara, all’interno del Palazzo dei Diamanti, eravamo tutti immobili, per interminabili minuti, di fronte alla stessa opera, o anche in mezzo a una sala, o accanto a una porta: sembrava che un mago incantatore avesse fermato i nostri gesti e i nostri movimenti, e che noi non potessimo più muoverci per tale incantesimo, diventati statuine, o robot congegnati a tempo, o marionette bloccate dai fili. Eravamo chiusi ognuno nella sua scatoletta-audio, con l’auricolare all’orecchio, separati gli uni dagli altri, presi dal flusso vocale, intenti alle parole, con lo sguardo perso sulle opere o per aria, ad ascoltare. Muti, immobili, estatici. Molto suggestivo! Se si aggiunge il semibuio delle stanze e il silenzio, sembrava un mondo fatato, avulso dalla realtà tumultuante che, come per miracolo, era rimasta fuori, relegata in uno spazio-tempo che non ci riguardava più.

Ulteriore riflessione: la mostra aveva un titolo geniale. Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi. Geniale, perché presuppone un’idea a cui in genere nessuno pensa, e cioè che quando un artista crea, in particolare quando uno scrittore scrive, è imbevuto di tutto quel che gli sta intorno, ovvero ha gli occhi e la mente pieni, stracolmi delle opere che altri hanno appena creato o stanno creando intorno a lui: quadri, sculture, palazzi, incisioni, arazzi, armi, incunaboli, gioielli… Grattacieli, ponti, autostrade, raccordi anulari, ipermercati, fiction tivù, talkshow, libri dei conduttori di talkshaw, installazioni, film, video su whatsapp, telegiornali, festival, fiere del cioccolato…

Chi crea non è un monolite isolato e inscalfibile, avulso dal mondo e perduto in un deserto splendidamente cristallino; è un essere circondato da un tutto e imprigionato in un tutto, poroso come una pietra pomice, e riflettente come uno specchio. Siamo intrisi di parole e immagini, farciti come panini, assordati in un perenne disco-bar: insomma, siamo tutti impregnati del nostro tempo. Ecco perché Ariosto ha creato l’OrlandoFurioso, e noi non riusciremo mai a creare nulla di simile. Dipende tutto da quel che uno ha intorno a sé, e vede quotidianamente, e si ritrova nella mente quando chiude gli occhi.

Sì, viaggiare…

In questo nostro tempo irto di luoghi comuni, e pettinato nonché patinato dalle morbide spazzole di un «follemente corretto»” (l’espressione felice è di Caterina Soffici) che ormai ci domina togliendoci l’aria, trovo che uno dei più insopportabili e tempestanti cliché sia quello di deplorare le miserevoli sorti dei nostri figli all’estero, costretti a emigrare in paesi stranieri per studiare e trovare lavoro.

Distinguerei. Sono figlia di un emigrante che lascia il suo paesino in Abruzzo e trova lavoro a Torino, quindi capisco. Ma distinguerei tra chi non trova lavoro nel posto dove è nato, e chi invece decide di andare a studiare nelle migliori università sparse per il mondo, alloggiando in college, studentati o comodi alloggetti affittati, magari con altri studenti e pagati da mamma e papà. Questi ragazzi fanno vite che personalmente definirei meravigliose, perché non solo vivono in posti spesso splendidi come Londra, Parigi o Berlino e conducono una allegra vita studentesca, ma possono frequentare corsi di alto livello tenuti dai professori migliori al mondo per quel che riguarda il loro settore di studi. Cioè, questi ragazzi hanno il privilegio di poter scegliere di andare a seguire le lezioni dei loro maestri, i cui libri o articoli hanno letto, studiato e ammirato. Solo una volta nella storia si è prodotta una simile situazione: era nel medioevo, col fenomeno dei clerici vagantes. Poi mai più, se non oggi. I nostri figli sono oggi come quei fortunato clerici che potevano vagare da un’università all’altra, prendendo il meglio da ognuna e nutrendo i propri studi con le parole dei migliori.

Ai miei tempi non era possibile. O non era pensabile. O semplicemente non usava. Avrei dato non so cosa per seguire i corsi di Steiner, Starobinsky, Boitani, Raimondi, Eco… Ma li considervavo lontani, irraggiungibili per me. ero nata a Torino, e studiavo a Torino (dove peraltro ebbi la fortuna di avere grandissimi maestri…).

Non so se sarei diventata migliore, vagando per università lontane e e ascoltando la voce dei miei idoli. Né se avrei avuto una vita più felice. Chi può dire? Mi sono limitata ad amare da lontano i miei maestri irraggiunti, ad ammirarli e riverirli a distanza, e forse tanto è bastato: sono stata a lezione dai loro libri. Non sono forse i libri la loro voce più vera? Ma questo non implica che oggi io non abbia un pizzico d’invidia verso gli attuali globe-vagantes della nostra epoca (ancora per quanto?) globalizzata.

Libri e piumoni

Quando andiamo in giro a presentare i nostri libri, credo che abbiamo sempre in noi una parte di scontento. Ci piace molto incontrare il pubblico dei nostri lettori, abbiamo verso ognuno di loro un debito di gratitudine immenso: per l’attenzione, per la cura e l’amore che riserbano alle nostre povere parole e storie. Ci sentiamo anche, di fronte a tanta manifestazione di affetto e stima, molto inadeguati, sopravvalutati, indegni.

Ma lo scontento riguarda, secondo me, due aspetti specifici dell’andar in giro a presentar libri. Il primo è che in fondo pensiamo che i libri debbano andare in giro da soli, che siano loro a dover viaggiare e andar lontano, non noi, che abbiamo acciacchi, e indisposizioni, e bagagli pesanti, e insofferenze per gli alberghi, per i bagni troppo piccoli e i piumoni troppo caldi. Noi dovremmo stare a casa tranquilli, a far la vita solita, possibilmente un grigio e piatto tran tran quotidiano (che pare essere la condizione che meglio garantisce la scrittura, cioè la cosa che poi è l’unica che vogliamo davvero fare…).

La seconda ragione è che, per quanto ci sforziamo in quell’ora d’incontro di essere brillanti e intelligenti e di cogliere e trasmettere le cose più importanti, essenziali e decisive del nostro libro, non arriviamo quasi mai a dire veramente quel che vogliamo. E questo per una ragione molto semplice: perché quel che vogliamo dire lo abbiamo già detto, e molto meglio, nel libro che abbiamo scritto. Direi che abbiamo scritto quel libro proprio per dire quel che volevamo dire, nel modo migliore possibile, con le parole più giuste ed efficaci. In effetti, scriviamo per questo: per parlare attraverso i libri, e non dover parlare direttamente. Quindi dovremmo lasciar la voce a loro, ai nostri libri. Al massimo metterci a leggerne delle parti ad alta voce. Ancor meglio, lasciare che la gente se li legga in santa pace, i nostri libri, nel silenzio della propria casa, nel grigio e piatto tran tran quotidiano (che pare essere la condizione migliore anche per la lettura!).

Di qui quel sottile senso di spaesamento e imbarazzo che ci prende: cosa ci stiamo a fare sul palco? Chi siamo? Nessuno. Cosa abbiamo da aggiungere? Nulla. È questo nulla che cerchiamo vanamente di riempire, magari con qualche battuta che ci renda spiritosi e simpatici. Ed è questa sensazione costante di non essere nessuno (e di di deludere il pubblico e noi stessi) che lì sul palco ci attanaglia e ci rende così sottilmente, e dolorosamente, scontenti.

(In quanto ai piumoni negli alberghi, bed and breakfast e Airbnb, vorrei dire questo: perché è scomparsa la coperta di lana? Perché negli hotel anche di lusso si dà per scontato che tutti amino dormire sotto la coltre soffocante di un piumone piuttosto che sotto il lanoso e moderato e aerato peso di una banale, umile e scontata ma tanto sana coperta di lana? Perché questi vicoli ciechi del Pensiero Unico?).

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