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Primo, non mentire a te stesso

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il «che fare?» di Tolstoj

Primo, non mentire a te stesso

Conte. Lev Nikolaevič Tolstoj (1828-1910) nel 1856 circa
Conte. Lev Nikolaevič Tolstoj (1828-1910) nel 1856 circa

«Che fare, dunque?» è una domanda che si impone nelle epoche più crude della storia a chi non accetta l’ordine delle cose che la cultura dominante presenta come l’unico possibile. Lo «scandalo che dura da diecimila anni» e oltre (Morante) inquieta chi assiste alla sua violenza e alla fame e al dolore che ne conseguono per i poveri e gli oppressi, inquieta chi vuol capire e agire perché una diversa giustizia si affermi, chi sente l’urgenza del “ben fare” per far fronte ai mali del mondo, per rendere il mondo accettabile.

Nella Russia zarista, quando Tolstoj scrisse il suo Che fare?, la cui gestazione durò più anni, dal 1882 al 1886, c’era già stato un Che fare? famoso, quello del romanzo di Cernyshevskij (1863), in realtà un confronto padri-figli affine a quello narrato da Turgenev nel 1862 che non al saggio-inchiesta-pamphlet di Tolstoj, cui invece si rifece espressamente Lenin nel suo Che fare? del 1902, debitamente apprezzandone il vigore e la convinzione della denuncia nonostante le sue riserve sul personaggio dell’autore, intorno alle cui convinzioni si era formato un vero e proprio movimento, non solo in Russia. È nota l’influenza decisiva del Che fare? di Tolstoj sul giovane Gandhi, ma esso influì certamente anche sul giovane Jack London quando si accinse alla sua inchiesta sull’East End di Londra, Il popolo dell’abisso, nel 1903, un anno dopo il Che fare? di Lenin. In tempi più vicini al nostro e in Italia Francesco Leonetti, vicino alle avanguardie ma anche ai gruppi che si dicevano rivoluzionari, ne presentò nel 1979 una nuova traduzione da Mazzotta e una messa a punto da marxista rispettoso. Ed è peraltro impossibile, per chi ha vissuto «gli anni della contestazione» dall’interno, non pensare che anche Mao Ze-dong abbia letto attentamente il libro di Tolstoj, poiché molte sono le coincidenze del suo pensiero con quello del russo, per esempio nella critica alla divisione del lavoro e nel proposito di “servire il popolo”, una formula già presente in Tolstoj.

Ma cos’è, infine, questo libro? Diviso grosso modo in tre parti: la prima racconta – con piglio da grandissimo scrittore, le sue perlustrazioni dell’autore tra i poveri moscoviti, la seconda si chiede i “perché” di tanta miseria e chi ne porti la responsabilità, la terza si interroga sul “che fare?” intrecciando la confutazione delle opinioni correnti, da Hegel a Malthus a tutto il pensiero positivista, con le conclusioni a cui la sua indagine lo ha condotto, e che daranno peraltro l’ossatura teorico-religiosa a Resurrezione, il romanzo che prese a scrivere nel 1889.

La prima parte è decisamente narrativa, è un’inchiesta ragionata fitta di incontri sia casuali che cercati, è un’immersione nell’abisso della miseria e dei poveri che non è mai solo compassionevole, cosciente invece che alla miseria materiale può spesso corrispondere la miseria morale. Altrettanto lucida, e stavolta con una punta di crudeltà che è bensì rivolta anche contro se stesso, membro di una classe privilegiata, ricco, nobile, colto, è la descrizione del mondo dei ricchi, e accessoriamente dei loro servitori – i funzionari, i burocrati, gli impiegati, i poliziotti. E gli studenti che censiscono i poveri, e che fanno parte di quel mondo di “buoni” raccontato per l’Italia di oggi da un grande romanzo di Luca Rastello. In queste pagine vi sono accenti di verità che vanno infatti oltre l’epoca narrata.

Se la seconda parte, la più teorica, è ancora convincente e va letta pensando alle giustificazioni che il potere, con tutti i suoi pensatori, si dà oggi almeno nel mondo detto occidentale, è la terza a suscitare più interrogativi, e a essere forse la sola invecchiata, nonostante il suo afflato religioso, ecologico, sociale. Ovviamente Tolstoj non risparmia le sue critiche alle ideologie della scienza e a quelle dell’arte che avevano corso nel suo tempo (e hanno ancora corso nel nostro; sulle seconde intervenne con radicale e provocatoria convinzione in Che cosa è l’arte, del 1897). Scienza e arte sono “indispensabili agli uomini” solo se a servizio all’umanità, non fini a se stesse, non schiave delle imposizioni o dei suggerimenti del potere.

Nelle ultimissime pagine del libro, Tolstoj sembra esaltare l’importanza del ruolo delle donne nel cambiamento necessario, indispensabile se il mondo vuol sopravvivere, anche se insiste sulle donne-madri, ma vede in loro né più né meno che il soggetto sociale determinante per la salvezza del mondo. Più in generale, le sue conclusioni diventano dei consigli, indicazioni di scelte più morali che politiche: «Primo: non mentire a se stessi, per quanto il mio percorso esistenziale possa essere lontano dalla via indicatami dalla ragione. Secondo: rinunciare alla consapevolezza dei propri meriti e peculiarità e riconoscere la propria fallacia. Terzo: adempiere con il lavoro all’obbligo inconfutabile del nostro vivere, senza vergognarsi di alcun tipo di attività svolta, e lottare con la natura per sostentare la vita propria e quella degli altri».

Finito di leggere questo libro straordinario viene spontaneo constatarne la sua attualità, nel nostro tempo turbolento e di dubbio futuro, e paragonare la sua intelligenza e persuasione, il suo vigore, alle centinaia anzi migliaia di “che fare?” che ingombrano gli scaffali delle librerie, opera di filosofi e sociologi, pensatori e guru che ci ammanniscono con insensata smania di presenza tante ricette sui modi di salvare il mondo. Ci sono ovviamente tra gli autori persone che sanno di che parlano, ma i più sembrano preoccupati solo dalla febbre di esserci e di predicare, e i loro “che fare?” finiscono per elidersi a vicenda, episodi retorici e paradossali, in un contesto in cui tutti dicono e pochi fanno. E la parola, se non si fa carne e storia, come ha cercato di fare, pur con le contraddizioni che gli erano peraltro ben chiare, il conte Tolstoj, resta solo parola, anzi chiacchiera.

Lev N. Tolstoj, Che fare, dunque? Legge, archetipo e mito, traduzione di Flavia Sigona, Fazi, Roma, pagg. 246, € 20. In libreria dal 2 febbraio

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