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Il macinapepe e altre storie di surreale quotidianità

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I fumetti della domenica del sole. sarah mazzetti

Il macinapepe e altre storie di surreale quotidianità

“L’invenzione del macinapepe” è la favola a fumetti disegnata per la Domenica del Sole 24 Ore (in edicola il 5 febbraio) da Sarah Mazzetti, giovane illustratrice bolognese. Il racconto, che prende le mosse da una piatta e banale quotidianità, all’improvviso fa una capriola e riparte verso un universo un po’ surreale, kafkiano, in cui succedono cose strane, che tutti però sembrano considerare normali. Alla fine il protagonista viene punito per la sua vanità, debordante e ingiustificata. Dietro le quinte, sembra quasi di vedere Sarah Mazzetti che spia le reazioni del Lettore: la sua tavola a fumetti prima incuriosisce, poi diverte, infine, di fronte a una conclusione tanto misteriosa quanto ineluttabile, stupisce.

Nei tuoi fumetti si parte spesso dal prosaico più assoluto, e poi spunta il fantastico, l’imprevedibile, l’assurdo. Sono innocui micro-incubi, o è il tuo modo di raccontare?

Nelle mie storie ci sono diversi elementi narrativi che ritornano. Innanzitutto faccio solo fiction, non racconto mai direttamente la realtà che mi circonda e non parlo mai di me e delle mie esperienze. Mi piace creare trame surreali, assurde, partendo appunto da situazioni molto normali, quotidiane. Voglio che il patto col Lettore preveda non tanto il farsi trasportare in un mondo completamente fantastico, ma fargli credere per un momento che qualcosa di assolutamente improbabile ed ineluttabile possa verificarsi nella quotidianità di qualcuno. Poi c’è un po’ di crudeltà, i miei personaggi sono spesso esseri umani piccoli, volubili e perdenti. Questo però mi sembra un elemento di grande realismo, o per lo meno una descrizione fedele della mia visione delle cose, della società che mi circonda.

Come è nata “L’invenzione del macinapepe” che hai disegnato per la Domenica del Sole 24 Ore?

Non so dirti esattamente come è nata, quello che sapevo per certo è che volevo una conclusione completamente assurda e arbitraria. L’idea del rimanere senza riflesso nello specchio è venuta un po’ a caso, ma è evidente che l’incipit ha come riferimenti Il Naso di Gogol’ e La Metamorfosi di Kafka. Quando scrivo le influenze dirette sono appunto quelle di autori come Kafka, Gogol', Cesar Aira: il loro modo di raccontare e portare il Lettore attraverso la trama ha un qualcosa di famigliare per me, qualcosa che va al di là del gusto, è come se fosse il linguaggio che meglio comprendo.

Un altro tuo racconto a fumetti, “Le vacanze esotiche del Sig. Pedrelli” (si veda la gallery di immagini) ha un taglio spietatamente ironico. Il fumetto è un mezzo idoneo a esprimere ironia?

Direi di si, è un mezzo come un altro. Nel mio caso, disegnare è semplicemente la cosa che mi è più naturale.

Nei tuoi fumetti sembri voler fustigare i tic, le manie, le ansie della vita di tutti i giorni. È così?

Decisamente. Mi piace infierire sulle piccolezze morali, sulle vanità e sulle debolezze degli esseri umani. I miei personaggi non rientrano nella categoria buoni/cattivi, non fanno niente di esplicitamente malvagio, ma sono inerti, passivi, volubili, e per questo vengono puniti.

Un altro tuo lavoro, “La Passeggiata” (si veda la gallery di immagini), presenta uno stile del tutto diverso, minimalista, essenziale. Come definiresti “La Passeggiata”, e in cosa si differenzia dagli altri tuoi lavori?

“La Passeggiata” è completamente diverso, non è una narrazione, è un gioco formale di rottura con la griglia classica del Fumetto e di ridefinizione degli elementi della composizione. Sta tutto nel movimento lineare e monotono della passeggiata e nelle interruzioni e variazioni rispetto ad esso.

Dai l’impressione di volere sperimentare più stili...

Sicuramente, stili e modi di comunicare, ma non è una questione di “volere”, per me il mio lavoro è così, progetti diversi richiedono interpretazioni diverse. Ovviamente come illustratrice mi capita spessissimo di essere chiamata per fare una cosa - uno stile - specifico, e va bene anche quello. L’importante è trovare sempre degli spiragli per provare soluzioni diverse e non adagiarsi su quello che già si sa fare bene.

Mit (Illustrazione di Sarah Mazzetti)

Quando disegni fumetti come “L’invenzione del macinapepe” preferisci la bicromia. Le tue illustrazioni, invece, sono vivacissime. Perché?

Penso che la bicromia crei un’atmosfera meno impegnativa a livello visivo, e di conseguenza aiuti a seguire la narrazione senza essere sopraffatti dall’aspetto estetico (mi riferisco esclusivamente alle colorazioni digitali, il disegno a mano è un altro mondo). La bicromia è anche più veloce e semplice da gestire, e in generale, in questi casi, la preferisco.

Cosa pensi dell’evoluzione del fumetto sul web?

Devo ammettere che non seguo moltissimi fumetti sul web. Nella maggior parte dei casi li trovo faticosi da leggere (a volte per una questione di preferenza personale, ma spesso anche per difetti di progettazione delle piattaforme che rendono la fruizione macchinosa). Però ci sono serie che mi hanno appassionata per un po’, tipo quelle di Anna Haifisch e Simon Hanselmann su Vice US. In Italia trovo che siano molto bravi a Graphic News, e mi piace molto come Ruppert & Mulot usano la verticalità nella loro striscia per la sezione di webcomics di Le Monde. Quando vivevo ad Angoulême la mia coinquilina sudcoreana (fumettista) mi ha detto che in Sud Corea la maggior parte dei fumetti nasce come serie per il web, per la fruizione da tablet o mobile, la percentuale di materiale stampato è bassissima in proporzione. Forse ci siamo già nel futuro del fumetto sul web, solo che è geograficamente un po’ distante.

Fears (Illustrazione di Sarah Mazzetti)

Come hai deciso di diventare illustratrice e fumettista?

Sono nata a Bologna, ho 31 anni, mi sono laureata in Scienze della Comunicazione all’Università di Bologna nel 2008 e in Illustrazione allo IED di Milano nel 2010. Passare dal percorso universitario classico e quello legato alla comunicazione visiva è stata una decisione assolutamente improvvisa, che io per prima fatico a giustificare razionalmente. So solo che in quel momento non avevo nessun dubbio a riguardo. Disegnare è comunque la cosa che faccio e che amo da più tempo nella vita, quindi forse non è stata una scelta poi così matta. Il resto è venuto da sé, negli anni ho preso coscienza di quello che mi interessa fare e del come, ma questi aspetti, fortunatamente, sono sempre in evoluzione.

Qual è la tua idea di felicità?

Una casa con tutti i miei libri e i miei vestiti dentro (sembra banale, ma sono nomade dalla primavera scorsa e non ne posso più, non vedo l’ora di avere un posto che sento mio, e a cui tornare anche se sto via per un po’). Poter fare il mio lavoro in maniera stimolante, occupandomi di progetti che lo portino in direzioni nuove, ed essere circondata da persone che mi facciano sentire profondamente compresa e che io comprendo profondamente. Mi sa che è un po’ l’idea di felicità di tutti, no?

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