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Mille (e più) sfumature di pastello

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Arte

Mille (e più) sfumature di pastello

Intraprendenti. La Maison du Pastel nella sede storica del 1930, a Parigi. A riportare in vita la più antica produzione al mondo di pastelli, Isabelle Roché, sulla destra, e Margaret Zayer. Foto di Christel Exelmans. Il negozio è al  20 di  rue Rambuteau, apertura giovedì dalle 14 alle 18, o su appuntamento.
Intraprendenti. La Maison du Pastel nella sede storica del 1930, a Parigi. A riportare in vita la più antica produzione al mondo di pastelli, Isabelle Roché, sulla destra, e Margaret Zayer. Foto di Christel Exelmans. Il negozio è al 20 di rue Rambuteau, apertura giovedì dalle 14 alle 18, o su appuntamento.

Il colore che l’ha accompagnata fin dall’inizio è il Bleu Céladon, una tonalità di blu che esordisce in un grigio scurissimo e lentamente, liberandosi dalla gravità del piombo, lascia emergere le note più chiare, quelle di una giornata nel nord della Francia, a dispetto del nome che rimanda all’Estremo Oriente. Nella scala cromatica il grigio resta, razionale, controllato, ma sfumando nella luce del bianco ha scritto un’altra storia. Ed è la storia di Isabelle Roché, francese, ex ingegnere della Esso, petrolio, carriera, viaggi, che improvvisamente quindici anni fa ha cercato un’altra vita, diversa, “da zero”, e l’ha trovata là dove non avrebbe mai pensato di cercare, in famiglia. Non una famiglia qualunque, visto che i Roché, Henri I, Henri II, sua moglie, e poi le figlie Huberte, Denise e Gisèle, hanno rilevato nell’Ottocento e portato al massimo splendore nel Novecento la più antica produzione artigianale al mondo di pastelli, nata nel 1720 con il nome di Maison Macle, e divenuta La Maison du Pastel nel 1878, insegna che mantiene ancora oggi nel fondo di un cortile parigino, al 20 di rue du Rambuteau. A pochi passi dal negozio, in una scatola di legno conservata negli archivi del Centre Pompidou, riposa la collezione completa di pastelli Roché, 1.650 sfumature di colore, la più vasta in assoluto, traguardo raggiunto da tre generazioni di ricercatori, che avrebbero visto vanificare i loro sforzi sul finire del ’900 se non fosse stato per l’arrivo fortuito di Isabelle. «Oggi siamo tornati a 1.065 gradazioni». Un lavoro per gradi, appunto, in trecento anni di storia.

Diciottesimo secolo, l’epoca d’oro del pastello, merito anche dei vetrai che per la prima volta riescono a produrre lastre di grandi dimensioni, indispensabili a proteggere i disegni dalla polvere. Gli artisti sono de La Tour, Labille-Guiard, Chardin e Rosalba Carriera, che nella sua corrispondenza con il canonico Casotti dichiara superiori a tutti i pastelli secchi prodotti a Parigi. A sedurre pittori e committenti sono le velature delicatissime, che unendosi sulla carta in un’unica sfumatura riproducono i passaggi infinitesimali della pelle. Un secolo dopo, negli anni ’30 dell’Ottocento, Louis Pasteur, futuro padre della microbiologia, si diletta a ritrarre a pastello i suoi familiari. Una passione che trasmette anche a uno dei suoi più brillanti allievi, Henri Roché, chimico, biologo, proprietario di una farmacia in Rue de Bretagne, medaglia d’oro della Société de Pharmacie de Paris. Anche Henri si diverte a disegnare e un giorno Pasteur gli presenta il vecchio artigiano della Maison Macle, allora in rue Grenier Saint Lazare. Simpatia a prima vista, Roché s’interessa alla fabbricazione dei pastelli, e interrogando gli amici artisti, da Degas a Chéret, da Sisley a Whistler a Londra, chiede la formula del “bastoncino” perfetto. La risposta segna le nuove ricerche: che i colori siano resistenti alla luce, che siano numerosi, ricchi di sfumature, brillanti e di un’aderenza che eviti il problema del fissaggio.

Nonostante la farmacia sia ben avviata, Henri cambia vita, compra la Maison Macle e all’abilità artigianale del vecchio lavorante unisce le sue competenze scientifiche. Nel 1887 la nuova Maison du Pastel offre una collezione di cinquecento sfumature e della loro qualità sono testimoni, primi fra tutti, i “pastelli” di Degas. Nel frattempo, accanto a Henri Roché I si affianca Henri II, medico. Nel 1915, padre e figlio raggiungono le prime mille gradazioni e nello stesso periodo, sfrattati da rue Grenier Saint Lazare, spostano il laboratorio, il magazzino e il negozio al 20 di rue Rambuteau. Ancora un trasloco, gli affitti sono troppo cari a Parigi, e nel 1930 Henri II, conquistato il record di 1.650 gradazioni di colore, trasferisce l’atelier in campagna, in un villaggio a un’ora dalla capitale e a pochi minuti da Versailles. È in questo laboratorio, che Isabelle entra la prima volta a diciannove anni, bravissima in matematica e fisica, famigliarmente indirizzata a Ingegneria – il padre, ingegnere, lavora nell’industria petrolifera – «ma allora non era scattato nulla, il laboratorio mi sembrava un posto uscito dalle pagine de Il nome della rosa, vecchio, buio». Muto.

Isabelle non sente riecheggiare le parole di Paul Maze, che nel 1930 viene accompagnato nell’atelier Roché da Édouard Vuillard e scrive «di essere stato portato da Dio a incontrare Dio». Né sente le lodi di Anna di Noailles che vede «in questi pastelli radiosi tutte le sfumature dell’universo». Né infine percepisce la felicità di un prigioniero tedesco, Alfred Straub, che affidato alla famiglia Roché per un anno nel 1946, chiederà di restare altri dodici mesi tanto quel luogo di campagna, quella pace e la gentilezza delle persone leniscono gli orrori della guerra.

Anni 50, la Maison du Pastel riapre e questa volta è a gestione solo femminile. Si affacciano nuovi artisti come Paul Skira e più tardi Sam Szafran, che ritrae tra le foglie dei suoi giganteschi filodendro anche i vassoi degli amati pastelli. La crisi giunge nei primi anni 90, quando Huberte e le sorelle, senza figli e in cerca di un erede, si rivolgono ai cugini, genitori di Isabelle. E a sorpresa Isabelle si candida. A segnare il passaggio delle consegne è una lunga depressione che annulla i successi della carriera, quindi un viaggio in Tanzania che suggerisce nuovi orizzonti, anche cromatici, e un nuovo trasferimento in Olanda che richiude quello stesso spiraglio. «Salvando la Maison ho salvato me stessa», ricorda Isabelle. L’impresa è enorme. Dieci anni di lavoro in solitudine, tutto a mano, seguendo le ricette segrete, aggiornandole là dove i materiali sono cambiati, ma assicurando quel 90% di pigmento puro in ogni pastello, che fa la differenza anche di prezzo, ed ecco riapparire le prime 567 sfumature. In aiuto, cinque anni fa, giunge dagli Stati Uniti Margaret Zayer, giovanissima e sensibilissima artista, pastelli naturalmente.

Faticosamente, non più padre e figlio, ma due amiche, colleghe, personalità complementari, Isabelle e Margaret raggiungono la quota 1.065 colori. E i nomi sono un incanto, da Rouge de Venise a Soleil Couchant, da Vert Japon a Violet van Dyck, fino al nuovissimo Rouge Intense, profondo, vellutato e la tonalità di riferimento è il turbante color rubino nel celebre ritratto di van Eyck. Ancora uno sforzo, e nasce la gamma “irisées”, Or, Argent, Cuivre, Scarabée e Ailes de Papillon. Non è un nome a caso perché quando Margaret, il lato sperimentale della coppia, di fronte al pubblico estasiato delle ultime Journées du Patrimoine a Parigi, stende il pastello rosso sulla carta e lo sfuma con le dita, davvero sembra che a disegnare sia stata una farfalla. E un battito d’ali dietro l’altro, la resistentissima e Blue Celadon Isabelle, e la vulcanica e Rouge Intense Margaret raggiungeranno, l’hanno promesso, le milleseicentocinquanta sfumature di vita.

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