Domenica

Lutero in Campo dei Fiori

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Lutero in Campo dei Fiori

  • –Massimo Bucciantini

Non è facile accorgersene. Anche chi s’impegna ad aguzzare la vista non lo scorge subito. Ci vuole una certa abitudine al dettaglio per vedere quale segreto nasconde quel piccolo tondo che sta nel medaglione posto sul lato destro della statua.

Siamo a Roma, in Campo dei Fiori. Dopo un’aspra contesa con l’amministrazione comunale durata ben tredici anni, tutto era finalmente pronto per l’inaugurazione del monumento. Il movimento studentesco romano era riuscito a vincere la sua battaglia per rendere onore al filosofo bruciato vivo la mattina del 17 febbraio 1600. Degli studenti dunque, innamorati di Mazzini e Garibaldi, decisero di mettere in pratica un disegno radicale che in breve tempo si trasformò in una seconda Porta Pia. E non fu, come spesso si continua a sostenere, la massoneria, che ebbe un ruolo marginale nella vicenda e salì sul carro dei vincitori solo nell’ultimo anno, quasi al termine del conflitto.

È il 1889. E dal momento che non era più necessario trovare compromessi con l’ala moderata dei Bonghi e dei Minghetti, gli studenti – consigliati da Antonio Labriola, l’unico professore della Sapienza che fu loro vicino – decisero che non poteva mancare la rappresentazione del rogo, insieme agli altri due bassorilievi e agli otto medaglioni. Come a Firenze, davanti alle formelle del Ghiberti incastonate nella Porta del Paradiso del Battistero di San Giovanni, o a Worms, davanti al monumento a Lutero, lo stesso sarebbe accaduto in Campo dei Fiori. Un’idea folgorante e di sicuro impatto pedagogico: la prima biografia per immagini dedica a un eretico italiano.

Anche l’iscrizione da apporre sul frontone anteriore venne totalmente riscritta. Si trattava di ripensarla con le parole “giuste”, capace di congiungere passato e presente, di esprimere un messaggio rivolto alle giovani generazioni e all’intero mondo civile. I versi erano: «A Bruno / il secolo da lui divinato / qui / dove il rogo arse»; e dunque poteva essere mandata in soffitta la più stanca e poco immaginifica iscrizione scelta, e frutto di un faticoso compromesso, nel 1886: «A Giordano Bruno dove fu arso / Martire della libertà del pensiero». Che suonava troppo statica per suscitare entusiasmi. Al contrario di quella ora trovata, che con le parole «il secolo da lui divinato» gettava un ponte con il presente e in forma poetica si proiettava verso un futuro di progresso e di civiltà tanto caro alla politica laica e alla cultura evoluzionista di allora.

La scelta dei medaglioni fu altrettanto tormentata. Anche perché le alternative erano molte, visto che il monumento doveva assumere una rilevanza transnazionale. Alla fine fu deciso per Sarpi, Campanella, Ramo, Vanini, Paleario, Serveto, Wyclif, Hus. Il poco eroico Galileo venne sostituito da Sarpi, ovvero con il teologo eretico scomunicato e pugnalato da sicari della Chiesa di Roma. E all’ultimo momento venne inserito Michele Serveto, medico ed eretico spagnolo bruciato dai calvinisti a Ginevra, per ribadire che quella statua doveva ergersi sopra i roghi, sopra le intolleranze, sopra i dogmi di tutte le chiese.

Il monumento era dunque pronto e la sua posizione al centro della piazza lo avrebbe reso ancor più carico di suggestione. Poi, a fare il resto, a mettere le ali all’immaginazione e alla riflessione ci avrebbe pensato lui: con il volto nascosto nell’ombra, lo sguardo severo rivolto in direzione del Vaticano, il piede destro spostato in avanti quanto basta a imprimere vita e movimento al corpo. E con le mani incrociate sul grande libro, come se una catena gli legasse i polsi e rendesse impossibile aprirlo.

Chissà quante volte lo scultore Ettore Ferrari si sarà chiesto quale impatto un monumento del genere avrebbe avuto sul pubblico. Non era una “semplice” statua come le altre che si vedevano sotto il cielo di Roma. Era il frutto di una sinergia perfetta: ai bassorilievi spettava il compito di raccontare i momenti salienti della vita del Nolano, ai medaglioni di fissare nella memoria i crimini commessi dalla Chiesa cattolica – e non solo – contro la libertà di coscienza e di pensiero. Due libri per immagini sulla violenza e l’intolleranza del potere, da leggere o farsi leggere, che avrebbero reso ancora più preziosa la visita in Campo dei Fiori.

Ma a un osservatore attento il monumento riservava un’altra sorpresa. Una sorpresa a dir poco stupefacente. I ritratti non erano otto, ma nove. Un medaglione ne conteneva due. Quello del filosofo ed eretico Vanini riportava, seminascosto, un altro ritratto, piccolissimo ma perfettamente riconoscibile: l’omaggio segreto a Lutero. A pochi passi da San Pietro.

Per l’anticlericale Ferrari il ritratto dell’acerrimo nemico del papato non poteva mancare, e faceva tornare alla memoria le parole pronunciate da Bruno a Wittenberg in onore del grande riformatore: «Il vicario del tiranno dell’inferno, volpe e leone, armato delle chiavi e della spada, di astuzia e di forza, di finezza e di violenza, d’ipocrisia e di ferocia, aveva infetto l’universo di un culto superstizioso e d’ignoranza brutale, sotto il titolo di sapienza divina, di semplicità cara a Dio. Nessuno osava opporsi a questa belva vorace, quando un novello Alcide si levò per riformar il secolo indegno, l’Europa depravata a stato più puro e più felice».

Quando gli venne in mente l’idea del nono ritratto? Con chi ne parlò? Oppure preferì fare tutto da solo, come se quella minuscola immagine fosse la sua cifra, il segno di gratitudine nei confronti di un altro monumento, quello di Worms, da cui aveva probabilmente tratto l’ispirazione dei medaglioni e dei bassorilievi? È possibile che nessuno allora si sia accorto del piccolo tondo posto sotto il pizzetto di Vanini? Si preferì tacere e non mettere bocca sulle scelte creative dell’artista?

È curioso che per più di un secolo (la presenza di Lutero fu segnalata per la prima volta dallo storico svedese Lars Berggren nel 1991) nessuno si sia accorto di nulla, che nessuno abbia chiesto spiegazioni di quel ritratto in miniatura ancora oggi ben visibile.

A cinquecento anni da Wittenberg ricordare ai lettori della «Domenica» la presenza di Lutero a Roma, in quella piazza, all’interno di quella statua della libertà, vuole essere anche un modo per mostrare quanto intricati – e per questo imprevedibili e meravigliosi – siano i fili e le tracce che conducono al nostro presente.

Massimo Bucciantini è l’autore di «Campo dei Fiori. Storia di un monumento maledetto» (Einaudi). Il libro ha vinto il Premio Viareggio per la saggistica.

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