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Partenze o approdi?

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Letteratura

Partenze o approdi?

Disperso. V.S. Naipaul e «L’enigma dell’arrivo» di De Chirico
Disperso. V.S. Naipaul e «L’enigma dell’arrivo» di De Chirico

Alla fine degli anni sessanta V.S. Naipaul, scrittore post-coloniale nato a Trinidad ma indiano di origine, premio Nobel 2001 (classe 1932), vive in uno stato di profonda depressione alla ricerca d’una complessa identità. Viaggiatore per natura, proveniente da una famiglia trapiantata nel 1880 nelle piantagioni caraibiche di zucchero come lavoratori “indentured” (quelli che si pagavano solo il biglietto di andata e che difficilmente, date le condizioni di sfruttamento, avrebbero potuto pagarsi il ritorno), Naipaul possiede le radici religiose e culturali dei Bramini Hindu ma è cresciuto a Port of Spain e ha scelto la lingua inglese come mezzo espressivo principale. Una lingua ancor più utile quando vince una borsa e va a studiare a Oxford, aggiungendo così ai propri luoghi seminali anche l’Inghilterra.

Già subito dopo l’esordio come narratore (basti citare il famoso Una casa per il signor Biswas, 1961, in cui “fallisce” il compito di preservare le memorie del padre), il suo spirito randagio lo sposta fra la Guyana Britannica, il Suriname, la Martinica, la Jamaica e l’Uganda. Ma poi, rinunciando alla ricerca di un’identità indiana o africana (contenute in Un’area di tenebra, 1964, The Mimic Men e Una bandiera sull’isola, 1967), Naipaul tenta la carta della appartenenza “definitiva” a Trinidad con The Loss of Eldorado, 1969: una sorta di réportage alla ricerca di un mito perduto: quello collegato al resoconto di viaggio di Raleigh in Guyana. Ma anche questa illusione non lo soddisfa più, da cui la decisione, vissuta come una sconfitta, di fare ancora una volta ritorno in Inghilterra.

The Loss of Eldorado non piace al suo editore, e lui, quel mito, non riesce ormai più a collocarlo entro nessuna delle culture cui ha avuto accesso. È inaridito, stanco, rinunciatario. E decide di isolarsi, di fuggire da ogni ritrovo e da ogni abbandono. Per lui, il principale problema è riuscire a mettere a fuoco, in questo suo spostarsi nello spazio e nel tempo, proprio il concetto di arrivo e di partenza (arrivo da dove? partenza da dove?). Tutti questi luoghi dell’anima creano in lui una doppia, tripla, quadrupla prospettiva che assegna al viaggio valenze sovrapposte di avvicinamento e di allontanamento, di apertura e di chiusura dei suoi orizzonti estremi (i tramonti di Trinidad, i fuochi rituali indiani, le brume avvolgenti – e inquietanti – dell’Inghilterra). È tempo di ricostruire tutto daccapo, e sceglie un nuovo paesaggio: quello, caro a Constable, del Whiltshire, e affitta un cottage nella piana di Salisbury. Quando ci va ad abitare è scisso sul triplice diaframma Trinidad/Inghilterra/Africa, e sta meditando la scrittura di In uno stato libero, che uscirà nel 1971, in cui narra la storia di due espatriati europei che percorrono l’Uganda, il Kenya e il Rwanda.

Dunque sappiamo che in quel cottage sperduto nella vasta pianura che culmina con un monumento mitico della civiltà europea (la druidica Stonehenge), Naipaul sta sovrapponendo, con un meccanismo figurativo affascinante tre diversi paesaggi reali e immaginari, così distanti fra loro ma così vicini nella sua mente. E, sorprendentemente, sappiamo ciò attraverso la narrazione di questo processo contenuta in un altro romanzo, che scriverà quasi vent’anni dopo, nel 1987, dal titolo molto significativo: L’enigma dell’arrivo.

Ma L’enigma dell’arrivo è anche altro. Un modo in cui due arti – quella della scrittura e quella della pittura – si completano a vicenda. Ci spiega Naipaul che quando giunge nel cottage trova frammenti della famiglia che li ha preceduti (e di cui non sa nulla), e tra quelle cianfrusaglie scopre anche un mucchio di vecchi libri, tra cui un’edizione paperback della serie «Little Library of Art» dedicata a de Chirico. E tra i quadri vede per la prima volta L’enigma dell’arrivo, del 1912. Un’opera metafisica che raffigura, in una mirabile sintesi di modernità e di mistero, il porto di una mitica città greca, chiuso da un muro e sovrastato da una torre. In quel quadro di de Chirico Naipaul si sofferma sulle due figure mantellate ed enigmatiche che si voltano le spalle: una prefigurazione dell’immagine velata di un oracolo e quella di un Ulisse che neppure l’ascolta, così preso dall’enigma del suo arrivo a Itaca. Alle spalle del muro, infatti, vediamo una vela gonfia di vento (vento metafisico, ovvio) che non scioglie il dubbio se la nave di Odisseo sia arrivata o stia partendo senza di lui.

Ecco, sembra che il quadro di de Chirico soddisfi appieno le angosce di Naipaul. Il suo ritrovamento è una vera “manifestazione”, perché incarna il travaglio di chi troppe volte è partito senza sapere se invece stava approdando. È un’opera d’arte che incarna tutti i meccanismi mentali identitari dello scrittore. E che dà loro, epifanicamente, un completo significato.

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