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L’Unione sia la nostra scelta

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enrico letta

L’Unione sia la nostra scelta

Europeista. L’ex primo ministro ed ex ministro delle politiche comunitarie Enrico Letta
Europeista. L’ex primo ministro ed ex ministro delle politiche comunitarie Enrico Letta

Quanto il libro di Enrico Letta propone non è il piano di un fuoriclasse per tornare al centro della scena politica nazionale, ma un ragionamento lucido sull’attualità e sul valore storico e politico dell’integrazione europea. E non è un caso che l’uscita del libro in coincidenza con l’anniversario dei Trattati di Roma lo renda utile non già come ricapitolazione delle virtù del processo, bensì come presa d’atto che le alternative a una maggiore integrazione europea sono quanto di più dannoso ci si possa attendere.

L’Unione europea non nasce da un processo storico lineare, non è la realizzazione degli ambiziosi progetti di accorti governanti che dettero concretezza a un ideale. La Ue è lo specchio di un compromesso su scala continentale, concepito letteralmente da centinaia di commissioni. Di ciò Letta ha esperienza diretta e, quindi, conosce a perfezione il funzionamento e le insidie della “macchina europea”, ed è per questo che, tenendosi lontano dai dogmi di un’imbambolata professione di fede federalista, riesce a mostrare perfettamente le frizioni che hanno determinato il crescente distacco dei popoli europei dal processo d’integrazione. Del resto, il passato non possiede una forma narrativa propria. Assume un significato in riferimento alle numerose e spesso contrastanti inquietudini del presente. Un presente, il nostro, composto di un disamoramento – ricorda Letta – troppo spesso cavalcato da una classe politica che prospera sulle conseguenze di una crisi economica interminabile, le cui ombre si proiettano sul futuro del continente con una forza e con una persistenza che sempre più determinano disaffezione nei confronti di tutto ciò che proviene da Bruxelles.

La seconda parte del 2016 ha mostrato quanto l’ordine mondiale in cui il processo d’integrazione europea si era sviluppato non fosse irreversibile: il «mondo di ieri» lascia il posto a condizioni internazionali, e interne alle società delle potenze capitalistiche, inedite. Il riferimento è alle conseguenze della Brexit e della vittoria di Trump negli Stati Uniti: piani all’apparenza paralleli che descrivono un paesaggio punteggiato da un numero crescente di crisi che insistono su linee di faglia sulle quali ciondola una serie di personalità che calca il palcoscenico politico quasi per caso. Personaggi accomunati dall’assenza di una visione adeguata alla gravità della situazione, i quali, fra un annuncio e un rinvio, non trovano niente di meglio da fare che scomodare la marina militare per depositare un mazzolino di fiori sulla tomba di Altiero Spinelli. Tutto ciò qualifica una modernità apolitica, avvolta in un usurato corredo di frasi fatte sulla superiorità del “modello civile” europeo: una superiorità che si regge sulla retorica dei padri fondatori, mentre l’orizzonte del rilancio dell’iniziativa europea, cioè la ridefinizione dei ruoli dei protagonisti di questa storia, rimane appeso alle funi del cielo.

La principale malattia dell’integrazione europea è proprio quest’arroccamento in uno status quo nel quale le politiche nazionali o negano l’Europa o trovano vantaggioso deplorare il lavoro di tecnocrati che paiono usciti non da inequivocabili scelte politiche, ma da una sorta di partenogenesi che avverrebbe all’interno dei palazzi che riflettono il cielo d’acciaio di Francoforte o Bruxelles.

Ora, è lecito chiedersi se l’uscita dallo stato di cose che descrive impietosamente la fine di una grande illusione sia solo il completamento dell’unione fiscale o la revisione di trattati che fotografavano dimensioni profondamente diverse da quelle correnti. Occorre chiedersi, insomma, se l’Unione europea sia, e soprattutto debba essere, solo un’efficiente unione doganale all’interno della quale viaggiare senza controlli. Letta risponde in maniera persuasiva: l’obiettivo non può essere limitato alla piccola manutenzione di un edificio pericolante, ma deve essere una grande battaglia sui principi e sulle idee. È necessario che l’Europa avanzi con determinazione non perché non ci sia un’alternativa, ma per scelta responsabile, con l’ambizione di affrontare le sfide che il nostro tempo ci ha scaraventato addosso. Il prezzo da pagare qualora invece si seguiti a sopravvivere in un clima di stallo scandito solo dalla routine dei summit è che il processo di disintegrazione in atto proceda per via inerziale, e faccia tabula rasa delle conquiste di sessant’anni durante i quali i valori europei hanno resistito alla fine di cinquecento anni di centralità europea nella politica internazionale, riuscendo a mantenere uno spazio e un’autorevolezza globale che non potrebbero poggiarsi solo sull’essere un grande, fastoso museo. D’altra parte, alludere a una sorta di continuità tra la Storia dei Paesi del continente e le culture politiche che hanno determinato il presente è fuorviante: ciò che l’Europa è, e ciò che è in grado di essere, ha a che fare con il suo passato ma soprattutto con la capacità futura di mantenersi autonoma e propositiva in un mondo che è assai più popolato di attori statuali, e non, rispetto a sessanta anni fa. Per questo motivo non si può non essere d’accordo con Letta quando indica un modello di Unione capace di ripensarsi in maniera originale e non per sola reiterazione meccanica di formule politiche che hanno oramai perso significato.

Enrico Letta
Contro venti e maree. Idee sull’Europa e sull’Italia. Conversazione con Sébastien Maillard
il Mulino, Bologna, pagg. 156, € 14

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