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Per favore, fate i pagliacci!

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Per favore, fate i pagliacci!

Alzi la mano il bambino che non è scoppiato in lacrime quando ha visto per la prima volta un clown, magari mentre la mamma e il papà indicandogli quella strana figura gli dicevano «Guarda com’è divertente!». Ebbene avevi ragione tu nell’essere impaurito da quel viso tutto colorato, da quegli scarponi enormi e da quegli abiti fuori misura. Invece noi adulti siamo convinti che il pagliaccio sia da subito vicino al mondo dei più piccoli, ma, se in qualche modo questo può esser vero, la questione è ben più complessa. Allora cerchiamo di capire come stanno le cose. Possiamo farlo sfogliando un libro appena uscito, intitolato Tornano i clown, nel quale troviamo foto e disegni di quegli strani personaggi e tante cose scritte da loro o su di loro, poesie, riflessioni, ricordi. E qui si scopre che in tanti, come i vostri papà e le mamme, legano subito il mondo di quelle buffe figure a quello dell’infanzia, innanzitutto perché un pagliaccio fa ridere, o per lo meno dovrebbe riuscire a farlo, e noi grandi siamo convinti che i piccini vogliano sempre e solo ridere.

Se poi qualcuno dovesse chiedersi quando sono nati i clown, proprio in apertura del volume uno dei più appassionati studiosi di questi artisti, Tristan Remy chiarisce che i pagliacci sono sempre esistiti, magari sotto forme e nomi diversi, tra questi Pulcinella, Arlecchino, Pierrot, anche loro capaci di farci divertire, magari mettendo in mostra le loro disgrazie, la loro fame o i mille espedienti per vivere, e, se così stanno le cose, allora in questa categoria possono rientrare anche Charlie Chaplin o Buster Keaton. Lo stesso Remy associa i clown ai bambini definendoli degli enfants terribles, discoli e spesso maleducati, fuori dalle norme, comunque capaci di creare in maniera inconsapevole situazioni complicate, guai e disastri a catena , come spesso, diciamolo, fanno i bambini. Cosa che avviene soltanto perché, sia gli uni che gli altri, vedono il mondo con occhi diversi, forse più ingenui e semplici, ma certamente meno banali. Proprio per questo gli attori, quelli seri, quelli vestiti di velluto nero e con un teschio in mano presi a sciorinare filosofie che non stanno né in cielo né in terra, non hanno mai visto di buon occhio questi cialtroni con abiti spesso fatti di pezze e rattoppi o con informi camicioni bianchi. Così avvenne ad esempio per una famiglia italiana, i Grimaldi, come ci racconta sempre Tristan Remy (e non deve sorprendere che un amante dei clown abbia nella radice del suo nome la tristezza ).

Questo gruppo di artisti fuggì in Gran Bretagna perché mal visto dai colleghi della scena più importante, e dovette inventarsi macchine curiose e giochi di prestigio per guadagnarsi l’attenzione degli spettatori. Già perché è chiaro che, nati sulle piazze e nelle fiere, i commedianti più comici sono abituati a fare di tutto per trattenere il pubblico, magari quello di passaggio, distratto e casuale, con adulti frettolosi e bambini che si mettono a piangere. E questo fa sì che debbano sempre trovare un gesto nuovo, una smorfia più convincente, una scena esilarante, un costume sgargiante. Insomma, scrive ancora Tristano, trovandosi di fronte a un clown verrebbe sempre voglia di dirgli “non agitarti troppo”, proprio come davanti a un ragazzino. Con la differenza che questo tipo di buffone, in fondo malinconico e solitario, non crescerà mai e resterà indisciplinato per sempre, tutto preso a inventare nuovi giochi. Lo scrittore Theophile Gautier ci fa immaginare il famoso Auriol che danza con i piedi sui colli di una serie di bottiglie, mentre Alfred Jarry ci racconta di Juno Salmo camuffato da ranocchio che fa contorsionismi strabilianti, intrecciando le gambe dietro la testa come se non avesse ossa o legamenti. Ma non è soltanto in scena che questi personaggi fanno i matti. Il libro è pieno di storie bizzarre, e così Dickens narra del celebre Joe Grimaldi che, finito lo spettacolo percorrerà ventiquattro chilometri a piedi per arrivare in campagna e catturare due mosche da regalare ad una sua amica attrice che amava tanto gli insetti, mentre è lo stesso pagliaccio Rolph Zavatta a dirci di essere salito sul tetto di un albergo per prendere in un nido una cicogna appena nata, facendola poi crescere e portandola sempre con sé nei suoi viaggi e che, pur libera di volare altrove, la meravigliosa creatura alata gli rimase accanto per lungo tempo come un’amica, svegliandolo al mattino con piccoli colpi del becco. Tornando alle paure, però, non è il caso di preoccuparsi. Anche un ragazzino che poi diventerà un poeta importante, Guillaume Apollinaire, condotto dalla madre alla fiera per vedere i pagliacci si spaventò moltissimo davanti a loro, rifiutandosi di entrare nella baracca in cui questi si esibivano. Un terrore che non dimenticherà mai, tanto che da adulto confesserà questa sua impressione all’amico pittore Picasso, il quale, da quel momento, comincerà a dipingere arlecchini pagliacci e figure da circo.

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