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L’elefantina di Versailles

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storie naturali

L’elefantina di Versailles

  • –di Giudice
Nella ménagerie. Litografia  di Godefroy Engelmann , 1821, Parigi
Nella ménagerie. Litografia di Godefroy Engelmann , 1821, Parigi

Imponente e magnifico, con la proboscide rivolta all’insù, quasi stesse per emettere un barrito. Si presenta così il pachiderma conservato al Museo di storia naturale dell’università di Pavia. È il più antico esemplare tassidermizzato di elefante indiano esistente al mondo. Anzi, per la precisione, è un’elefantessa, con alle spalle una storia avventurosa, che si snoda tra l’India e l’Europa dell’età dei Lumi, e che ha un epilogo tragico, almeno per il povero animale, involontario protagonista della vicenda.

È una storia in parte già nota, ma che Paolo Mazzarello ricostruisce ora nei minimi dettagli, alcuni del tutto inediti, trasformandola in un racconto godibile e intrigante, grazie a una scrittura nitida e lieve, riscontrabile peraltro in ogni suo libro.

Ma veniamo alle peripezie dello sfortunato pachiderma, che Mazzarello arricchisce con digressioni mitologiche e letterarie, fino a farne una metafora del rapporto di sopraffazione dell’uomo sull’animale. Tutto era cominciato con le spregiudicate manovre di un abile avventuriero, tale Jean-Baptiste Chevalier, per ristabilire una significativa presenza francese in India, dove era arrivato in cerca di fortuna nel 1752 per conto della Compagnie des Indes. Chevalier non si era infatti rassegnato all’idea che la Francia, dopo la guerra dei sette anni (1756-1763), lasciasse una parte del mondo così importante nelle mani della sua nemica tradizionale, la Gran Bretagna. Tanto più che da quando nel 1769 la Compagnie des Indes aveva chiuso i battenti, la rivale British East India Company faceva ormai il bello e il cattivo tempo in molte parti del subcontinente.

Oltre a tramare con i principi indiani ancora indipendenti per sobillarli contro la potenza coloniale inglese, Chevalier si rivolse ai ministri del suo paese, sollecitando un sostegno militare all’ambizioso progetto che agitava la sua mente. Ma pensò che forse anche gli animali potevano contribuire alla causa, soprattutto se strani e rari, come quelli che soltanto l’Oriente poteva offrire. Decise dunque di spedirne alcuni esemplari in Francia per la ménagerie di Luigi XV a Versailles, il giardino zoologico privato mantenuto per la curiosità e il piacere del sovrano. Insomma, una strategia diplomatica piuttosto singolare nel tentativo di suscitare a corte maggiore interesse per l’India, e che aveva anche il pregio di assecondare quel gusto per l’esotico all’epoca tanto in voga.

Fu così che tra il 1770 e il 1771, dall’India presero la via per Versailles due tigri, seguite da un rinoceronte e da un cervo muschiato. Nel febbraio del 1772 tuttavia Chevalier superò se stesso, inviando a Luigi XV uno di quegli animali che nella regione del Bengala popolavano le grandi foreste e le terre paludose e che invece mancava nella ménagerie reale: la nostra elefantessa appunto. Che era stata scelta proprio perché femmina, giovane, aveva solo due anni, e dunque docile. L’accompagnava l’uomo che l’aveva catturata e domesticata, un nativo noto con il nome di Joumone, ossia il suo cornac, come si chiamavano in India i conducenti di elefanti.

Trasportare un’elefantessa dall’India all’Europa rimaneva comunque un’impresa tutt’altro che semplice, poiché occorreva tenerla incatenata su una nave per un viaggio lunghissimo che attraversava due oceani, quello Indiano e quello Atlantico. Senza contare poi che pesava quattro tonnellate, era «alta quasi due metri e passava la maggior parte della giornata, fino a diciotto ore, a nutrirsi di vegetali».

In uno dei capitoli più emozionanti del libro, intitolato «Barriti sull’Oceano», Mazzarello ripercorre tutte le tappe del viaggio della giovane elefantessa a bordo del Gange, un enorme vascello difeso da ventiquattro cannoni. E ci fa capire cosa volesse dire per un animale nato libero nella foresta indiana essere stipato in quella tana oscillante, dove era costretto nella stiva della nave, tra rumori mai uditi prima e il caldo che diventava sempre più implacabile all’approssimarsi dell’equatore. Ma nell’Atlantico, come ricorda Mazzarello, succedevano crudeltà ben più gravi, essendo piuttosto verosimile che il Gange incontrasse altre navi cariche di sofferenze inenarrabili, quelle cioè di tanti esseri umani che, trattati peggio degli animali, venivano prelevati con la forza dall’Africa per essere venduti come schiavi in America.

Il 14 dicembre 1772 il vascello approdò sulle coste della Bretagna. A causa del freddo intenso che investiva la regione, l’elefantessa e Joumone però si misero in marcia per Versailles soltanto sei mesi dopo, giungendo finalmente a destinazione il 19 agosto 1773. Al suo arrivo, la ménagerie non versava in ottime condizioni, ma l’anno successivo, con l’ascesa al trono di Luigi XVI, ritornò quasi agli antichi splendori di un secolo prima, quando il re Sole ne aveva fatto il fiore all’occhiello della sua sontuosa reggia. Trovata una sistemazione adeguata, l’elefantessa diventò subito fonte di curiosità, ma anche argomento di discussione scientifica. D’altronde, Parigi era la città in cui si concentravano i migliori naturalisti europei, con in testa il celebre Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, che nel 1764, in uno dei volumi che componevano la sua monumentale Histoire naturelle (pubblicata a partire dal 1749), aveva dedicato proprio all’elefante uno studio approfondito ed edificante.

Per Buffon, l’elefante era l’essere più considerevole del mondo dopo l’uomo, al quale si accostava per l’intelligenza, «tanto almeno quanto la materia può accostarsi allo spirito». È certo però che nella prigione di Versailles, l’elefantessa indiana fu considerata dai numerosi e aristocratici visitatori soprattutto come un fenomeno da baraccone, costretta a stappare bottiglie di acquavite o ad accettare prese di tabacco per il loro futile divertimento. Tenuta per la maggior parte del tempo in spazi angusti che avevano intaccato le sue capacità motorie, la notte tra il 24 e il 25 settembre 1782 spezzò le catene e fuggì. Ebbe appena il tempo di assaporare un po’ di libertà, poiché morì annegata cadendo nel canale del parco, intrappolata in uno specchio d’acqua che non le diede scampo.

Finiva così, miseramente, il lungo viaggio dell’elefantessa che “voleva essere libera”. Il suo corpo invece, dopo essere stato sezionato e sottoposto a un attento esame anatomico, era destinato a un altro e definitivo viaggio. Nel 1804 infatti Napoleone, quando era ancora primo console, aveva deciso di donarlo al Museo di Storia naturale di Pavia, fondato da Lazzaro Spallanzani, dove giunse impagliato l’anno successivo. E per tutti diventò «l’elefante di Napoleone».

Ho detto all’inizio che la storia raccontata da Mazzarello è anche una metafora del rapporto, non sempre amichevole, tra l’uomo e l’animale. Di un animale, l’elefante, che già Plinio nel libro VIII della sua Storia naturale considerava «più vicino all’uomo», quasi un modello sul piano spirituale. Un fatto colto con la consueta attenzione per i dettagli da Italo Calvino, che nella sua prefazione all’edizione einaudiana della Storia naturale, significativamente intitolata «Il cielo, l’uomo, l’elefante», raccomandava di soffermarsi proprio su quel libro, in quanto il più rappresentativo di un’idea della natura espressa in tutta l’opera di Plinio: «la natura come ciò che è esterno all’uomo ma che non si distingue da ciò che è più intrinseco alla sua mente, l’alfabeto dei sogni, il cifrario dell’immaginazione, senza il quale non si dà né ragione né pensiero».

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