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Celestiale zia Clementina

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Letteratura

Celestiale zia Clementina

Creatività per napoli. Napoli vista  da Pierluigi Cerri nell’ambito  del progetto «Ventiquattro Manifesti  per Napoli» all’interno della Fondazione Napoli Novantanove
Creatività per napoli. Napoli vista da Pierluigi Cerri nell’ambito del progetto «Ventiquattro Manifesti per Napoli» all’interno della Fondazione Napoli Novantanove

Come rappresentare, esattamente, il volto di un uomo o di una donna che per noi è stato, o è addirittura, il centro dell’universo? Che cosa fissare e che cosa lasciare in ombra di una forma di per sé labile, deperibile, transitoria e mondana, ma al tempo stesso unica e decisiva, dal punto di vista dello spirito? Come valutare la sua eccezionale o assoluta durata nel precipizio del tempo?

A queste domande vuole rispondere, sia pure per fragmenta abilmente ricuciti in un solo drappo, il dinastico, piccolo romanzo-ricerca di Elisabetta Rasy che, non a caso, ha per titolo Una famiglia in pezzi. Tra Salonicco e Napoli, dall’avo console Henry a Charles, da Evelina “nonnina” al padre Carlo, l’epopea dei Rasy si frantuma in brevi ritratti, distinti l’uno dall’altro e staccati sullo sfondo della Storia, esemplari e minimi, “in miniatura” come i ritratti di Lytton Strachey e nella miniatura eccezionalmente evidenti.

Se il tempo (edax rerum) è il grande nemico, e la deprecazione del tempo è la Cantilena dell’Occidente, Elisabetta Rasy con i suoi bisavoli e trisavoli sottratti all’oblio non fa eccezione. Zia Clementina e nonna Cleopatra, Maria e Margherita, Emile e Charles sono l’estrema e gentile variante d’una galleria di personaggi, talvolta supremi, che l’arte del ricordare ha reso indimenticabili per un gesto: il Cavalcanti di Boccaccio (Decameron VI, 9) con il suo perfetto e leggerissimo salto giù dalle arche di Santa Reparata; l’“insolente” Romualdo di Petrarca (De vita solitaria II, 8) che, nel mezzo di una caccia, a cavallo, come colpito da un fulmine abbassa il capo ed è «preso dal desiderio di Dio»; il Leopardi di De Sanctis (La giovinezza) con «quella faccia emaciata e senza espressione» dove «tutta la vita s’era concentrata nella dolcezza del sorriso», e tanti altri.

Le vite grandi o piccole, famose o neglette, se non sono mai esemplari, non sono indegne, tuttavia, di essere risparmiate dalle forbici del tempo: la zia Clementina di Una famiglia in pezzi come il Napoleone di Tolstoj o la Semiramide di Dante: «Era sempre truccata, con rossetto e una cipria bianchissima che ne faceva risaltare l’incarnato alabastrino, risplendente nel suo appartamento di corso Vittorio Emanuele nel quale sembrava entrasse non la luce del sole ma quella del mare. Tutto era azzurro, anzi celeste e celestiale come i suoi meravigliosi occhi. Malgrado fosse a Napoli da più di mezzo secolo, il suo italiano non voleva piegarsi alla pronuncia esatta. C’era qualcosa di cantilenante nella sua voce, un’intonazione straniera e languida. E straniero era lo sguardo dei suoi occhi, come se fosse sempre meravigliata di quello che aveva intorno».

Salvare la zia Clementina dalle forbici del tempo fa parte del gioco della letteratura, tutto sommato. Quell’azzurro o celeste o celestiale d’una stanza in cui una donna si sente straniera è, precisamente, il colore della letteratura. E oggi che si discute anche molto proficuamente di letteratura di finzione o di cronaca, di verità recuperabile nella finzione o nella cronaca (cfr. Raffaello Palumbo Mosca, L’invenzione del vero), questi personaggi-persone della Rasy ci dicono che il gioco è aperto.

Alla ricerca di «ciò che resta di un volto quando se n’è andato», l’autrice distingue tra nostalgia e atto performativo della costruzione di un personaggio: così a Salonicco, sulle tracce del bisavolo console e del perduto air du temps, riflette sul significato della ricerca stessa: «quando si cercano gli antenati si cerca inevitabilmente un aspetto vivo del passato, si vorrebbe calpestare il terreno che hanno calpestato e vedere le immagini che hanno visto. È un’illusione, naturalmente...». Tra verità di ciò che è stato (vita vera, terreno calpestato vero) e verità di ciò che si costituisce sulla pagina come personaggio, l’illusione non ha nulla a che fare, naturalmente, con il personaggio. Il personaggio, ci dice la Rasy mettendo in scena la bella Clementina o Evelina bruttina in attesa di marito, e probabilmente ripensando alla tesi di Giacomo Debenedetti, è vero oppure non esiste. Ma non è mai vero nel modo in cui è stato storicamente vero nell’irrecuperabile air du temps.

Certo, il passato è una sirena: «i circassi, Salonicco, gli antenati turchi si erano dissolti nella mia mente... Ma ora, il Novecento era finito, tutto il mio mondo di ieri riposava in sepolcri distanti, e a me era venuta una grande curiosità di saperne di più, o qualcosa di più vero». Per un istante, Elisabetta Rasy sembra concedere al passato un’autorevolezza piena e chiede alla sua musa di storica e saggista di ispirarla in una specie di copia dal vivo. Ma tutto, nel suo libro, è vivamente romanzesco: l’aria di casa, a Napoli («Non capivo se eravamo allegri o tristi, buoni o cattivi, perché l’allegria, e anche l’ironia che era la nota dominante, venivano spesso scacciate da un umore cupo se non disperato»); la vecchia nonna Cleopatra («viveva rannicchiata in una poltrona vicino alla finestra, circondata dai gatti, che dopo poco l’avevano seguita in qualche forestiero aldilà»); i creditori alla porta, «ciclica presenza molesta come le zanzare... sarti e sartine, forse qualche modista, sicuramente degli scarpari...».

Anche i ritratti, uno per uno, sciolti formalmente l’uno dall’altro come in un libro di Strachey o della Sitwell, prendono però irresistibilmente e alfine una piega romanzesca, come nel caso del gentiluomo catturato con l’inganno, in una notte di nubifragi, dal padre per la figlia, e del matrimonio che poi allegramente ne consegue e si ribadisce felicissimo nei lustri e decenni a venire. L’epilogo stesso è buffamente romanzesco: tutti i personaggi cantano ognuno una canzone e partono per i quattro angoli del mondo. La bambina Rasy, da parte sua, trasportata a Roma, sogna ogni notte Napoli e l’acqua blu di Posillipo, perché «nei sogni come nei libri ogni tanto tutto si aggiusta».

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