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Una luminosa enigmaticità

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Letteratura

Una luminosa enigmaticità

  • –Luigi Sampietro

Nella collana « Poesie per giovani innamorati» di Salani Editore, l’ultimo volumetto – per la modica cifra di 10 euro: il costo di cappuccino e brioche, da condividere tenendosi per mano – è una scelta di 50 liriche di Emily Dickinson, elegantemente tradotte da Nicola Gardini, che si intitola Il cuore in libertà.

Ma i fidanzatini di cui sopra non devono aspettarsi, in queste poesie, le effusioni spensierate – «tu dammi mille baci, e quindi cento | poi dammene altri mille, e quindi cento» – del famoso Carme di Catullo a Lesbia; bensì gli enigmatici pensieri di una prodigiosa adolescente, nata vecchia e tale rimasta per tutta la vita. Candida come il bimbo della fiaba di Andersen che non si perita di dire che il re è nudo, ma come risucchiata dentro se stessa – non dalla timidezza, questo no – ma da una voce che veniva da profondità insondabili, la Dickinson è una figura originale in tutti i sensi. Intollerante della santimonia di chi parlava ad alta voce di realtà intime e profonde in maniera per lei impudica (« imbarazzanti per il suo stesso cane »), scrisse sfrondando la lingua inglese di tutte le metafore morte che infestavano, in prosa e in versi, le conversazioni e i sermoni, i discorsi pubblici e le poesie dell’epoca della Guerra civile.

Nata nel 1830, Emily Dickinson visse ad Amherst nel Massachusetts fino all’età di 56 anni, in compagnia di se stessa, dei suoi libri – pochi, ma che conosceva a fondo, al pari delle Scritture – e di una ridottissima cerchia di amici (due o tre) a cui era concesso di vederla e con i quali corrispondeva. Le lettere che ci sono rimaste sono spesso tanto simili alle strofe delle poesie che i curatori della sua opera si sono confusi più di una volta e hanno dato alle stampe le une in luogo delle altre.

Solo una decina delle 1.789 liriche a lei attribuite nella Variorum Edition di The Poems of Emily Dickinson a cura di Ralph W. Franklin (Harvard University Press, 1998) furono pubblicate – e non per sua iniziativa – nel corso della sua esistenza. Quasi nessuno, lei viva – e forse anche oggi, nonostante le centinaia di migliaia di pagine che sono state scritte sulla sua persona –, è probabilmente riuscito a sapere chi fosse.

Sempre vestita di bianco, come una vestale domestica, la Dickinson era di sicuro un genio. Ma doveva anche essere vittima di qualche disturbo, fisico o psichico. La più recente ipotesi, risalente a meno di una decina d’anni fa, è che soffrisse di epilessia e che per questo motivo abbia finito per nascondersi dal mondo.

Quando cominciarono a circolare le sue prime raccolte – postume –, in Gran Bretagna fu definita come «una poetessa di quinta categoria». Oggi le sue opere non sono solo un’istituzione culturale ma il fomite di una vera e propria industria accademica ed editoriale e la sua casa-museo (visite guidate ogni 45 minuti) è frequentata da fan provenienti da tutto il mondo. Ed è un’icona, la Dickinson, il cui unico ritratto della cui autenticità si sia certi è ormai famigliare come i poster di Marylin Monroe o di Ernest Hemingway che si vedono nelle librerie e nei caffè frequentati dagli studenti.

Facili da ricordare, le quartine delle sue poesie, sono spesso difficili da decifrare. La loro concisione assiomatica le rende simili a minuscoli forzieri in cui si trova una spirale ad alta tensione che fulmina il lettore. E a tale proposito ricordo una confidenza del compianto Alfredo Rizzardi. Aspirante poeta e giovane traduttore, all’inizio degli anni Cinquanta Rizzardi era in corrispondenza con Umberto Saba, il quale lo aveva messo in guardia, in una lettera: «Stai attento alla Dickinson, perché è una donna cattiva!».

Voleva forse dire pericolosa, e comunque contraddice – intuizione di un poeta! – un certo luogo comune che la vedrebbe come una donna fragile e indifesa, forse schiacciata da un impossibile e misterioso amore, e certamente vittima, secondo la vulgata, delle circostanze oppressive che non devono mai mancare in una biografia al femminile.

Certo è che le sue poesie, che pure hanno un riscontro superficiale – ritmico – negli inni della chiesa congregazionalista, a leggerle si ha sempre l’impressione di entrare in un terreno minato. E, soprattutto, di violare qualcosa di sacro. Anche perché, più che pensieri intimi affidati alla carta da una voce narrante, sembrano gli appunti di un colloquio tra sé e quella parte di sé – il punto luminoso della nostra interiorità, come scrive R. W. Emerson – in cui si rivela il divino.

E poiché si è anche scritto, e non a torto, che nella visione della Dickinson la dottrina calvinista della grazia può essere vista – seppure più sul piano psicologico che teologico – come esclusiva al punto di concepire una chiesa degli eletti composta da una sola persona, l’orgoglio intellettuale che traspare dalle sue carte segrete rimanda il lettore al famoso aneddoto sulle antiche famiglie della Nuova Inghilterra, secondo il quale i Cabot si degnavano di parlare solo con i Lowell e i Lowell, a loro volta, esclusivamente con il Padreterno.

Figlia di un’epoca in cui calvinismo e scientismo occupavano la scena intellettuale su fronti opposti, la Dickinson fu un’eretica sia nei confronti delle liturgie del salotto buono sia nei confronti dell’unitarianesimo allora imperante (leggi: teologia razionalista) dei professori di Harvard. Cresciuta su se stessa nella casa di Amherst – dov’era nata e dove sarebbe morta – a 150 km da Boston e dal mare che, come lei stessa afferma in un famoso incipit («I never saw a Moor | I never saw the Sea»), non aveva mai visto; la folgorante oscurità della sua poesia possiede un fascino che è quello degli enigmi. E gli enigmi, come gli oroscopi che gli innamorati spesso consultano, come si sa, in modo febbrile, possono essere più rassicuranti di qualsiasi spiegazione, ragionamento o giudizio perché portano l’impronta di un sigillo cosmico.

Ed è, quella della Dickinson, una poesia oracolare – profetica, nel senso secentesco del termine prophesying –, che si esprime sul piano dell’eterno.

Al punto che il loro destinatario assente, irraggiungibile e sempre atteso, è come assunto in uno spazio «al di là del cielo», che lo rende platonico al pari di un’idea a cui dedicare le attenzioni di una vita intera. In segreto e sempre chiedendosi, come risulta dalle lettere, se le sue piccole allocuzioni fossero vive. E per lei vive – «alive» – voleva dire brucianti ed elettriche nella ridefinizione formale di un’antica verità .

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Emily Dickinson, Il cuore in libertà , traduzione di Nicola Gardini, Salani, Milano, pagg.128, € 10