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Roma, declino senza illusioni

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Storia

Roma, declino senza illusioni

Peplum. Sophia Loren (Lucilla) e Stephen Boyd (Livio) in «La caduta dell’impero romano» (1964) di  Anthony Mann
Peplum. Sophia Loren (Lucilla) e Stephen Boyd (Livio) in «La caduta dell’impero romano» (1964) di Anthony Mann

Che cosa accomuna Angelo Poliziano e un maestro del cinema western come Anthony Mann, il patriarca di Costantinopoli (e bibliofilo) Fozio e Niccolò Machiavelli, il libertino francese François de La Mothe Le Vayer e il grande storico settecentesco di Roma Edward Gibbon, l’illuminista radicale Mably e Tommaso Moro? Tutti, in forme diverse, furono estimatori della Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, redatta in greco da Erodiano, che della “crisi del terzo secolo” si era trovato testimone diretto.

Erodiano, a essere generosi, non è tra i classici che si incontrano sui banchi del liceo e si rileggono (o ci si ripromette di leggere) per il resto della vita. L’ultima edizione italiana risale al 1967, quando Filippo Cassola lo pubblicò presso La Nuova Italia. A distanza di mezzo secolo esatto, fa dunque bene Einaudi a riproporlo nella NUE senza originale greco a fronte e con una leggera revisione del testo (nonostante nel frattempo sia uscita da Teubner una nuova edizione critica a cura di Carlo M. Lucarini), ma arricchito da una premessa di Luciano Canfora.

Poco presente nei canoni scolastici, Erodiano è però di quegli autori che possono suscitare l’entusiasmo dei lettori più esigenti: uno storico di impianto “tucidideo”, sobrio e vigilante, impegnato come il suo modello a raccontare gli avvenimenti a lui contemporanei senza farsi troppe illusioni sugli uomini e sulle passioni che li guidano, sempre pronto ad andare oltre le apparenze, persino spregiudicato nella valutazione spassionata dei rapporti di forza. Insomma un gigante della storiografia antica, da mettere tra gli otto o dieci maestri indiscussi della disciplina.

A dire il vero, Cassola e Canfora sembrano meno persuasi della grandezza di Erodiano. Il saggio introduttivo del primo è tutto sulla difensiva, nel tentativo di riscattare il greco dai giudizi severi della filologia tedesca dell’Ottocento, che come nel caso di tanti altri storici antichi (esemplare il caso di Dionigi di Alicarnasso) aveva ingiustamente sdegnato la sua prosa e messo in dubbio la sua attendibilità. Canfora aggira invece il problema deviando sul tema affascinante (ma anche laterale) del dibattito sulla crisi della civiltà al principio del XX secolo.

Il non specialista che, presa in mano la Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, rimane folgorato dall’intelligenza politica del racconto e si convince a poco a poco di essersi imbattuto in un capolavoro inatteso può comunque stare tranquillo: prima del sostanziale oblio otto-novecentesco, per circa tre secoli, a partire dalla fine del Quattrocento, Erodiano era stato unanimemente considerato un autore di prima grandezza in tutta Europa (tanto per fare un esempio, assieme a Erodoto e Tucidide, è uno dei tre storici che Moro asserisce di aver portato in dono agli abitanti dell’isola di Utopia). Se il giudizio assai favorevole di Fozio (IX secolo) contò sicuramente, i nuovi lettori trovarono ben presto nuovi motivi per apprezzarlo, depositando le ragioni del loro trasporto negli apparati e nelle lettere dedicatorie delle edizioni e delle versioni che, dopo quella di Poliziano in latino (1493) si succedettero rapidamente in tutte le principali lingue europee.

Per Poliziano, che lo tradusse (infedelmente ma con straordinaria eleganza) su richiesta di papa Innocenzo VIII, Erodiano aveva parlato della corte di Roma «non solo con eloquenza, ma con franchezza e in maniera attendibile», arricchendo il racconto di «saggi precetti in uno stile pieno di maestà e dolcezza», così che le sue pagine potevano essere lette come «un deposito di moralità» e «uno specchio della umana sorte». Secondo La Mothe Le Vayer, che nel Jugement sur les anciens et principaux historiens grecs et latins (1646) gli tributa i massimi onori, «Erodiano riceve la principale raccomandazione dal suo proprio merito». Analogamente, in De la manière d’ècrire l’histoire (1783), Mably lo pone tra «gli storici più giudiziosi dell’antichità», additandolo a esempio per il modo in cui aveva evitato le digressioni inutili e per il suo realismo («Tutto diventa una lezione per me. Vedo come la politica delle passioni non ha altra arte che quella di conformarsi alle circostanze»), mentre il suo traduttore ottocentesco Pietro Manzi si sofferma in particolare sul suo stile, dove «la brevità non adombra la chiarezza», sino a concludere che Erodiano, come storico e come prosatore, «è tutto verità, è tutto natura».

La migliore garanzia che questa Storia costituisce davvero un testo fuori dal comune ce la fornisce però Machiavelli: che la lesse, ne rimase affascinato e se ne servì abbondantemente soprattutto nel Principe. Sino a oggi gli studiosi hanno riconosciuto il debito di Erodiano nel solo capitolo XIX, dove Machiavelli ripercorre le vicende degli imperatori succedutisi dopo Marco Aurelio. Tuttavia, a guardare bene, tracce di Erodiano emergono lungo tutto il Principe, offrendo a Machiavelli più di uno spunto. Considerazioni spregiudicate sulla incapacità degli uomini di perdonare veramente le offese (Princ. VII; Storia III.2), sulla opportunità di compiere tutte assieme le azioni violente contro i propri avversari (Princ. VIII; Storia III.8), sulla inutilità delle concessioni fatte in ritardo (Princ. VIII; Storia II.11), sulla superiorità dei vincoli della paura su quelli dell’amore (Princ. XVII; Storia I.4), sulla impossibilità di dimenticare un bene strappato con la forza (Princ. XVII; Storia III.2) e sulla diversità degli interessi dei soldati mercenari e del popolo (Princ. XIX; Storia II.4; VII.3; VIII.8) si trovano infatti in tutte e due le opere. Ed è molto probabile che, anche in assenza di un rimando esplicito, non si tratti di una semplice coincidenza.

Per quanto importante, Machiavelli rappresenta comunque solo un esempio tra i tanti possibili. Come tutti i veri classici (poco importa se letti nelle scuole) Erodiano ha conquistato l’immaginario politico europeo grazie alla sua capacità di tornare attuale nei contesti più diversi. Dove Poliziano, da umanista, è colpito dai «molti esempi del potere della Fortuna» presenti nelle sue pagine, la prima edizione in greco di Francesco Torresano (1524) evoca prontamente le analogie tra le guerre intestine dei Romani e la divisione che da qualche anno, con Lutero, stava lacerando la Cristianità. Allo stesso modo, mentre il grande filologo riformato Henri Estienne, nel dedicare la propria traduzione latina a Philip Sidney (il celebrato autore dell’Arcadia e della Defense of Poetry), descrive l’opera di Erodiano come una guida contro «le Sirene delle corti» (1581), il filologo tedesco Daniel Pareus può costruire uno speculum principis con esempi esclusivamente tratti dalla Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio (1630). Ma lo stesso si può ripetere per la traduzione in versi di C.B. Stapylton (1652) e per l’anonima edizione londinese del 1698: le quali, sulla scia degli avvenimenti che avevano da poco sconvolto l’Inghilterra, rileggono entrambi le guerre civili narrate da Erodiano attraverso la categoria di rivoluzione.

Col sussidio di una buona biblioteca, si potrebbe continuare a lungo. Quello che conta, però, è il principio generale: la capacità di Erodiano di rispondere alle esigenze più diverse suscitando nel contempo domande inedite. Ora che la sua Storia è di nuovo tra noi, si tratta dunque di capire come sarà il nuovo Erodiano, inevitabilmente nutrito delle ansie di questi primi anni del XXI secolo. Canfora, giustamente, mette in guardia dalla formula, troppo scontata, della crisi. Si potrebbe scommettere allora, un’altra volta, sul potere di seduzione del realismo politico: e sarebbe, questo, un Erodiano “per capire”, sulla scia di Machiavelli e Mably. Ma non è nemmeno escluso che – tra congiure, battaglie su tre continenti e continui colpi di scena – a prevalere sia piuttosto la straordinaria forza del racconto: che, non a caso, ha ispirato (via Gibbon) l’unico peplum americano che ancora oggi si lascia guardare senza imbarazzo La caduta dell’impero romano di Anthony Mann (1964). Perché no, anche considerato che il diletto, assieme all’istruzione, è sempre stato l’obiettivo della storiografia classica? L’importante, intanto, è che adesso la Storia sia di nuovo in libreria, disponibile per un ennesimo, imprevedibile incontro con i lettori.

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