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Deboli e opachi poteri forti

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Economia e Società

Deboli e opachi poteri forti

Mosse e contromosse, Purtroppo il giornalismo italiano, osserva de Bortoli nel suo libro, ha spesso agito non da guardiano, ma da «cucciolo del potere».
Mosse e contromosse, Purtroppo il giornalismo italiano, osserva de Bortoli nel suo libro, ha spesso agito non da guardiano, ma da «cucciolo del potere».

Esistessero davvero, i poteri forti! Proliferano, invece, quelli opachi: «Cordate personali, piccole consorterie, corporazioni ottuse, egoismi locali e miopie collettive». Per questo dirigere il Corriere della Sera – ovattato crocevia dell’establishment – è un compito titanico: occorre muoversi con l’agilità di un acrobata e la discrezione di un diplomatico. Fosse nato in un’altra epoca, Ferruccio de Bortoli sarebbe probabilmente stato un giornalista sanguigno, come l’amato Mario Borsa, alla guida del “Corriere” sull’onda del “vento del Nord” (1945-46), quando il foglio milanese beneficiò di una libertà irripetibile. Ma nella morta gora della seconda Repubblica si è dovuto accontentare di un ruolo più felpato, però decisivo: salvaguardare l’indipendenza del “Corriere”, come direttore (1997-2003 e 2009-2015), dagli arrembaggi di pifferai e rottamatori. Le sue garbate Memorie di oltre quarant’anni di giornalismo parlano di questo, e di molto altro.

Quarant’anni trascorsi soprattutto in via Solferino (con due parentesi al “Sole 24 Ore”: caporedattore nel 1986-1987 e direttore nel 2005-2009). Allorché de Bortoli approdò, nel lontano 1973, al “Corriere dei Ragazzi” (costola più adulta del “Corriere dei Piccoli”), in redazione esistevano soltanto i telefoni in bachelite, i linotipisti erano un’aristocrazia operaia e quale compagno di scrivania c’era Alfredo Castelli, futuro ideatore di Martin Mystère. Fra quelle stanze s’aggirava anche un altro fumettista di belle speranze. Si chiamava Tiziano Sclavi e indossava le Clarks opportunamente customizzate con stringhe rosso sangue, al pari di quanto farà Dylan Dog, il suo personaggio più celebre.

Passato nel 1976 al «Corriere d’Informazione» (edizione pomeridiana del «Corriere»), de Bortoli si farà le ossa con la cronaca nera: le precipitose corse sul posto, nella speranza di battere la concorrenza; i rudimentali servizi-radio necessari per comunicare con la redazione; le foto dei cadaveri ancora caldi, carpite con metodi spregiudicati. Ai giorni nostri, insieme al ticchettio frastornante delle macchine da scrivere («oggi non lo sopporteremmo»), forse si è smarrita anche la dimensione artigianale del mestiere, in passato esercitato prima con i piedi (andare in giro, vedere, ascoltare) e poi con la testa (scriverne il resoconto): «Viviamo una straordinaria stagione di tecnologie, ma non un’epoca di brillante giornalismo d’inchiesta o di frontiera. I modelli non possono essere né Snowden né Assange».

Sempre vivo è invece il paradosso storico del «Corriere». In perenne conflitto d’interessi, perché sprovvisto di editori puri, spesso salmodiante di fronte ai poteri costituiti (editoriali innocui, se non cerchiobottisti), ha tuttavia formato fior di inviati e “inchiestisti”: autori di pagine ineccepibili e coraggiose, incise nella storia del giornalismo. Cosicché chiunque oggi salga la lunga scala d’ingresso, con i ritratti delle sue celebri “firme”, o percorra l’atrio laterale con i busti di Walter Tobagi e Maria Grazia Cutuli, ha l’impressione di entrare in un quotidiano diverso da tutti gli altri, dal fascino insuperabile, quasi fossimo ancora ai tempi di Dino Buzzati o Luigi Barzini senior (cui Simona Colarizi ha appena dedicato una documentata biografia, edita da Marsilio). Eppure, precisa de Bortoli, «il suo potere di influenzare l’opinione pubblica è stato ed è sovrastimato».

L’autore non nasconde le reazioni piccate di Prodi, D’Alema, Mario Monti, Marchionne, Tronchetti e persino dell’ex magistrato Bruti Liberati. I più insofferenti di tutti, va da sé, furono Berlusconi e Renzi, in una sorta di ideale continuità. Il primo lo costrinse nel 2003 a lasciare il proprio posto a Stefano Folli (soltanto Corrado Stajano si dimetterà, in segno di solidale protesta). Il secondo non gli ha mai perdonato di essere stato una delle rare voci, insieme a Giovanni Sartori, ad aver sollevato qualche perplessità sul suo «torrenziale discorso pubblico che ha prodotto una cacofonia indigesta». Per non parlare dell’«odore stantio di massoneria» evocato in un articolo del settembre 2014 sulle discutibili liaison di Renzi (nelle sue memorie de Bortoli rivela inoltre che nel 2015 l’allora ministro Boschi, in evidente conflitto d’interessi, chiese a Unicredit di acquisire Banca Etruria, ma lei ha smentito). Per inquadrare l’allergia della politica al giornalismo non ossequiante, bisognerebbe forse rileggere il vecchio libro di Mario Borsa, Libertà di stampa (1925). Un testo «istruttivo e struggente», ha osservato lo stesso de Bortoli in occasione della sua riedizione, dalle «infinite connessioni attuali».

Giornalista di formazione economica, l’ex direttore del “Corriere” si trova particolarmente a proprio agio quando si addentra fra le «miserie (molte) e nobiltà (poche) del capitalismo italiano». Sono pagine spesso pungenti, ricche di aneddoti personali, anche se talvolta un po’ sfumate, tanto che il lettore ne vorrebbe sapere di più. In parte si rifanno a un “profetico” libro del compianto Marco Borsa (nipote di Mario), Capitani di sventura, pubblicato nel 1992 e presto sparito dalla circolazione: «Agnelli, De Benedetti, Pirelli, Romiti, Ferruzzi, Gardini – nell’analisi di Borsa – avrebbero fatto perdere al paese la sfida della competitività. È quello che puntualmente è accaduto». Purtroppo, ammette de Bortoli, il giornalismo economico ha spesso agito non da guardiano, bensì da «cucciolo del potere». Onde la scarsa vigilanza sullo «scambio dei favori a discapito del mercato e della concorrenza», con imprenditori privati che hanno mutuato i peggiori difetti della politica. Assai più virtuosa sarebbe quell’«economia sociale di mercato» in cui credeva Luigi Einaudi.

L’economista torinese è uno dei tanti “maggiori” di de Bortoli, protagonisti di altrettanti ritratti: Raffaele Mattioli, Giorgio Ambrosoli, Enzo Biagi, Carlo Maria Martini («capace di restituire a una società volgarmente materializzata un briciolo di spiritualità»), Giovanni Bazoli («ha impedito che il “Corriere” finisse in mani berlusconiane, dopo averlo salvato dalle spirali massoniche»). L’autore mostra rispetto anche per Enrico Cuccia, «un uomo di potere, ma totalmente slegato dal denaro, con uno stile di vita quasi monacale». Il profilo forse più simpatetico è quello dedicato a Beniamino Andreatta, autorevolissimo economista cattolico messosi al servizio della politica, restando integro. Andreatta era un personaggio spinoso: «Ma la sua intelligenza era contagiosa, colpiva l’articolazione del pensiero, la logica ferrea dei suoi ragionamenti». Un “professorone”, direbbe oggi qualcuno.

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